Home News Con Erdogan la Turchia rischia una rivoluzione islamica

Con Erdogan la Turchia rischia una rivoluzione islamica

2
16

Pochissimi politici statunitensi hanno sentito parlare di Fethullah Gülen, forse il più importante teologo e scienziato politico della Turchia. Esule per scelta da più di dieci anni, Gülen conduce un’esistenza riservata a pochi chilometri da Filadelfia, Pennsylvania. Tuttavia, entro pochi mesi il suo nome potrebbe divenire di dominio pubblico negli Stati Uniti, alla stregua di quello dell’Ayatollah Khomeini - un uomo sconosciuto alla maggioranza degli americani sino al momento del suo ritorno trionfale in Iran quasi trent’anni orsono.

D’altronde, molti accademici e giornalisti approvano le idee di Gülen e lodano il suo pensiero che unisce Islam e tolleranza in un’ottica europeista. I suoi sostenitori lo definiscono un “progressista”. Nel 2003, l’Università del Texas lo premiò come “eroe pacifico”, insieme a nomi illustri come Martin Luther King Jr., il Mahatma Gandhi e il Dalai Lama. Lo scorso ottobre, la Camera dei Lords ed altri diplomatici britannici lo accolsero calorosamente ad un’importante conferenza a Londra. Nel corso di quest’anno, John Esposito della Georgetown University presiederà una conferenza dedicata al suo movimento. Così come nel 2001, Esposito contribuirà a sostenere il Rumi Forum, l’organizzazione della quale Gülen è presidente onorario.

Il movimento di Gülen controlla gli enti di beneficenza, le agenzie immobiliari, le imprese e più di un migliaio di scuole in ambito internazionale. Secondo alcune stime, si tratta di un giro d’affari di alcuni miliardi di dollari. Il movimento in patria vanta diritti su alcune università, sindacati, lobby, gruppi studenteschi, emittenti televisive e radiofoniche, e sul quotidiano Zaman. Le cifre ufficiali in Turchia parlano di più di un milione di seguaci di Gülen all’interno del paese; i sostenitori del movimento replicano che si tratta soltanto della punta dell’iceberg. Al momento gli uomini di Gülen predominano all’interno della polizia e fomentano le divisioni nel Ministero degli Interni. Sotto la protezione del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, uno dei più noti simpatizzanti di Gülen, decine di migliaia di sostenitori di quest’uomo hanno avuto accesso alla pubblica amministrazione turca.

Mentre i suoi seguaci curano attentamente la sua immagine in Occidente, in Turchia Gülen rimane pur sempre una figura controversa. Secondo Cumhuriyet, storico quotidiano di centrosinistra - una sorta di New York Times degli anni Settanta, ma turco - il Consiglio di Sicurezza Nazionale di Izmir ha condannato Gülen per aver  “tentato di distruggere l’apparato statale ed aver voluto impiantare al suo posto un sistema basato sulla religione”; in seguito è stato però graziato, e per questo non ha mai dovuto scontare una condanna in carcere. Nel 1986, l’esercito turco - guardiano costituzionale della laicità dello Stato - ha disposto l’allontanamento di una cellula di seguaci di Gülen dall’Accademia Militare; l’esercito è in seguito intervenuto regolarmente nei confronti di altre supposte cellule di Gülen, accusate di essersi infiltrate nell’organismo militare.

Nel 1998, secondo i trascritti del tribunale turco citati nel Turkish Daily News, Gülen aveva incitato i suoi sostenitori all’interno dell’apparato giudiziario e amministrativo del paese a “lavorare indefessamente per ottenere il controllo dello Stato”. L’anno seguente, l’emittente televisiva indipendente ATV mise in onda una registrazione di un ignaro Gülen che incoraggiava i suoi uomini spiegando “se usciremo allo scoperto troppo presto, il mondo ci calpesterà. Faranno  in modo che i mussulmani rivivano l’Algeria”, un riferimento chiaro alla vittoria elettorale schiacciante che il Fronte per la Salvezza Islamica conseguì nello Stato nordafricano nel 1991; dopo che i leader di partito affermarono di voler abrogare la Costituzione per sostituirla con la legge islamica, i militari algerini organizzarono un colpo di Stato che portò alla morte di decine di migliaia di persone. A causa delle sue affermazioni e minacce velate, il tribunale nel 1998 condannò Gülen per “il tentativo di minare il sistema laico del paese” mentre “cercava  di nascondere i suoi metodi dietro la parvenza di un’immagine democratica e moderata”.

Condannato in contumacia ma libero di condurre la propria organizzazione dal proprio esilio negli Stati Uniti, Gülen prosegue ancora oggi nel suo incoerente appello alla tolleranza e alla laicità. Pone spesso sullo stesso piano l’ateismo e la separazione tra Stato e religione, un’affermazione che la maggioranza dei politici e diplomatici laici in Turchia trovano offensiva: credere che la religione vada coltivata all’interno di un ambito individuale e non pubblico non significa affatto non credere in Dio. Nel 2004 Gülen identificò l’ateismo con il terrorismo, affermando che sia gli atei che gli assassini avrebbero trascorso l’eternità all’inferno.

Gülen ha vissuto tuttavia un periodo di tregua giudiziaria. Nel 2002, il Partito per la Giustizia e Sviluppo di Erdogan  (Adalet ve Kakinma Partisi, AKP) conquistò la maggioranza nelle elezioni parlamentari e, per un cavillo nella legge elettorale turca, fu in grado di trasformare un terzo del voto popolare in una maggioranza parlamentare di due terzi. Erdogan utilizzò il proprio vantaggio per promuovere riforme che stiparono i suoi seguaci politici e fondamentalisti religiosi non solo all’interno della pubblica amministrazione, ma anche nelle istituzioni finanziarie e giudiziarie del paese. I giudici di Erdogan non persero tempo: rilevarono le proprietà degli oppositori politici, i giornali indipendenti e le emittenti televisive tra le quali - e non per coincidenza - l’ATV, e assegnarono giudici di parte agli appelli contro sentenze precedentemente emanate contro gli islamisti. Il 5 maggio 2006 la Corte Penale di Ankara ribaltò la sentenza contro Gülen; mentre la pubblica accusa - roccaforte dei secolarismi - ha fatto ricorso contro l’azione della Corte, il processo sta ora avviandosi alla conclusione. I seguaci di Gülen sono entusiasti: una volta ripulito il suo curriculum giudiziario, Gülen potrebbe fare presto ritorno in Turchia.

Se questo accadrà, Istanbul nel 2008 potrebbe divenire sospettosamente simile a Tehran nel 1979. Così come i seguaci di Gülen ribadiscono le sue motivazioni altruistiche e non vedono alcuna contraddizione tra un movimento segreto basato su un sistema di cellule dormienti e un apparato governativo che agisce nella trasparenza, sono troppi i giornalisti occidentali che dimostrano compiacenza e danno via libera  a quest’uomo. Se questo non vi suona familiare, dovrebbe esserlo. Trent’anni fa, Khomeini dichiarò ad un ingenuo giornalista televisivo austriaco in occasione di un suo breve soggiorno a Parigi : “Non voglio essere a capo di una repubblica islamica; non voglio avere il potere né la responsabilità di governo nelle mie mani”. Nel novembre del 1978, Steven Erlanger, futuro corrispondente internazionale del New York Times, scrisse un articolo per il New Republic in cui sosteneva che il progetto di Khomeini per l’Iran fosse sostanzialmente “una Repubblica platonica con il Grande Ayatollah al posto del filosofo re”; e gli ambasciatori statunitensi, prevedendo il successo di una sinistra liberale e indipendente maggiormente preoccupata delle condizioni di lavoro nei pozzi petroliferi iraniani che della necessità di instaurare un regime teocratico a Tehran - proprio come accade ad Ankara oggi -, preferivano passare i loro pomeriggi ai ritrovi mondani nei giardini dei politici piuttosto che guardare realmente alle richieste della popolazione. Non seppero vedere. E mentre il Dipartimento di Stato e la CIA brancolavano nel buio o sminuivano le preoccupazioni riguardo alle possibili intenzioni di Khomeini, milioni di iraniani si radunavano all’aeroporto internazionale di Tehran a salutare il loro Imam. In Turchia si dice che folle simili si raduneranno quando l’aereo di Gülen sarà in procinto di atterrare ad Istanbul.  

Gülen si muoverà attentamente. Non ordinerà la dissoluzione della Repubblica Turca; tuttavia, protetto dalla sua magione a Istanbul, potrebbe semplicemente emanare fatwa che allontanino progressivamente la Turchia da quel laicismo predicato con tanta ostentazione da Erdogan. Mentre Khomeini si paragonava apertamente con l’Imam nascosto del Dodicesimo Scisma [che alla fine dei tempi si manifesterà ripristinando l’autorità legittima e la giustizia fra gli uomini, ndt], Gülen resterà nell’ombra mentre i suoi sostenitori dipingeranno l’immagine della restaurazione del califfato che venne almeno formalmente distrutto da Atatürk nel 1924.

In Turchia, l’ordine ed il costituzionalismo di stampo secolarista non sono mai stati così traballanti. Il governo ora controlla la maggior parte delle televisioni e delle emittenti radiofoniche. Erdogan ha conquistato il dubbio primato di aver fatto causa al maggior numero di giornalisti e commentatori politici rispetto a qualsiasi Primo Ministro a lui antecedente. E mentre Erdogan soffoca il dissenso, i suoi sostenitori e quelli di Gülen pongono l’islamismo e la democrazia sullo stesso piano, e identificano il laicismo con il fascismo - una convinzione che troppi rappresentanti dei paesi occidentali sono pronti a sottoscrivere, in nome della tolleranza verso l’”islam moderato”. Lo stesso Erdogan ha affermato che fu il laicismo a condurre all’ascesa di Hitler, e che l’islamismo non porterebbe mai a simili risultati.

Il mese scorso, una delle poche autorità giudiziarie indipendenti rimaste ha intentato una causa ai danni di Erdogan e dell’AKP per aver violato i dettami costituzionali che decretano la separazione tra religione e politica; il Primo Ministro ha risposto con una serie di arresti notturni che hanno preso di mira i principali accademici e giornalisti che avevano osato criticarlo. Il 21 marzo, persino i seguaci di Erdogan furono stupiti alla scoperta che Ilhan Selçuk, direttore ufficiale di Cumhuriyet e descritto dai turchi come il loro Walter Cronkite [per antonomasia l’uomo più creduto d’America, ndt] - 80 anni ed ormai costretto a letto dall’età - era stato arrestato in un raid nel mezzo della notte con l’accusa di aver progettato un colpo di Stato. La polizia non ha peraltro ancora fornito alcuna prova a riguardo. Selçuk non è peraltro nemmeno l’unica vittima di questa recente campagna intimidatoria. Un giornalista dell’Hürriyet (il giornale laico indipendente “Libertà”), Ahmet Hakan, ha ricevuto recentemente telefonate intimidatorie dall’avvocato Kemaletin Gülen, parente di Fethullah.

E mentre gli islamisti proseguono nella loro campagna d’odio, i rappresentanti dell’Occidente non solo fingono che tutto vada bene ma - come accade nel caso dei leader palestinesi - spesso il loro sostegno cresce. La scorsa settimana il Segretario di stato Condoleezza Rice ha parlato del processo giudiziario contro Erdogan e l’AKP; membri del suo staff sembravano inizialmente suggerire un approccio morbido che desse implicitamente appoggio al Primo Ministro. Certo, poteva essere allettante condannare l’azione del tribunale come un’astuta manovra politica: la requisitoria dell’accusa è mal scritta e presentata superficialmente. Ciò nonostante, e a prescindere da queste mancanze, le questioni legali di fondo sono reali. Rice non dovrebbe esprimersi: qualsiasi interferenza potrebbe ritorcersi contro di lei. La Turchia, già scontenta dell’ambasciatore statunitense Ross Wilson - il quale raramente incontra i leader dell’opposizione - interpreterebbe qualsiasi critica proveniente dalla Casa Bianca come un appoggio all’AKP. I sostenitori del laicismo si chiederebbero come mai l’opposizione liberale turca non abbia diritto a ricorrere a mezzi legali. Già si domandano per quale motivo l’Occidente lodi le azioni legali intentate contro il leader populista Jörg Haider e contro il demagogo francese Jean Marie Le Pen, blandendo contemporaneamente l’eccezionalismo giudiziario di Erdogan. Criticando l’appello alla legge, Rice potrebbe accelerare il ricorso alla violenza e fomentare il consenso tra coloro che sostengono – erratamente - che la mancanza di considerazione del governo per la legge e la costituzione vada ripagata con la stessa moneta. Nel qual caso Rice invece accetti che la giustizia faccia il suo corso, i conservatori religiosi in Turchia la accuseranno di strumentalizzare la questione.

Nel corso degli ultimo sette anni, l’Amministrazione Bush ha compiuto molti errori. Bush aveva riconosciuto correttamente l’importanza del processo di democratizzazione; l’errata implementazione della strategia ha tuttavia trasformato un nobile ideale in una brutta parola. Facendo coincidere la democrazia unicamente con le elezioni, il Dipartimento di Stato e il Consiglio di Sicurezza hanno reso ambigui gli estremi per un’azione proficua in Iraq, a Gaza e in Libano. Un uomo, un voto, una volta sola; partiti che impongono la disciplina con le armi; e politici che tentano di modificare la legge per farla coincidere con la concezione di Dio e di un imam sono dannosi per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’America non dovrà mai più abbandonare coloro che condividono i suoi ideali per le promesse di un partito che usa la religione per sovvertire la democrazia, e preferisce le masse al governo costituzionale.

La Turchia si sta avvicinando ad un precipizio. Per favore, Segretario Rice, non la spinga oltre nel baratro.

© National Review on Line

Michael Rubin, ricercatore presso l’American Enterprise Institute, è editore della rivista Middle East Quarterly.

Traduzione di Alia K. Nardini

  •  
  •  

2 COMMENTS

  1. Rice gode di grande
    Rice gode di grande stima.Nonostante non ne imbrocchi mai una.Mi auguro un colpo di stato in Turchia.E l’europa che apprezza Erdogan è un’altra dimostrazione di come sia fuori di testa.

  2. Per ovviare alla parzialità
    Per ovviare alla parzialità del pezzo sopra riportato, mi preme far emergere un aspetto, volutamente o meno, omesso. Anche i poteri forti del kemalismo (Esercito, certa Magistratura,alcuni rettori universitari e Chp) sembrano agire nell’ombra per colpire governo e una maggioranza eletta democraticamente lo scorso luglio. Mai sei sentito nominare il gruppo segreto “Ergenekon”?

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here