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Sangue e petrolio

Con Gheddafi e quelli come lui si deve trattare dettando le condizioni

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Da quando è iniziata la rivolta araba, ogni capo di stato ha cercato di salvarsi la pelle diventando più crudele dei colleghi finiti in ambasce prima di lui. In Tunisia, Zine el-Abidine Ben Ali si è confrontato con la protesta del suo popolo, assolutamente pacifica, facendo concessioni. In Bahrain, re Hamad bin Isa al-Khalifa è ricorso all’intervento delle forze antisommossa, ma non ha avuto abbastanza stomaco per scatenare un vero e proprio combattimento con i dimostranti. In Libia, Gheddafi sembra in preda a un delirio sanguinario. Urlando tremende minacce in una tirata di più di un’ora – era il 22 febbraio – ha promesso al mondo che avrebbe “ripulito la Libia casa per casa”. Se vincesse lui, gli altri dittatori del mondo saprebbero quali metodi adottare.

 

Il petrolio e la geopolitica sono importanti... Gheddafi non è nuovo a brutalità e persecuzioni – è con questi metodi che ha mantenuto il potere per 41 anni. Ha oppresso il suo popolo, sponsorizzato il terrorismo e fomentato conflitti. Perché allora i leader mondiali lo hanno accolto a L’Aquila? Perché si sono messi a trattare con re e autocrati del Medio Oriente, solo per assistere alla sollevazione dei loro popoli? Soltanto adesso, quando in Libia fischiano i proiettili, si è tentati di pensare che soltanto l’indignazione possa essere alla base di una qualunque strategia di confronto con i dittatori. Piuttosto che scendere a compromessi in nome di petrolio ed equilibri geopolitici, si dice, la sola politica estera che possa definirsi etica è quella di voltar loro le spalle. Una strategia che, in realtà, è già stata seguita dall’Occidente proprio nei confronti di Gheddafi; accadde un quarto di secolo fa, dopo che i suoi diplomatici spararono a un poliziotto britannico, i suoi agenti misero una bomba in un night club di Berlino, il suo servizio segreto aveva iniziato a far cadere gli aerei di linea.

Eppure, non sempre è saggio isolare una consistente parte del mondo, anche se è governata dalla più detestabile delle tirannie. Tra America e Unione sovietica sono sempre esistiti rapporti diplomatici e commerciali, anche nei momenti più aspri della guerra fredda. Il resto del mondo si è seduto più volte al tavolo dei negoziati con il mortifero regime nordcoreano, per la necessità di discutere sulle armi atomiche. Le economie occidentali hanno bisogno di petrolio, e pensare il contrario non ha senso. La vera questione sollevata dall’ondata di protesta che ha investito il Medio Oriente non è dunque se trattare o meno con gli autocrati, piuttosto è: come trattare con loro?

Quando gli “uomini forti” sono vulnerabili, come accade ora, la priorità diventa quella di forzarli a concedere riforme e di dissuaderli dalla violenza. Il presidente Obama ha fatto bene a pronunciarsi in favore della gente che protestava in Tunisia, Egitto, Bahrain e ora Libia. I capi militari americani hanno fatto bene a usare la loro influenza per dissuadere le forze armate egiziane dall’aprire il fuoco sugli insorti. E se Gheddafi usa la sua aviazione per attaccare il suo popolo, il mondo farebbe bene a stabilire una “no-fly zone” (zona interdetta al volo, ndt) sulla Libia.

Però, in generale, gli uomini forti non sono vulnerabili, e il giudizio sul da farsi si complica. Proprio quel che sta accadendo adesso in Libia mostra perché.

L’ostracismo degli anni Novanta non riuscì a spodestare Gheddafi, nonostante la moralità cristallina di una tale condotta. Però convinse il rais che aveva molto da guadagnare dall’avere rapporti non ostili con il resto del mondo. Ciò aprì la porta ad alcuni discutibili accordi: il rilascio di un terrorista libico dalle galere inglesi, la vendita di armi alla Libia, l’elevazione di un dittatore al rango di statista in occasione del G8 de L’Aquila sono sembrate cose poco sagge già all’epoca. Adesso appaiono imperdonabili.

Però Gheddafi fece anche concessioni di una certa importanza per l’Occidente, per il Medio Oriente e per gli stessi libici. La più grande fu l’abbandono del suo programma nucleare, e l’aiuto che diede nel far luce sul mercato nero dell’atomo che si irraggiava dal Pakistan. Inoltre, la Libia smise di appoggiare il terrorismo contro l’Occidente, pur continuando a seminare conflitti in Africa. E poi, per quanto possa suonare sgradevole dire una cosa del genere in questi giorni, l’oppressione che gravava sul popolo libico si allentò, dopo che il paese tornò in contatto col resto del mondo. Quanto al mondo degli affari, non ci si può aspettare che sia fedele a standard etici più alti di quelli seguiti dai governi. Ma anch’esso non può fare a meno di bilanciare il fattore pratico con quello morale, e tener sempre presente che si tratta di un equilibrio variabile. Ogni accordo basato su una bugia si trasformerà in una persecuzione per chi l’ha fatto. La frenesia che, in questa settimana, si è impadronita di tutti coloro che fino a pochi giorni fa parlavano di Gheddafi come di un rispettoso servitore dei diritti umani, potrebbe un giorno contagiare quei legali, banchieri e public-relation men che, guardando alla Russia, garantiscono sull’onorabilità di oligarchi dalle mani lorde di sangue. Al contrario, le imprese petrolifere che hanno operato in Libia possono rivendicare, con ragione, il bene che hanno fatto ai popoli occidentali e al popolo libico; né hanno mai preteso che Gheddafi fosse qualcuno da prendere a esempio.

…però talvolta il cinismo è ingenuo. Non è che si voglia essere insensibili. La lezione del risveglio arabo è un’occasione per elevarci. Chi fa della realpolitik la sua bandiera si compiace di credere che lui solo veda il mondo come realmente è, e che coloro che insistono nel promuovere diritti umani e democrazia sono inguaribili sognatori. A sentir loro, il Medio Oriente non è pronto per la democrazia, agli arabi non importa nulla dei diritti umani, e i tiranni sono l’unico baluardo nella regione contro la rivoluzione islamica. Eppure, dopo l’ondata di sollevazioni laiche, sono proprio i cinici ad apparire spiazzati, e gli idealisti a sembrare realisti. Può accadere, a volte, che la vitalità della gente comune possa sconvolgere gli schemi degli esperti. E’ per questo motivo che i paesi che si siedono a un tavolo con i dittatori non devono mai confondere la fase della trattativa con quella del sostegno. Perché l’Occidente deve sempre fare pressioni in favore di diritti umani e democrazia; anche quando non conviene, come per esempio con Cina e Russia. Basta chiedere a tutti quelli che, per le strade di Tripoli, hanno trovato il coraggio di affrontare la morte per una causa giusta.

Tratto da Economist

Traduzione di Enrico De Simone

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