Con gli attentati di Burgas torna l’asse (del male) tra Iran e Hezbollah

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Con gli attentati di Burgas torna l’asse (del male) tra Iran e Hezbollah

19 Luglio 2012

Il giorno dopo l’attentato terroristico contro l’autobus di Burgas – località marittima sul Mar Nero – nel quale otto cittadini israeliani sono rimasti uccisi e trentuno sono stati feriti su un totale di 47 passeggeri per mano di un attentatore suicida che, stando a quello che ha affermato il ministro delle difesa israeliano Ehud Barak, sarebbe con buona probabilità legato al gruppo terrorista libanese Hezbollah e all’Iran, si piange l’amara constatazione che in Europa essere ebreo o israeliano può ancora costarti la vita (ma questo ce lo aveva ricordato solo qualche mese fa Mohamed Merah a Tolosa) e si cerca di analizzare l’evento.

Purtroppo quest’ultimo attentato contro civili israeliani s’inserisce in due guerre distinte che, piaccia o no, da dieci e più anni si protraggono sotto i nostri occhi e che spesso si sovrappongono: la prima è la long war, la lunga guerra che l’islamismo terrorista, almeno dalla metà degli anni ’90, ha dichiarato all’America, all’Europa e a Israele e che ha nell’11 Settembre e nella risposta americana in Afghanistan e in Iraq e nella guerra dei droni del presidente Obama la sua epifania politico-militare più rilevante.

La seconda guerra, più regionale ma non meno drammatica, è quella che da almeno cinque anni vede opposti il governo dello Stato d’Israele all’Iran degli ayatollah. I due analisti d’intelligence di Stratfor Scott Stewart e Fred Burton parlano di ‘covert war’, di guerra segreta. Un conflitto che stando a quel che i due analisti affermano, si protrarrebbe almeno dal 2007 e che avrebbe avuto inizio dalla reazione di Teheran alla defezione in campo occidentale, avvenuta sul finire del 2006, del generale iraniano con responsabilità nel programma nucleare militare iraniano Ali Reza Asgari.

Certo è che le relazioni tra la Repubblica islamica e lo Stato d’Israele non sono mai state idilliache, e questo ben prima della data convenzionale del 2007. Il regime degli ayatollah ha sempre agitato, tanto per motivi ideologici che per motivi propagandistici interni, l’antisemitismo di matrice islamica contro il governo di Gerusalemme, e proprio sulla capitale israeliana, gli iraniani hanno sempre, da islamici, rivendicato sovranità (al-Quds, Gerusalemme per gli islamici, è anche il nome dei reparti speciali della Guardia Rivoluzionaria iraniana dipendenti direttamente dalla guida suprema iraniana, Ali Khamenei).

Tanto per non sotto dimensionare l’eclatante inimicizia che contraddistingue le relazioni tra Gerusalemme e Teheran, si rievochi anche il tragico attentato terroristico contro civili perpetrato a Buenos Aires da un gruppo terrorista sotto comando Hezbollah, l’agente libanese ‘per procura’ degli iraniani quando si tratta d’attaccare obiettivi civili e militari israeliani – benché privilegino i primi sui secondi -, nel qual morirono 85 persone. Per quell’atto di selvaggia barbarie, la procura di Buenos Aires ha emesso anni fa un mandato di cattura per l’attuale ministro delle difesa iraniano Ahmad Vahidi per il proprio coinvolgimento nell’attento terroristico antisemita in Argentina.

Tornando all’attentato dello scorso 18 Luglio in Bulgaria – la bomba umana che si è fatta esplodere, stando a quanto dichiarato dal primo ministro bulgaro, sarebbe stata in possesso di un patente di guida Usa apparentemente falsa – esso s’inserisce in una intensificazione degli attentati contro obiettivi civili e militari israeliani da parte degli iraniani. Come ha fatto notare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in una dichiarazione a caldo dopo l’attentato di Burgas, “tutti gli indizi portano all’Iran, nei mesi scorsi altri attacchi simili sono stati compiuti in Israele, Thailandia, India, Georgia, Kenya e Cipro”. Ed effettivamente il 2012 è stato un anno difficile per gli israeliani nella guerra contro l’Iran.

Solo nel Febbraio scorso furono tre gli attentati contro obiettivi israeliani nel mondo: a Tbilisi, in Georgia, una macchina dell’ambasciata israeliana fu salvata da una deflagrazione prima che un ordigno esplosivo esplodesse. Nella stessa settimana, a Nuova Delhi, in India, un ordigno istallato su una vettura d’ambasciata della moglie di un diplomatico diretta a scuola per prendere i propri figli esplose senza provocare vittime. A Bangkok, in Thailandia, un agente iraniano ha perso entrambe le gambe per l’esplosione di un ordigno mentre preparava un attentato contro un obiettivo israeliano. E ancora lo scorso Giugno, agenti iraniani sono stati arrestati in Kenya per possesso illecito di 15 kg di esplosivo mentre preparavano un attentato contro obiettivi israeliani nel paese.

Questi attentati, fortunatamente tutti falliti, da parte delle forze iraniane hanno un dato in comune: sono tutti avvenuti senza un diretto coinvolgimento della milizia-partito libanese, Hezbollah, un ruolo che da un paio di mesi le forze segrete del partito di dio avrebbero invece riacquisto. Solo qualche giorno fa, agenti dei servizi d’intelligence ciprioti hanno arrestato a Cipro proprio un agente libanese d’Hezbollah intento a pianificare un attentato forse contro un velivolo dell’aviazione commerciale israeliana operativa sull’isola o ancora contro la sede diplomatica di Gerusalemme a Nicosia.

L’attentato terroristico di Burgas, con il proprio tragico bilancio di 8 morti, segna purtroppo proprio il ritorno di Hezbollah nelle operazioni anti-israeliane dell’Iran. Ciò accade mentre l’Iran rischia di perdere l’unico regime alleato che rimane all’Iran nella regione: la Siria di Bashar al-Assad. Non è una coincidenza che nel giorno in cui il cognato e il ministro delle difesa di Bashar al-Assad morivano in un attentato nel centro di Damasco, israeliani morivano in terra europea. Non è da escludere che l’asse Teheran – Damasco – Beirut stia cercando, con una mossa disperata, d’usare azioni terrroristiche anti-israeliane per spostare i riflettori della comunità internazionale su altro, ora che le forze ribelli siriane sono così vicine alla centro del potere del clan Assad.

A caldo sia il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che il suo ministro della difesa Ehud Barak hanno dichiarato d’essere pronti a una ‘risposta decisa’ contro le forze terroristiche che hanno colpito in Bulgaria. Ma forse, prima di rispondere, il governo di Gerusalemme, deve dimostrare al mondo (e se non al mondo almeno alla propria opinione pubblica), d’essere in possesso di prove d’intelligence che mettano in relazione l’ennesimo attentato bulgaro e l’asse Teheran-Damasco-Beirut. Prima di ciò, scatenarsi in una reazione militare, in particolare contro Hezbollah, rischierebbe di innescare un conflitto regionale dagli esiti quanto mai incerti.