Con i sindacati Berlusconi vuol cambiare rotta. E fa bene
28 Aprile 2008
E’ cominciata la stagione del “buonismo” applicato ai rapporti tra Governo e sindacati.
Luca Cordero di Montezemolo, abituato da mesi a bacchettare tutti sulle dita, pensava di aver espresso un giudizio assolutamente condivisibile quando aveva definito “professionisti del veto” quei leader sindacali che lo avevano preso per il naso durante i quattro anni della sua presidenza. Ma la sua tardiva esibizione dei muscoli aveva scatenato una sequela di critiche e non solo da parte dei vertici confederali (annichiliti dal successo del libro L’altra casta di Stefano Livadiotti).
A scendere in campo per primo era stato Roberto Carderoli, seguito subito da altri esponenti del centro destra, mentre quelli del Pd osservavano la scena stupiti chiedendosi: “Ma come? Noi siamo nell’ordine d’idee di arrivare al redde rationem con questi sindacati conservatori che ci hanno impedito di “fare”, mentre i nostri avversari si mettono a difenderli?”.
Proprio così. Anche nei giorni seguenti, a ridosso della presentazione del programma e della squadra di Emma Marcegaglia, le aperture di credito a Cgil, Cisl e Uil sono continuate, fino all’intervista al Giornale di Maurizio Sacconi, il 25 aprile, quando uno dei probabili ministri del Welfare ha rivolto un appello alla collaborazione addirittura all’avversario storico e pregiudiziale dei Governi Berlusconi: la Cgil.
In buona sostanza, la maggioranza non cerca vendette nei confronti dei sindacati, nonostante la conflittualità del passato recente. E nonostante l’appoggio che Cgil, Cisl e Uil hanno fornito a Romano Prodi, all’Unione prima e al Pd poi. Paradossalmente, qualche riserva il PdL farebbe bene ad averla nei confronti della Confindustria dal momento che la presidenza uscente ha appoggiato apertamente il Pd. Ma per Berlusconi è acqua passata. Anzi il Cavaliere – magnanimo – si è persino spinto a chiedere a LCdM di entrare a far parte dell’esecutivo. Verso il nuovo vertice femminile di viale dell’Astronomia è in corso un evidente processo distensivo. Perché la svolta? L’alleanza PdL-Lega-Movimento delle autonomie ha davanti a sé un compito ed una prospettiva troppo importanti per infilarsi in situazioni rischiose di conflitto sociale. Somiglia ad un esercito che ha sfondato inaspettatamente il fronte nemico e che ora dilaga nelle pianure.
Così, il PdL non vuole prestare i fianchi alla guerriglia dei sindacati, a meno che non sia costretto a farlo. Non ci saranno più guerre per errore, dunque? Nessuno tra le forze migliori del centro destra rinnega la battaglia condotta nel 2001 e nel 2002 per la revisione dell’articolo 18 dello Statuto. Il problema di individuare dei percorsi di maggiore flessibilità in uscita è tuttora aperto, tanto che persino le forze migliori della sinistra riformista se lo stanno ponendo, spesso con coraggio e determinazione (si pensi alle idee condivisibili di Pietro Ichino che non è più un “libero pensatore” ma un autorevole senatore del Pd).
Nel 2001 il Governo si mosse sulla base di affidamenti provenienti dall’interno del sindacato, che poi non vennero apertamente allo scoperto. Ci furono, poi, dei gravi errori tattici che avvelenarono fin dall’inizio la vertenza: la norma di modifica dell’articolo 18 venne resa nota il giorno dell’apertura del Congresso della Quercia. La notizia esplose in quel consesso e inevitabilmente fu presa di mira da tutte le parti. E divenne un casus belli.
Oggi il nuovo governo non metterà in discussione il protocollo del 2007 su welfare e lavoro. Eventuali parziali modifiche (sullo staff leasing, ad esempio) saranno oggetto di confronto con tutte le parti sociali, anche con quelle che il governo Prodi lasciava a fare da tappezzeria. Il PdL ha una ragione di più per prestare attenzione alle forze sociali. Una società complessa non si governa soltanto dalla stanza dei bottoni e dalle urne elettorali. Occorre avere un rapporto positivo con i corpi intermedi, con l’establishment, perché queste realtà sono oggi la principale forza della sinistra e la nostra vera debolezza.
La via da percorrere non è quella di creare strutture ed organizzazioni sociali sostanzialmente di partito. Questo era l’andazzo della Prima Repubblica quando i grandi partiti del dopoguerra avevano organizzato la società civile per grandi filiere ideologiche, che passavano per i sindacati, le associazioni professionali e quant’altro, fino alla bocciofila sotto casa. Quell’esperienza è oggi irripetibile.
Non avrebbe senso che il PdL cercasse un apparentamento con l’Ugl (che somiglia sempre più ad una succursale della Cgil) o con la diaspora dei sindacati autonomi. Se i partiti tradizionali sono scomparsi (gli ultimi scampoli in occasione delle recenti elezioni), mentre sono rimasti – tuttora forti ed autorevoli – i sindacati tradizionali, una ragione ci dovrà pur essere.
E’ la strada indicata dai lavoratori nella loro infinita saggezza, quando votano per il PdL e la Lega Nord ma in azienda si iscrivano alla Cgil o alle altre confederazioni storiche. I sindacati non nascono a tavolino ma dalla storia del movimento operaio, nel bene come nel male.
La Lega ha raddoppiato i voti ma il SinPa resta quel che era. Certo, se deve essere tregua o guerra non dipende solo dal Governo. Anche i sindacati devono mettere le carte in tavola. E soprattutto devono accettare le esigenze ineludibili di cambiamento che sono indispensabili alla società italiana.
Fino ad oggi Cgil, Cisl e Uil hanno “scambiato” col centro sinistra appoggio politico per ottenere un sostanziale immobilismo. Sono stati veramente dei “professionisti del veto”. Le cose non possono andare avanti così. Anche se avesse vinto il Pd i sindacati avrebbero avuto il problema di voltare pagina, perché un Governo Veltroni, fedele al programma, non avrebbe potuto fare a meno di sfidarli.
Concludendo, Berlusconi dovrebbe andare al più presto al confronto con le parti sociali. Bisogna che il Governo capisca che aria tira, mettendo in campo le risorse disponibili a favore della detassazione dello straordinario e del salario variabile a condizione che entro 40-50 giorni la parti sociali siano in grado di negoziare un nuovo modello contrattuale che valorizzi il decentramento, il merito e la produttività. E che sappia anche cogliere le differenze. Nel paese dei tanti divari voler continuare ad imporre dalle Alpi alla Sicilia soluzioni contrattuali forzatamente uniformi è solo un modo per alimentare il lavoro sommerso.
