Con il declassamento di Fitch alle Popolari può iniziare la fine del rating
06 Dicembre 2011
di Andrea Doria
Non è una novità che le “tre megere” del rating internazionale poco colgano della realtà delle cose, chiusi come sono i propri analisti in qualche palazzetto mezzo sfitto di Canary Wharf o della City. Lo avevamo capito da tempo. Le tre agenzie di rating internazionale – Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch – sono infatti il grimaldello di un’azione di destabilizzazione del mercato dei titoli di debito pubblico sulle due sponde dell’Atlantico e non solo ormai da mesi a questa parte (si pensi a paesi in difficoltà politica come l’Egitto i quali in mezzo ai guai che hanno, devono fare i conti non solo con la crisi economica ma anche con i declassamenti delle megere del rating). Quando si dice la tempistica.
Alle tre agenzie mettere in difficoltà gli Stati e i processi democratici di paesi come l’Italia o la Grecia, non bastava. Nel loro mirino sono finite anche le banche italiane. Lo scorso 25 Novembre una delle tre agenzie, Fitch, ha operato un declassamento di otto banche nostrane tra cui alcuni istituti di credito popolari: Banca Popolare di Sondrio, Credito Emiliano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Milano, Credito Valtellinese, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza and Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio.
A leggere la relazioni di Fitch sul declassamento nei confronti delle banche popolari non si sa mai se si abbia a che fare con delle self fullfilling prophecy, delle profezie che si auto realizzano, oppure se nei bugigattoli openspace di Londra, di New York o Milano facciano delle previsioni corrette. Non c’è da stare allegri comunque. Fitch giustifica la sua scelta con “la fiacca performance dell’economia italiana e la pressione sulle banche italiane, combinata con la richiesta da parte delle autorità internazionali d’operare con maggiori livelli di capitale, la quale potrebbe imporre un’alta pressione sulle banche italiane di media-grandezza costringendole a rivedere al rialzo i propri obiettivi di capitale di medio e lungo periodo”.
A chiusura delle ragioni del declassamento degli istituti italiani, si fa notare che “le otto banche in questione stanno già cercando di diventare più efficienti nella gestione dei costi, ma Fitch non crede che esse saranno in grado di ridurre i loro costi drasticamente a causa del proprio modello di business fondato su un costosa rete di sportelli”. Hanno ragione loro, verrebbe da dire. In verità l’azione di declassamento di Fitch non tiene conto delle dinamiche locali e si affida a una visione macroeconomica, l’unica disponibile nel bugigattolo analitico di Londra, New York o della sede nel centro di Milano di Fitch Ratings.
Le banche oggetto di declassamento hanno rifiutato con convinzione le ragioni addotte da Fitch. In particolare una dura presa di posizione è stata assunta dall’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari in merito alla valutazione di Fitch. Una nota del Consiglio d’Amministrazione di Assopopolari riunitosi a Milano, sotto la presidenza dell’avv. Carlo Fratta Pasini, non si è fatta attendere: “La decisione presa colpisce, in modo particolare le banche retail di media dimensione operanti, di fronte alla concorrenza, in una situazione di asimmetria normativa, venutasi a determinare dalla recente pronuncia dell’EBA, la quale ha stabilito che – ai fini dell’adeguatezza patrimoniale – i titoli del debito pubblico (compresi quelli detenuti fino a scadenza) siano contabilizzati ai valori di mercato. Ciò penalizza economicamente e patrimonialmente gli intermediari italiani, con il risultato di ridurne la capacità di finanziare l’economia reale”.
“Lascia poi oltremodo perplessi – prosegue la nota – la circostanza che simili valutazioni, riguardanti banche la cui attività è focalizzata sulle economie locali, non sembrano affatto basate sulle evoluzione di questi contesti ma esclusivamente su scenari di ordine macroeconomico. Tutto questo anche se Fitch Ratings conosce molto bene le specificità strutturali delle Banche Popolari, che le rendono non omologabili e non assimilabili alle banche universali. Infatti, i dati disponibili, a ottobre continuano a dimostrare, come in tutti i mesi degli ultimi quattro anni, l’eccezionale impegno profuso nel sostegno dei territori e delle comunità servite da parte delle Popolari. Essi indicano una crescita dei depositi saldamente ancorata al 5%; mentre, sul lato dei nuovi finanziamenti si registra, da inizio anno, un flusso pari a 34 miliardi di euro, l’8,5% in più rispetto al 2006 (+2,7 miliardi) quando il PIL italiano cresceva al 2%. Non abbiamo operato diversamente dal passato. Questa è la nostra mission da 150 anni e certamente, non la metteremo in discussione tanto più a fronte di suggerimenti provenienti da chi non è certo esente da responsabilità nell’aggravarsi della crisi sistemica e globale che stiamo vivendo”.
“Le Banche Popolari Italiane – conclude la nota – seguiranno con attenzione l’iter della proposta di direttiva adottata tre settimane fa dalla Commissione Europea sulle società di rating finalizzata a ridurre, secondo quanto dichiarato dal Commissario Europeo al Mercato interno Michel Barnier, l’ eccessiva dipendenza delle banche da esse”.
