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Quali danni dallo stop alla produzione

Con il decreto ‘salva-Ilva’, il governo ha difeso e riaffermato la legalità

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Mettiamo il caso che, in un giorno qualsiasi, la Procura di una grande città si accorga – osservando i dati delle centraline che rilevano l’intensità delle polveri sottili nell’aria – che il livello di inquinamento ha superato (come avviene sovente) gli standard ritenuti compatibili (si tratta pur sempre di condizioni che non fanno certo bene alla salute anche quando sono conformi a limiti considerati accettabili sulla base delle regole vigenti). E che, in conseguenza di tali constatazioni, il pm emetta un’ordinanza di sequestro di tutte le auto, comprese quelle in regola con le ultime prescrizioni europee, perché anch’esse inquinano seppur con minore intensità.

E’ evidente che, in seguito a questo provvedimento, sorgerebbero delle polemiche destinate a far scendere in campo le istituzioni e quant’altro, dando vita a una escalation con la Procura, la quale, a un certo punto  potrebbe arrivare al sequestro, sine die, degli impianti della Fiat, almeno fino a quando, a suo esclusivo avviso, le tecnologie usate non dessero la garanzia – secondo parametri del tutto arbitrari -  che le emissioni delle auto fossero immuni da effetti cancerogeni (come  accade oggi). E magari, il pm potrebbe pure ordinare il sequestro di tutte le auto quali  corpi del reato. Con tutto il rispetto dovuto all’ordine giudiziario, una tale eventualità sarebbe ritenuta un atto di ordinaria follia. Ma, onestamente, è poi così grande la differenza tra questa ipotesi di fantagiustizia e quanto sta accadendo, dallo scorso mese di luglio fino a oggi, a Taranto per il caso ILVA? A noi sembra di no. In quella delicata vicenda occorrere dare a Cesare quel che gli spetta.

La magistratura ha sicuramente contribuito a mettere in moto, per lo stabilimento e l’area circostante, un processo di risanamento che sonnecchiava colpevolmente, pur essendo enormi e gravi i problemi da risolvere. E’ probabile, infatti, che senza la mano dura dei pm, una serie di misure (il decreto Taranto, l’aggiornamento dell’Autorizzazione Integrata Ambientale rispetto alle migliori tecnologie indicate in sede Ue, lo stesso impegno della proprietà ad investire nel risanamento ambientale)  non sarebbero mai state adottate in modo tanto sollecito. Non si dimentichi mai che in altre occasioni l’ILVA aveva presentato ricorso al Tar contro le prescrizioni delle Autorità, ottenendo il più delle volte ragione.

Tutto ciò premesso, però, non è comprensibile né tanto meno condivisibile che la magistratura tarantina pretenda di uccidere lo stabilimento per poterlo risanare. E non si renda conto di quale irreparabile danno il <fermo> dell’ILVA di Taranto determinerebbe non solo sugli altri stabilimenti del gruppo, ma su tutta la struttura produttiva del Paese (dei 9 milioni di tonnellate di acciaio prodotte per il mercato italiano, ben 6 milioni vanno al Nord di cui 2 milioni nella sola Lombardia). Per non parlare, ovviamente, delle gravissime ricadute occupazionali nell’area di Taranto.

Il recentissimo decreto del Governo ha sostanzialmente recepito la nuova AIA, per la quale il Governo aveva riaperto la procedura (poi chiusa il 26.10.2012) sulla base della indicazione delle migliori tecnologie disponibili in siderurgia per assicurare la protezione dell’ambiente (Gazzetta Ufficiale della UE dell’8 marzo 2012), da applicarsi a partire dal 2016, limitatamente ai nuovi impianti. Pertanto, se l’ILVA si atterrà a quanto previsto dal decreto avrà applicato i nuovi standard con ben due anni di anni di anticipo rispetto a quando inizieranno a farlo i suoi concorrenti europei (non parliamo ovviamente dei cinesi e quant’altro).

L’AIA, prima, il decreto, adesso, stabiliscono un percorso graduale di risanamento progressivo degli impianti dell’area a caldo (cokerie, altoforno e agglomerato) sulla base di un indice di priorità finalizzato a rendere immediatamente eseguite le attività più urgenti per tutelare la salute dei lavoratori e della popolazione. Inoltre, le prescrizioni riguardano anche il parco minerario (esteso per ben 72 ettari, il più grande del mondo) contiguo con il rione Tamburi (in 20 anni passato da 6mila a 23mila abitanti grazie all’abusivismo). Il piano di interventi comporta una stima di investimenti per circa 3 miliardi di euro. In tale contesto, a noi sembra incomprensibile l’accanimento dei pm e del Gip di Taranto, per quanto riguarda sia l’ordinanza del 26 novembre sia il proposito di sollevare conflitto di competenza presso la Consulta.

Ovviamente i media svolgono il loro ruolo nefasto. Con la mania di semplificazione propria della comunicazione televisiva, l’alternativa sembra essere la seguente: è meglio lavorare e morire di cancro, insieme alla propria famiglia, oppure chiudere l’ILVA e morire di fame? In altre parole: è nato prima l’uovo o la gallina? E’ prioritario il diritto al lavoro o il diritto alla salute? Nessuno che si prenda la briga di spiegare che produrre acciaio non è come coltivare fiori. E che noi non possiamo nei giorni pari essere fieri di stare al secondo posto in Europa come industria manifatturiera, poi, nei giorni dispari, chiudere le fabbriche perché le loro emissioni fanno male alla salute.

Come ha affermato il ministro Corrado Clini riferendo in Aula sul caso ILVA <la tutela della salute è l’obiettivo principale delle direttive europee e delle leggi nazionali che stabiliscono i limiti alle emissioni inquinanti delle automobili, delle centrali termoelettriche, degli impianti siderurgici, della chimica e di tutte le attività. E’ ormai da 25 anni – ha proseguito Clini – che le tecnologie di produzione industriale in Europa sono stabilite sulla base degli obiettivi di protezione della salute che sono identificati a livello europeo d’accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità>.

Ma, nello stabilire questi parametri, si tiene conto di tante esigenze riguardanti i diversi settori produttivi, perché ci sono problemi di ammortamento degli impianti, di risorse da investire, di coordinamento tra i diversi Paesi. Soprattutto, i sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi ai quali attenersi per essere in regola. Per comprendere questo fondamentale concetto, messo in discussione a Taranto, Clini ha ricordato che l’industria automobilistica europea è stata obbligata, in 20 anni, a cambiare drasticamente le tecnologie motoristiche, l’industria di raffinazione a cambiare i combustibili (ma nel giro di tempi brevissimi), con l’obiettivo di tutelare l’ambiente e la salute. <Ma se qualcuno oggi assumesse – sono parole del ministro – che semplicemente il fatto che un’automobile circoli rappresenta un danno alla salute, questo vorrebbe dire automaticamente che noi dovremmo vietare, indipendentemente dalle leggi nazionali e dalle direttive europee, la circolazione delle automobili>.

Così, il Governo, a Taranto, sta difendendo la legalità perché se si dovesse cedere su questo aspetto non vi sarebbe più nessun punto di riferimento. E nessuna attività produttiva può nascere, competere e svilupparsi nell’incertezza delle regole.

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