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Governo ed emergenza sanitaria

Con il moralismo non si governa un Paese

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In questi anni, nel bailamme del confronto politico abbiamo trovato fondamentalmente due parti in campo. Quelli che sorridevano agli strafalcioni dei “nuovi”, da Di Maio che teletrasportava Pinochet dal Cile al Venezuela sino a Barbara Lezzi e le sue teorie strampalate sul legame tra il Pil e i condizionatori. E dall’altra parte i difensori ad oltranza, lesti a rispondere come “almeno loro non rubano”, che nonostante la giovane età e l’inesperienza avevano caricato sulle loro spalle il peso del rinnovamento. Derby da social, certo, ma non solo. Perché attorno al peso della conoscenza nella gestione della cosa pubblica si è snodato il racconto di questi anni, dove è entrato con dirompenza quel valore, l’onestà, propulsore dell’ascesa nelle istituzioni di persone qualunque, senza particolare meriti da rivendicare nel proprio percorso individuale. 

E dunque il criterio qualificante ha assunto una dimensione tutta moralistica. Non morale, attenzione. La morale presuppone una tavola di valori strutturati trasmessi attraverso generazioni. Il moralismo è un’altra cosa, l’impasto tra un neoconformismo e qualche incontestabile principio elementare (chi mai potrebbe dir nulla contro l’onestà?) per acquietare certe debolezze, additando il bersaglio di turno: l’invidia sociale, il senso di rivalsa, la fuga dall’autocoscienza degli erori.
Con il moralismo si creano suggestioni e consenso elettorale, ma non si governa un Paese. E oggi cogliamo, interamente, i contraccolpi di quel cambio di ottica che in quest’ultimo decennio ha sconvolto la politica. L’opera di contrasto da parte del governo è stata contrassegnata dalla sciatteria, sia nell’atto che nell’immagine. Il Presidente Conte che annuncia, ormai settimane orsono, l’estensione della restrizione per tutta la Lombardia ore prima di rendere esecutivo il decreto sul tema ha compiuto un errore che ha causato la fuga in massa di potenziali contagianti dal Nord verso le regioni meridionali.
Così come, da lì in poi, i provvedimenti emanati hanno richiesto ulteriori circolari chiarificatrici. Per non parlare del famoso modulo di giustificazione per le uscite da casa, ormai diventato una barzelletta. Spesso la comunicazione giunta dall’Esecutivo, inoltre, è stata deficitaria e parziale. Per non parlare di certe boutade, incidenti mediatici che hanno segnato il percorso. A partire dalla fase iniziale del dramma Coronavirus, quando Conte ha ventilato un non rispetto del protocollo da parte dei medici del lodigiano, passando per il ventilato click Day del presidente Inps Tridico, per finire con la mascherina penzolante dall’orecchio del ministro Boccia (dai più vista come uno sberleffo all’assessore Gallera che aveva definito del tutto insufficienti quei dispositivi) e il suo collega Provenzano che teorizza ammortizzatori sociali per i lavoratori in nero.
 Una lunga serie di inciampi, che hanno disorientato cittadini già stressati dalla lunga privazione delle libertà e messo in subbuglio alcune categorie, già in tensione per via dei contraccolpi economici di questa crisi. Abbiamo assistito all’istituzionalizzazione della sciatteria, dunque, figlia di anni in cui il condono dello sbaglio è diventato un dogma nella meravigliosa illusione che abitassero solo nei film situazioni limite, gigantesche nella loro drammaticità fossero, in cui lo sbaglio non è ammesso.
L’istituzionalizzazione della sciatteria, certo, figlia del ribaltamento dei meriti in favore di quel dilettantismo percepito come “vaccino” unico per combattere il malaffare. Peccato che oggi, di vaccino, ne servirebbe un altro. E con il dilettantismo non si vincono le guerre.
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