Con il Papa ma non “fino alla morte!”

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Con il Papa ma non “fino alla morte!”

Con il Papa ma non “fino alla morte!”

25 Gennaio 2008

Nell’articolo
inviato la scorsa settimana a ‘L’Occidentale’,
Per stare dalla parte del Papa Voltaire
non basta,

ho definito ‘giornata della vergogna’ . Una pagina di storia patria davvero indecente, che non
fa certo onore all’Università italiana e che andrebbe chiusa al più presto.
Occorre, tuttavia, intendersi su quello che è ‘andato storto’ giacché, sul
piano del rispetto delle regole e dei principi di una ‘società aperta’, come il
Rettore e il Senato accademico avevano la facoltà  di invitare il Papa non solo a presenziare
all’inaugurazione dell’anno accademico ma altresì a tenere la lectio magistralis così il gruppo di
fisici dissidenti rimaneva libero di manifestare il proprio disappunto per una
decisione legittima e democratica ma, a suo avviso, in contrasto con lo spirito
dell’Accademia e della ricerca scientifica (ovviamente, come da esso inteso). Per
una serie di equivoci e di strumentalizzazioni, un dissenso lecito e
ineccepibile si è tramutato in una ‘lotta di civiltà’, riempiendosi di
contenuti culturali che con l’orteghiana e weberiana ‘missione dell’Università’
non avevano nulla, proprio nulla a che vedere. In tal modo, l’ideologia
espressa nella lettera di Marcello Cini sul ‘Manifesto’ del 14 novembre, è
diventata la filosofia di una disobbedienza tutt’altro che civile, scatenando
l’arcipelago libertario e antagonista, i cui esponenti hanno tenuto in ostaggio
il Rettorato senza che a nessuno venisse minimamente in mente che l’occupazione
di edificio pubblico è un reato e che la polizia ha il compito d’intervenire.
Commentando la famosa citazione di Manuele II fatta a Ratisbona  da Papa Ratzinger––, l’illustre fisico romano è
arrivato a scrivere: . In realtà, il coraggio è tutto di Cini che parla di
vicende passate apprese su testi di cent’anni fa senza sospettare che anche la
storiografia ‘fa progressi’ e che essa  oggi
  interpreta quelle vicende in maniera assai
diversa—grazie al lavoro di studiosi credenti e non credenti.

 Avendo un’alta concezione della scienze, non
solo di quelle ‘naturali’ ma altresì di quelle ‘umane’, mi chiedo come si sia
potuto contrapporre alla ‘superstizione religiosa’, rappresentata dalla Chiesa
di Pietro, la ‘verità’ di una visione demonizzante, se non complottistica,
della storia del cristianesimo occidentale che ci è mancato poco che non
attribuisse alle mene vaticane la peste bubbonica e il terremoto di Messina.
Accreditando, tra l’altro, una visione assai poco ‘materialistica’ ,ma non
pertanto ‘scientifica’, degli accadimenti umani che, almeno per certi secoli,
fa del ‘potere simbolico’ il motore della storia. E tuttavia, grazie anche ai
Flores d’Arcais, agli Odifreddi, alle Hack—sempre in prima fila quando si
tratta di rispolverare un anticlericalismo che sarebbe parso imbarazzante a
‘L’Asino’ di Podrecca— le banalità storiografiche di Marcello Cini sono diventate
una sorta di Little Bighorne  per gli eredi non spergiuri di Galileo! Col
risultato che da Mussi a Storace—con l’eccezione dei radicali e di quel che
resta dei socialisti—un dissenso (ripetiamo, legittimo) è apparso, qual era
oggettivamente, un’espressione di ottusa intolleranza.

   Giustamente un autentico liberale come Luigi
Compagna, ricorda il dovere, in una società pluralista, di rispettare tutte le
opinioni–che siano o no espresse nei templi del Sapere—ma qui il problema è
quello della serietà degli studi e del compito che incombe ai suoi cultori: un
compito che porta ad avanzare seri dubbi sulle competenze storiche e
filosofiche di Cini, Scalfari & C. Libertà per tutti ma rispetto solo per le
opinioni meritevoli di rispetto. Per dirla in modo più chiaro: se sul piano
del  diritto e delle attribuzioni
specifiche, Rettore e Senato accademico hanno il potere di chiamare l’emerito
Prof. Ratzinger a tenere la prolusione e sul piano della ‘civiltà liberale’ il
partito dei fisici ha  la libertà di
avanzare forti riserve sull’invito, sul 
piano della  difesa della ‘scienza
moderna’—che ,nella loro scarsa dimestichezza con le Humanities, i dissidenti della Sapienza identificano tout court con l’illuminismo francese!–quanti,
come lo scrivente, intendono tener ferma   la
liberale ‘ separazione delle sfere’, possono ben far rilevare che alla fede non
si può contrapporre uno scientismo nutrito dei luoghi comuni dell’associazione
degli atei razionalisti. La carrozza del sapere, per riprendere una bella
metafora di Max Weber, non è un veicolo  su cui si può salire e da cui si può scendere
a piacere.

 Detto questo, ritengo  che un liberale non possa aderire all’appello
di uno studioso, pur se non conformista e degno di stima come Giorgio Israel,
firmando il manifesto L’università non
può arrendersi
. Un conto, infatti, è testimoniare a caldo la solidarietà al
Papa per l’incivilissima accoglienza che gli si stava riservando l’Università
(a cominciare dalla ‘frocessione’), un conto ben diverso è sottoscrivere un
documento che sa tanto di antismo.
Con questo brutto neologismo, ‘antismo’, intendo riferirmi a quegli abiti del
cuore e della mente, così diffusi nella cultura italiana di ieri e di oggi, che
pretendono di trasformare un’alleanza momentanea tra attori politici
(individui, partiti, stati) diversi, in vista di un obiettivo comune, in qualcosa
di permanente e di ‘positivo’. E’ l’eterna mentalità azionista per cui la
battaglia ideale (e destinata a non aver mai fine) contro il fascismo non va
intesa come un accordo temporaneo tra soggetti che, a parte il comune desiderio
di abbattere una dittatura totalitaria di destra, non condividono più nulla (o
quasi), ma deve diventare una mistica, una sostanza ideale, chiamata a valutare
le diverse ideologie sul suo metro—col risultato di trasformare un aggettivo,
‘antifascista’, in sostantivo, ‘antifascismo’, e un sostantivo, ‘democrazia’,
in un attributo naturale, ‘democratico’, dell’aggettivo promosso sostantivo,
l’antifascismo appunto. Un gioco delle tre carte per il quale non può essere
definito antidemocratico, un movimento come quello comunista che, sicuramente,
è parte dell’antifascismo.

 Ma la stessa  mentalità caratterizza la destra
tradizionalista e clericale. Proprio come i suoi nemici mortali–azionisti e
radicali—quest’ultima pretende che la sacrosanta crociata anticomunista non
rimanga un’alleanza in negativo ma che, per kokettieren
col linguaggio di Carl Schmitt,   l’hostis,
il nemico, in corso d’opera,  diventi la
fornace ardente che trasforma in amicus
 tutti i materiali politici ostili alla
falce e martello. In tal modo, a cementare gli animi non sono programmi e
idealità concrete ma odi teologici e passioni morali. Al tempo della rivolta
d’Ungheria, il PCI fece circolare degli infami libelli in cui si rivelava che
ad attivare l’insurrezione popolare di Budapest erano stati vecchi arnesi del
regime nazionalista e filofascista di Horthy. Se fosse stato vero che a dar man
forte agli insorti c’erano pure dei vecchi fascisti, per un liberale magiaro la
cosa non avrebbe costituito un problema: Churchill e Roosvelt si allearono con
Stalin per abbattere il Terzo Reich, Augusto non rifiutò i veterani di Pompeo
per sconfiggere il dispotismo orientale di Antonio e Cleopatra. Per incidere
sul corso degli eventi c’è bisogno di risorse umane ma il conseguimento di un
risultato non trasforma in fratellanza siamese un matrimonio d’interesse e, in
quanto tale, programmato ‘ a termine’. Negli anni del ‘Fronte popolare’, i
liberali italiani potevano pure accettare di 
‘colpire uniti’, assieme ai Comitati Civici di Luigi Gedda, ma restando
bene attenti a ‘marciare divisi’ e con l’intenzione, a battaglia vinta, di
andarsene .

 Le strane, ma obbligate, alleanze che in una
democrazia normale rappresentano un fatto eccezionale, che si verifica solo
quando , per tanta parte del mondo politico
italiano sono (o dovrebbero essere) sempre verdi. Così a sinistra,
l’antiberlusconismo, rinascita farsesca dell’antifascismo, dovrebbe unire
liberali e comunisti, filoamericani e nostalgici di Mao, nemici mortali del
capitalismo e del mercato e rappresentanti del mondo dell’impresa, statalisti e
fautori delle privatizzazioni—sul piano dei simboli e dei principi, non ci sono
rospi tanto ripugnanti da non poter essere ingoiati se si tratta di eliminare
dalla scena politica l’uomo di Arcor e. Ma anche sull’altro versante rischia di
verificarsi un fenomeno analogo: la stigmatizzazione di una political culture, che vorrebbe
separarci dall’Occidente e dai suoi valori, diventa il crogiuolo di nuove,
durature, convergenze ideali. In tal modo, chi è lontano dall’universo mentale
di Paolo Flores d’Arcais e di Margherita Hack, è tenuto ad accettare la
compagnia dei nemici della legge 40, di quanti non riconoscono il diritto
(liberalissimo) al rifiuto dell’accanimento terapeutico, dei neo-revisionisti
che vedono in Giuseppe Garibaldi una sorta di ‘brigante balcanico’, in Cavour
un rivoluzionario laicista, in Pio IX—l’autore del Sillabo—un grande papa, degli apologeti di Benedetto XVI anche
quando condanna la globalizzazione con espressioni condividibili da Fausto
Bertinotti (cui, non a caso, una Università Cattolica sudamericana conferisce
una laurea honoris causa).

 Ma davvero un liberale, nel senso classico,
ottocentesco, del termine , deve superare il   profondo, ineliminabile, disagio di vivere in una
società in cui sia costretto a scegliere tra Paola Binetti ed Emma Bonino ? E
quando mai un Raymond Aron ha amato le chiamate a raccolta:< tutti i bianchi da una parte ,  tutti i rossi dall’altra  e mettiamo finalmente da parte ciò che in passato ci divise!>? No, —e che continua
a dividerci al presente—non sono meri pregiudizi, spigolosità di carattere,
riflessi( antagonistici) condizionati. Sono, invece, ‘cose grosse’ che
riguardano la laicità della mente, quegli imperativi della coscienza morale che
spiriti tanto diversi come Immanuel Kant e Benedetto Croce non si stancarono
mai di ricordarci nelle loro opere. Nella giornata dell’intolleranza contro
Benedetto XVI, ci si rechi tutti a Piazza San Pietro a testimoniare simpatia e
solidarietà al vecchio pontefice ma, una volta sciolta l’adunata, ciascuno
rientri in seno alla propria ‘famiglia’. I liberali coi liberali, i tradizionalisti
coi tradizionalisti!