“Con il viaggio di Netanyahu in Italia si rinsalda l’asse tra Israele e l’Europa”
24 Giugno 2009
E’ stato senza dubbio un incontro fruttuoso quello avvenuto ieri fra premier Benjamin Netanyahu e Silvio Berlusconi. Un appuntamento che è servito al leader israeliano per verificare le reazioni degli alleati europei al suo importante discorso tenuto all’Università di Bar Ilan (sì alla nascita dello stato palestinese se sarà smilitarizzato e riconoscerà Israele). Ne parliamo con Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera e parlamentare del Pdl, attenta osservatrice e profonda conoscitrice dei fatti mediorientali, convinta che l’alleanza tra l’Europa e Israele sia destinata a farsi sempre più stretta.
Onorevole Nirenstein, come giudica il cambiamento di strategia di Netanyahu a ridosso del viaggio in Europa?
Domenica scorsa Netanyahu ha tenuto un importantissimo discorso all’università di Bar Ilan, a Tel Aviv. Per il premier israeliano era molto importante verificare le reazioni dei governi europei alla sua scelta, per certi versi drammatica, di aver accettato la nascita di uno stato palestinese. Netanyahu si era sempre opposto a questa eventualità e solo da poco si è registrata un’apertura, anche se vincolata da alcune condizioni giudicate prioritarie, come la smilitarizzazione completa dei palestinesi e il loro riconoscimento dell’esistenza dello stato ebraico.
Qual è stata la reazione di Berlusconi e Fini al “nuovo corso” israeliano?
L’Italia si è dimostrata molto calorosa nei confronti del premier israeliano sia nell’incontro con Berlusconi che nella cena con Fini. Con il presidente della Camera sono emerse proposte costruttive in direzione di una pace vera, realistica e non basata sulle chiacchiere come in passato. E‘ stato anche ribadito un passaggio fondamentale: la pace deve essere costruita sul diritto di Israele a difendersi. Fini ha ribadito che Israele è l’unica vera democrazia del Medio Oriente. Credo che, se si giudica positivamente la presenza di una democrazia in quell’area, bisogna difenderne anche i suoi cittadini, cioè essere coerenti con le proprie idee. Quindi se Israele si sentirà protetta e difesa sarà molto più disponibile a cercare la pace, a fare concessioni. Penso dunque che la linea italiana sia la migliore, più pacifista delle altre e consentirà ad Israele di essere generosa verso i suoi vicini.
Netanyahu troverà la stessa disponibilità incontrata a Roma anche in Francia?
Il premier israeliano ha trovato un consenso totale in Italia e penso che sarà il benvenuto anche in Francia. Ha provato a stabilire un rapporto di collaborazione con i leader europei, incassando un appoggio concreto al suo piano ambizioso.
Parliamo dell’Iran. Quale sarà l’atteggiamento dell’Europa verso Teheran?
Durante gli incontri avvenuti in Italia si è parlato molto di Iran. In tutto il mondo, i toni e i giudizi sulla questione iraniana si stanno facendo sempre più severi. Fino a poco tempo fa c’era timore a schierarsi, a volte ritrosia; ora tutti, compreso Obama, si stanno muovendo. L’attuale situazione, sempre più sanguinosa, è il risultato di un regime mostruoso che ormai è delegittimato anche dalla popolazione. Fini, Berlusconi e Netanyahu ne hanno parlato a lungo ed è stato sollevato anche il problema dei rapporti economici che intercorrono tra Europa e Iran. Alcuni paesi Ue, come la Germania, hanno rapporti economici molto forti con Teheran che, in qualche modo, influenzano anche i comportamenti dei relativi governi, ma questo non deve impedire di condannare un regime che mette in atto una repressione violenta. La speranza è che l’Italia in questi giorni faccia sentire un supporto forte al popolo iraniano che si batte per la democrazia.
Tornando alla questione palestinese, come pensa che potrebbe evolvere la situazione dopo il discorso di Netanyahu?
Nel momento in cui i palestinesi accetteranno l’idea di costruire il proprio stato senza isolarsi ma avvicinandosi a quello ebraico, vorrà dire che avranno riconosciuto l’esistenza di uno stato che hanno sempre negato. In questo modo finirebbe la diatriba che, fin dal 1948 – in pratica da quando c’è stata la partizione dei territori – presenta una situazione in cui i palestinesi stessi non hanno mai accettato la presenza di uno stato ebraico, pensando unicamente al loro stato come a un’arma per distruggere Israele. In questo senso Netanyahu ha chiarito la situazione, precisando che lo stato palestinese dovrà essere demilitarizzato, non com’è successo a Gaza dove, da quando gli israeliani si sono ritirati, proseguono i lanci di missili e le azioni militari contro le città della fascia meridionale di Israele.
Resta la questione delle colonie in Cisgiordania…
Negli ultimi tempi anche gli europei hanno chiesto di porre fine allo sviluppo degli insediamenti, bloccando le nuove costruzioni e l’ingresso di nuovi coloni. Va detto che Israele ha già votato una risoluzione simile, nel quadro della “Road Map”, che è stata approvata più volte. Il nodo da sciogliere rimane la “crescita naturale” delle colonie, una questione ancora aperta con gli americani e a cui Netanyahu non ha opposto un rifiuto assoluto. La posizione del premier israeliano è che, se in uno di questi insediamenti nasce un bambino o si forma una famiglia, è doveroso concedergli una casa.
Sarebbe questo il motivo che ha portato ad annullare l’incontro previsto fra Netanyahu e George Mitchell, l’emissario di Obama per il Medio Oriente?
Dell’incontro con Mitchell – che doveva svolgersi oggi pomeriggio a Parigi – gli israeliani ne hanno fatto un “big deal”, un punto fermo. Netanyahu aveva inviato un collaboratore negli Stati Uniti per preparare l’incontro ma, a quanto sembra, con scarsi risultati. Per l’amministrazione Usa invece è stato un punto di principio: il dialogo riprenderà solo quando Israele ripenserà il discorso sulla crescita naturale negli insediamenti.
In conclusione quale bilancio si può trarre dagli incontri di questi giorni?
Stiamo assistendo alla nascita di un asse molto forte tra Israele e l’Europa mentre si è fatto più incerto quello tradizionale tra Israele e gli americani. Di certo il dialogo con gli Usa riprenderà, non c’è un vero contenzioso. Gli europei sono più disposti a capire le ragioni di Israele, ma presto lo faranno anche gli americani.
