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Il Financial Times: "Presidente-ombra"

Con Juppé al Quai d’Orsay la Francia cambia marcia in politica estera

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Dobbiamo cambiare, per adattarci al mondo che cambia. Questa è stato il messaggio proposto da Sarkozy in diretta televisiva ai francesi per motivare un rimpasto di governo particolarmente significativo, a tre mesi da quello effettuato a fine novembre 2010. In realtà la risposta alla “primavera dei popoli del nord Africa” conta, ma solo fino ad un certo punto. Ad una prima lettura si può senza dubbio affermare che le dimissioni di Michèle Alliot-Marie, al governo ininterrottamente dal 2002 occupando tutti i principali ministeri (Difesa, Interni, Giustizia e Affari esteri), sono un effetto collaterale dell’incapacità francese di prevedere ed interpretare le rivolte che stanno infiammando la sponda sud del Mediterraneo.

In realtà proprio la scelta di “diluire” queste dimissioni obbligate (a causa dei rapporti tra l’ex ministro degli Esteri e il regime tunisino, al quale si sono aggiunte le parole maldestre pronunciate all’indomani dello scoppio della rivolta) all’interno di un più ampio rimpasto, induce a riflettere con attenzione sulla nuova mossa di Sarkozy. Il presidente è senza ombra di dubbio in grande difficoltà. Tragicamente stazionario nel suo basso livello di popolarità, l’inquilino dell’Eliseo è dato per sconfitto al secondo turno delle prossime presidenziali praticamente da tutti i sondaggi d’opinione e contro la maggior parte dei potenziali candidati socialisti (Strauss-Kahn in testa, ma anche Aubry). Allora che fare?

Tramutare la sua indole volontarista in un più modesto, ma spesso efficace in tempi di crisi, pragmatismo. E questo pragmatismo, tradotto in linguaggio politico, implica prima di tutto uno sforzo per rassembler la propria “famiglia politica” di riferimento. Sarkozy sa di non poter contare al secondo turno su una grande riserva di voti da forze minori (come invece può accadere per il candidato socialista, con i voti della galassia dell’estrema sinistra o degli ecologisti) e di conseguenza è consapevole della necessità di fare il pieno al primo turno. E questo può accadere solo se riesce a garantirsi il voto di tutto l’elettorato della destra di tradizione gollista, quello della destra di tradizione liberal-orleanista (in larga parte il vecchio elettorato giscardiano) e almeno una parte di elettorato dell’estrema destra (Fn). Solo in un secondo momento si potrà ragionare sull’eventuale presenza di un candidato centrista forte (Borloo?) al primo turno che potrebbe garantirgli quella riserva di voti determinanti in un eventuale ballottaggio.

Le scelte di Alain Juppé al Quai d’Orsay (Affari esteri), Claude Guéant a Place Beauveau (Interni) e Gérard Longuet alla Difesa sono certamente funzionali a questa strategia. La scelta di Juppé va interpretata in stretta relazione a quella di Guéant. L’ex ministro degli esteri di coabitazione (1993-1995, molto apprezzato dall’allora Presidente Mitterrand), poi Primo ministro di Chirac nel periodo 1995-97, non ha mai avuto buoni rapporti con Sarkozy. Il loro sembra più un matrimonio di ragione, che di passione. Ognuno però può trarre beneficio dall’appoggiarsi all’altro. Juppé, a 65 anni, è salito sull’ultimo treno disponibile per gli incarichi che contano. Sarkozy ha aggiunto un nuovo tassello alla schiera dei suoi possibili successori (già dalle presidenziali del 2012) e può giocare il nuovo arrivato contro l’«iper-Primo ministro» Fillon, grande vincitore del rimpasto di novembre, che oggi appare oscurato proprio dalla stella del nuovo titolare del Quai d’Orsay.

Colui che Chirac amava definire “il più intelligente dei nostri” e che Sarkozy aveva ribattezzato “uomo del passato”, in realtà doveva arrivare al Quai d’Orsay già a novembre 2010. Egli rinunciò, optando per la Difesa, dal momento che Sarkozy nell’occasione non si era mostrato disponibile a rinunciare al suo fedele segretario generale dell’Eliseo, quel Guéant che, con il consigliere speciale per la politica estera Jean-David Levitte e lo stesso Presidente, dal 2007 ha dettato le linee diplomatiche del Paese. Sarkozy si è reso conto di quanto Juppé sia considerato il volto professionale e serio di una destra ortodossa e rassicurante in una congiuntura di crisi come quella in atto. Il sindaco di Bordeaux ha ottenuto così il Quai d’Orsay e Guéant è stato “promosso” laddove aveva sempre sognato andare: al ministero degli Interni.

Ma la missione di Juppé, quello che il «Financial Times» ha addirittura definito lo shadow President (P. Hollinger, Sarkozy asks Juppé to salvage foreign policy, 01-03-2011) ha una sua importanza direttamente legata alla proiezione di politica estera francese. Innazitutto per quello riguarda l’aspetto tecnico. Infatti Juppé dovrà intervenire per far risalire l’umore tra il corpo diplomatico. Gli interventi anonimi apparsi su «Le Monde» e «Libération» e redatti da differenti gruppi di diplomatici sono la testimonianza di un malumore persistente e per nulla episodico. Malumore innanzitutto, ma non solo, legato alla tendenza alla presidenzializzaione della politica estera. Che nella costituzione materiale della V Repubblica la politica estera sia, insieme a quella della difesa, prerogativa dell’Eliseo è accettato da tutti, naturalmente anche dai diplomatici.

Con Sarkozy questa tendenza è stata però portata alle estreme conseguenze. Sarkozy, Levitte e Guéant hanno sistematicamente evitato di coinvolgere il ministero degli Affari esteri nelle principali decisioni, proponendo peraltro una politica dell’annuncio e dell’intervento ad effetto che mal si sposa con le abitudini di una delle più antiche e strutturate diplomazie (seconda solo agli Usa per numero di personale e ambasciate nel mondo). Infine Juppé dovrà contribuire a delineare un profilo politicamente coerente alla politica estera del Paese. Se con il ritorno definitivo nel comando integrato della Nato Sarkozy ha seppellito uno degli ultimi dogmi gollisti della politica estera francese, a partire dalla sua collocazione europea, passando per il suo ruolo nel Mediterraneo e in Medio Oriente, Parigi rimane alla ricerca di una linea mediana tra quella di «super-potenza» (chimerica) e quella di «media-potenza» (svilente). Nel luglio 2008, consegnando a Sarkozy il Livre blanc sur la politique étrangère et européenne de France realizzato con Louis Schweitzer, Juppé raccomandava «una politica estera più coerente e più interministeriale». Insomma un buon punto di partenza per il titolare del Quai d’Orsay.

Tornando al rimpasto interessante è anche la scelta di Guéant agli Interni. Questa sorta di cardinal Richelieu contemporaneo lascia le stanze dell’Eliseo per un incarico eminentemente politico. Eppure Guéant non è un politico di professione, mai eletto, prefetto di carriera, per la prima volta a Place Beauveau nel 1977, nel gabinetto del ministro centristaBonnet, vi è poi tornato con Pasqua negli anni Ottanta e con Chevenement nel 1997, per poi fare il direttore di gabinetto nel 2002 con Sarkozy. Da allora non ha più lasciato Sarkozy e oggi il posto di premier flic de France comporta una missione delicatissima, sia per il ruolo che il ministro degli Interni svolge in vista delle elezioni, sia per riuscire a ricucire quel filo che sembra essersi spezzato tra l’Eliseo e uno dei settori che mai l’avevano abbandonato, quello delle forze dell’ordine.

Infine Gérard Longuet al ministero della Difesa. La promozione al governo del presidente dei senatori Ump è contemporaneamente un premio per il lavoro svolto al Palais du Luxembourg, un segnale lanciato all’ala liberale del partito e infine una strizzata d’occhio ai settori più di destra della maggioranza. Tutti sanno della militanza giovanile di Longuet in gruppi di estrema destra («Occident» e «Groupe Union Défense»), laddove ha condiviso esperienze al limite della legalità con alcuni cavalli di razza prima del giscardismo liberale e poi del gollismo come Alain Madellin, Hervé Novelli e Patrick Devedjian. La sua nomina insomma si inserisce a pieno nella nuova strategia di Sarkozy. Prima di tutto rassembler à droite.

A quindici mesi dal voto presidenziale l’ennesimo rimpasto operato da Sarkozy potrà risultare decisivo per invertire un esito negativo che sembra già scritto? Difficile dirlo, come difficile è sbilanciarsi nel definire già chiusa la partita per Sakozy. La storia della V Repubblica è ricca di recuperi clamorosi. La vittoria di Mitterrand nel 1981 giunse piuttosto inattesa, come il fallimento di Balladur del 1995. Ugualmente nessuno era stato in grado di pronosticare il flop di Jospin nel 2002. Molto dipenderà dalle prossime mosse del PS e in particolare dalle primarie dell’ottobre prossimo. Sarkozy si trova di fronte all’improbo compito di tentare di spezzare l’inerzia e perlomeno invertire un trend costantemente negativo oramai da tre anni. Il PS, dal canto suo, deve tenersi lontano dalla tendenza alla frammentazione interna e alla guerra tra capi-corrente. Un compito complesso, almeno quanto la rincorsa di Sarkozy.

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