Home News Con la crisi tutti si affrettano ad aiutare le imprese invece di fare le riforme

Soluzioni inutili

Con la crisi tutti si affrettano ad aiutare le imprese invece di fare le riforme

Infine è successo: l’aiuto che l'amministrazione Bush ha fornito al settore automobilistico lo scorso 19 dicembre è la prova che i governi hanno la memoria corta. Tante volte gli interventi pubblici di sostegno a grandi imprese e a importanti settori industriali sono stati la regola delle crisi, in America e ancor più in Europa, ma mai la soluzione. Nell’immediato, General Motors e Chrysler useranno i 13,4 miliardi di dollari (altri 4 miliardi giungeranno a marzo) concessi dal governo per sopravvivere ma le perdite accumulate (più di 50 miliardi all’anno) e le prospettive molto negative per il 2009 faranno sì che il prestito pubblico esaurirà i suoi effetti salvifici in pochi mesi, proprio come è accaduto ad Alitalia. E’ uno spreco di soldi, ma è soprattutto un uso iniquo e poco lungimirante di risorse pubbliche: sussidiare imprese inefficienti significa distorcere il mercato e distorcere il mercato è la peggior cosa che possa essere fatta in un periodo di crisi. Se infatti non si lasciano fallire le imprese che hanno sbagliato strategia, prodotti o investimenti, si premia l’errore e si toglie la possibilità al mercato di selezionare le imprese migliori su cui si può basare la ripresa economica.

E poi, un intervento pubblico solleva sempre una domanda: perché salvare un determinato settore e non altri? Qualche tempo fa il ministro dell’Agricoltura Zaia ha sussidiato con 50 milioni di euro i produttori di parmigiano reggiano e di grana padano. Il giorno dopo, i produttori di mozzarella di bufala, di pecorino sardo e di altri formaggi tipici hanno fatto sentire la loro voce contro l’ingiustificato trattamento di favore. Se una parte della produzione di grana e parmigiano resta invenduta, non viene giù il mondo: banalmente i produttori dovranno ridurre in futuro l’offerta; non è scritto in cielo che il mercato debba mangiare tanto parmigiano quanto chiedono i produttori.

I sostenitori dei salvataggi pubblici giustificano gli stessi sostenendo che un eventuale fallimento in questo o quel settore manderebbe sul lastrico un numero elevatissimo di lavoratori e famiglie, con effetti nefasti sull’intera economia. Ma se l’obiettivo è proteggere i lavoratori in difficoltà, non sarebbe meglio che lo Stato faccia esattamente questo? Insomma, è meglio lasciar fallire le aziende e destinare le risorse pubbliche direttamente ai lavoratori dei settori in difficoltà (offrendo loro sussidi di disoccupazione, corsi di riqualificazione, prestiti agevolati a chi si mette in proprio). Insieme a questo, vanno implementate le uniche possibili e non distorsive politiche di sostegno al reddito che esistano: il taglio delle tasse e, dove servono, le liberalizzazioni.

Per l’Italia, tutto ciò vale ancora di più, viste le storture del nostro sistema di welfare, la pressione fiscale tanto elevata, i mercati ancora così vischiosi. La crisi potrebbe rappresentare una straordinaria occasione, perché è in periodi come questi, quando non ci si può troppo curare di rendite di posizione e interessi consolidati (ammesso che in altri momenti lo si possa fare), che si può trovar la forza di riformare.

Sul fronte del welfare, la ricetta è nota: le storture del nostro sistema stanno nell’eccesso di risorse destinate alle pensioni a discapito delle altre prestazioni sociali. Nel 2005 le pensioni (anzianità, vecchiaia e reversibilità) hanno assorbito il 60,7 per cento della spesa sociale, contro valori in Francia e in Germania del 44 e 43,5 per cento. Al contrario, nel bilancio sociale italiano c’è molto poco per gli ammortizzatori: l’1,9 per cento del totale della spesa sociale contro una media europea tre volte maggiore. Solo riducendo il peso della spesa pensionistica si possono liberare risorse per il finanziamento degli ammortizzatori sociali e per una riforma complessiva del modello di protezione.
Sulle tasse, andrebbe attivato un’azione di due diligence atta a individuare spesa pubblica improduttiva. Soprattutto, c’è un tesoretto chiamato “patrimonio pubblico” che andrebbe utilizzato: con un grande piano di dismissione (e questa è una misura à la Tremonti o – comunque – à la Tremonti di una volta) si possono liberare risorse per una riduzione delle aliquote Irpef e Ires. Infine, le liberalizzazioni. C’è un grande capitolo, ad esempio, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, che andrebbe riaperto con urgenza. E c’è da parlare di trasporti, di libere professioni, di grande distribuzione. Più i mercati sono aperti, più c’è concorrenza, più i consumatori possono beneficiare di prezzi bassi. Questi sono gli interventi pubblici che servirebbero davvero.

 

  •  
  •  

3 COMMENTS

  1. se ci abbandona anche l’america…
    Se anche l’America ci abbandona, siamo messi proprio male. Interessante la tesi secondo cui non bisogna aiutare le imprese ma direttamente i lavoratori. Mi chiedo perchè non siano i sindacati a promuovere una visione del genere: invece di dare soldi ai padroni, li si darebbe ai lavoratori. Evidentemente hanno paura di perdere il loro potere negoziale, i vari scansafatiche sindacali.

  2. Il settore auto ha avuto gia troppo
    L’argomento è ampio, mi limiterò a esporre il mio punto di vista sul settore auto.
    Per capire se gli aiuti al settore auto siano un investimento saggio bisogna prima avere chiaro a quale bisogno l’industria automobilistica risponde oggi.
    La domanda che pongo può sembrare banale visto che da sempre l’auto risponde ad un bisogno primario dell’uomo che è quello di muoversi liberamente, per lavoro, per il tempo libero, per coltivare le sue relazioni sociali.
    Eppure oggi l’auto non è solo questo, se oggi l’auto fosse solo questo probabilmente basterebbe un quarto della produzione attuale per soddisfare i bisogni.
    Oggi l’auto è un prodotto che segue le mode, un ‘vanity product’ alla pari di un capo di abbigliamentoe di un accessorio firmato; solo un terzo del denaro speso nell’automobile serve a coprire il bisogno primario per il quale è nata, il resto va a coprire le spese per la sua sostituzione (o demolizione) anticipata rispetto alla sua durata reale e per l’acquisto di modelli e accessori di prestigio.
    Le case automobilistiche sanno bene questo e sfornano modelli nuovi con una frequenza sempre maggiore, lanciando quel messaggio che ha fatto la loro fortuna: la tua auto è fuori produzione da tre anni, ormai è vecchia, che figura ci fai?
    e ancora: le quotazioni dicono che vale molto poco, ti conviene ripararla?
    Nell’attuale periodo di ristettezze l’uomo sembra rinsavirsi ribellandosi a questa logica o facendo finta di farlo a causa delle oggettive difficoltà; sta capendo che un’auto usata ma funzionante vale esattamente la cifra necessaria ad acquistarne una nuova ed ecco che crollano le vendite, non perchè crollano i bisogni, non perchè qualcuno smette di utilizzarla ma semplicemente perchè sta tagliando le spese sulla componente piu effimera del prodotto.
    Ecco che improvvisamentele si scopre che le automobili possono durare quindici anni senza eccessive spese di riparazione quando prima ne duravano solo otto o dieci.
    Oggi abbiamo una sovraproduzione di automobili rispetto al bisogno primario da soddisfare perchè le case sono cresciute a dismisura grazie all’effimero, per questo motivo credo che gli aiuti al settore non siano un saggio investimento.
    L’industria automobilistica non ha bisogno di essere aiutata a mantenersi in piedi, ha invece bisogno di essere aiutata a ridimensionarsi; sarebbe ora che i governi lo capiscano e che le case se ne facciano una ragione perchè chiudere gli occhi su questo serve solo a mitigare la crisi diluendola nel tempo ma senza risolvere il problema, quindi senza trarre un reale beneficio dagli aiuti, e quel che è peggio facendosi trovare impreparati e senza nuove strategie quando arriverà la ripresa.
    Quando la ripresa arriverà vorrei vedere l’industria pronta a lanciare la produzione di massa dell’auto elettrica; ma la peggiore delle ipotesi e la piu facile che si avveri è di ritrovarsi un’industria uscita dall’apnea grazie ai nostri soldi e pronta a rimettersi a vendere prodotti vanity.
    Per me è disarmante vedere famiglie che fanno sacrifici per finanziare la frequente sostituzione di automobili; a volte le crisi servono a ricondurre la società ad una dimensione più a misura d’uomo, speriamo sia così.
    In linea generale sono sempre contrario agli aiuti diretti e fini a se stessi; credo che le imprese debbano essere aiutate detassando il capitale reinvestito, e diminuendo la pressione fiscale, per fare questo sono necessarie tutta quella serie di riforme di cui tanto si parla ma che tardano ad essere attuate.

  3. Meglio tutti a casa…
    La tendenza è ancora più preoccupante proprio perchè gli USA sembravano immuni dalle tentazioni assistenzialiste. Il paese del “aiutati che Dio ti aiuta” sembra diventato di colpo la terra dello “sbaglia, che ci pensa lo Stato”. Ci sono casi nei quali conviene lasciar crollare per poi ricostruire piuttosto che continuare a tamponare le crepe con lo stucco.

    Vado dicendo non da ieri che in molti casi sarebbe più sano fermare aziende stracotte ed Enti inutili e tenere a casa i lavoratori, azzerando costi fissi e variabili diversi da quelli delle retribuzioni.

    A cosa serve tenere in vita la linea di produzione di un’auto che nessuno acquisterà? A cosa serve tenere in ufficio il dipendente di un Ente inutile?

    Meglio, molto meglio, tenere tutti a casa o (meglio ancora) a studiare ed aggiornarsi per un futuro reimpiego.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here