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Giù la spesa pubblica di 1,2 trilioni $

Con la fine della super commissione negli Usa arrivano i tagli lineari

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Come dimenticare il colpo di frustra di una delle “tre streghe” tra le agenzie di rating  – Standard &Poor’s – che il 5 Agosto scorso declassò i titoli di debito statunitensi a lunga scadenza facendoli passare da AAA, rischio zero, a AA+. Erano i giorni del dibattito e del braccio di ferro tra branca esecutiva e legislativa statunitense - tra Democratici e Repubblicani - sull’innalzamento del debt ceiling, il tetto del debito.

Alla fine i Repubblicani guidati da John Boehner e Eric Cantor concessero all’amministrazione Obama l’innalzamento del debito per un ammontare di 400 miliardi di dollari, come richiesto da Timothy Geithner, ottenendo però in cambio che una commissione bipartisan costituita da dodici eletti del Congresso discutesse un piano - da approvare entro il 23 Novembre - per tagli alla spesa per un pari ammontare.

Fu creato il Joint Select Committee on Deficit Reduction, subito rinominato super committee, la supercommissione che opera da mesi ormai e che è tornata alla ribalta in questi giorni visto che ieri ha malamente fallito la sua missione, essendosi dimostrati i suoi membri incapaci di raggiungere un accordo sui tagli alla spesa da 1,2 trilioni di dollari. Un fallimento politico che mette fine a mesi di strazianti trattative.

Due schieramenti divisi da ideologie sociali inconciliabili: da una parte c'erano i Repubblicani – che come noto detengono la maggioranza solo alla Camera bassa del Congresso – i quali spingevano per tagli alla spesa soprattutto in programmi di welfare federale come la Social Security, o i programmi d’assistenza sanitaria Medicaid e Medicare. Il tutto – in linea di principio – senza l’imposizione di nuovi tributi (data la natura bipartisan della supercommissione non era da escludere che la leadership del Gop fosse disponibile a fare qualche piccolo compromesso su nuove piccole tasse).

Dall’altra c'erano i Democratici i quali ovviamente vedevano i tagli al ‘sociale’ (sic!) come fumo negli occhi e premevano perché i tagli alla spesa venissero finanziati da un innalzamento delle tasse. A tutta la difficile trattativa si aggiungeva poi la scadenza il prossimo Dicembre dei famigerati tagli fiscali di Bush jr., estesi all’anno fiscale 2011 in scadenza.

I Repubblicani vorrebbero che i tagli Bush vengano estesi per ancora un anno, visto l’alto tasso di disoccupazione attuale e la possibile doppia recessione in cui sembra essere entrata anche l’economia statunitense. Il mancato rinnovo di fatto comporterebbe un aumento del carico tributario. I Democratici sembrano disponibili all’estensione delle proroga dei tagli di Bush ma vorrebbero che ne venissero esclusi il 2% tra i contribuenti più ricchi, con il chiaro intento di favorire il ceto medio-basso, penalizzando le grandi ricchezze.

Si tratta di due scuole filosofiche che si danno battaglia. Su un versante l'idea di uno Stato il meno intrusivo possibile nella vita economica dei cittadini (non dimentichiamoci che le posizioni Repubblicane sono oggi fortemente influenzate dal movimento del Tea Party su Stato minimo e tassazione). Dall’altra la visione dei Democratici i quali sono, da Franklin D. Roosevelt in poi, paladini della spesa pubblica federale, che da quando Obama è alla Casa Bianca non mostrano la men che minima intenzione a tagliare programmi federali senza innalzare nuove tasse.  

Il Rappresentante Repubblicano Jeb Hensarling e la Senatrice Democratica Patty Murray, rispettivamente i due presidenti della supercommissione, sono in queste ore onnipresenti su tutte le reti televisive statunitensi. Hanno l’ingrato compito di spiegare in the court of public opinion, di fronte all’opinione pubblica, come sia possibile che il Congresso abbia fallito nel raggiungimento dell’accordo e argomentare le conseguenze di tale fallimento.

Sui cascami di tale impasse c’è anche tanta politica e il risultato potrebbe non essere necessariamente negativo. In base all’accordo raggiunto tra la leadership Repubblicana e quella Democratica in occasione dell’innalzamento del debito lo scorso Agosto, qualora la supercommissione non avesse raggiunto un accordo di fondo, cosa puntualmente verificatasi, era già previsto che Congresso fosse chiamato a effettuare dei automated budget cuts, tagli lineari automatici (noti ai più come tagli con l’accetta) che a questo punto avranno inizio a Gennaio 2013.

Programmi federali come quelli su educazione, immigrazione e trasporti, saranno tagliati per un 7,8%. Medicare dovrebbe subire tagli per il 2%. Anche la difesa – la linea Maginot dei Repubblicani – subirebbe un taglio di circa il 10%. Esenti da questi tagli lineari automatici sarebbero invece i programmi sulla Social Security, Medicaid e gli aiuti ai veterani.

Se da un lato il mancato raggiungimento di un accordo lascia finalmente le mani libere a Democratici e Repubblicani in vista delle presidenziali del prossimo anno, è anche vero che esso aggiunge nelle mani di Barack Obama un argomento politico su un Congresso disfunzionale e ‘nemico’ dell’interesse generale, intento solo a fare gli interessi di partito. Argomento vacuo quanto pretestuoso. In fin dei conti, la creazione di questa supercommissione è stata la risposta statunitense più prossima rispetto all’emergere della tecnocrazia in Europa.

L’idea di mettere attorno a un tavolo i saggi (eletti!) dei due partiti e cercare di tirare fuori un buon piano, non nasce da un’esigenza dissimile da quella che vede in Europa la nascita di governi tecnici imposti dalle "iene" comunitarie e dai loro mandanti franco-tedeschi quando viene commissariata la democrazia.

Con il fallimento della supercommittee torna malgrado tutto la democrazia in America.

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