Con la gelata demografica il Pil non può crescere

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Con la gelata demografica il Pil non può crescere

27 Maggio 2016

Se in una nazione come la Cina, la cosiddetta politica del “figlio unico”, è stata imposta a colpi di aborti (tredici milioni l’anno. A cui vanno aggiunti i ‘cripto aborti’, gli interventi di sterilizzazione e i 403 milioni di interventi per inserire dispositivi contraccettivi e abortivi intrauterini), per l’Italia è stata una scelta libera, volontaria, spassionata. 

Altro che polveri sottili, siamo invasi dagli ultranonni! Quanto sia vero ce lo potrebbe raccontare anche solo la Pampers. Da tempo l’azienda ha dato la precedenza alla produzione di pannoloni per vecchi: i prodotti per l’incontinenza degli anziani hanno un mercato che surclassa quello destinato ai neonati.

Ma se per contemplare meglio il quadro desolante preferite numeri di altro tipo, possiamo accontentarvi lo stesso. I dati forniti da Istat nel “Rapporto annuale 2016. La situazione del Paese” ci comunicano che il 2015 ha registrato 15mila nascite in meno rispetto al 2014. Nel consolidare una tendenza, abbiamo raggiunto un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia: otto nuovi nati per mille residenti. Vantiamo una differenza tra nascite e decessi che è pari a -165mila nascite. Le morti salgono del 9,1% rispetto al 2014 e il tasso di fecondità è diminuito inesorabilmente segnando 1,35 figli per donna.

Il ministro Beatrice Lorenzin, nel tentativo di riaccendere i riflettori su un problema ignorato per anni, ha proposto l’iniziativa del bonus bebè da raddoppiare, e dell’aumento delle detrazioni fiscali a partire dal secondo figlio. Il governo di cui fa parte è rimasto piuttosto tiepido di fronte a questa idea (troppe sono le “mancette” promesse, e non se ne possono aggiungere altre). Ma anche se la proposta fosse accolta, e aldilà delle buone intenzioni, è  chiaro che dalle nostre parti non siamo mai capaci di imparare dagli errori altrui.

Il ‘bonus bebè’, infatti, ha già fallito in Europa. E un esempio lampante è la Germania. Paese che si trova in una condizione demografica drammatica come la nostra (anzi, più della nostra: nella classifica europea della denatalità la Germania è al primo posto) e, che, come racconta lo Spiegel “spende 200 miliardi di euro nella promozione delle nascite ogni anno. La Germania spende molto di più per le famiglie rispetto alla media Ocse. Ma il suo tasso di natalità è molto inferiore alla media. Alcune delle misure più costose spesso producono il minimo vantaggio”.

Sappiamo che il saputello di turno ha già alzato la mano e sta salmodiando la litania della crisi economica. I fattori economici possono incidere, il Pil conta, ma non saranno mai la causa del suicidio demografico. Al massimo ne possono essere la conseguenza.

Sono tantissimi i demografi che ricorrono alla scusa della mancanza di aiuti alla famiglia per spiegare le ragioni della crisi della natalità. Si potrebbe ribadire con un primo paradosso latente: meno figli pro capite, e contemporaneamente più beni materiali, più vacanze, più auto e più case pro capite. Ma ciò che destabilizza quel tipo di convinzioni, in realtà è ancora più semplice. È dal 1977, infatti, che in Italia si possono contare meno di due figli per donna. Erano gli anni dello slogan “dinks” (dual income, no kids): doppio stipendio e niente bambini. Non erano anni di crisi economica. Erano anni di crisi morale e culturale.

Nel confrontare le piramidi dell’età della popolazione tra il 1952 a oggi, è evidente l’inversione di tendenza. La percentuale di uomini e donne in età adulta si sta allargando inesorabilmente e, al contrario, la percentuale compresa tra gli 0-24 si è ridotta di ben 15 punti percentuali tra il 1976 e il 2016.

Siamo il secondo paese più vecchio al mondo. La nazione iridata è il Giappone, per adesso troppo più forte. Ed anche qui bisognerebbe domandare ai famosi demografi di cui sopra, com’è possibile che una nazione ricchissima come il Giappone, che non conosce conflitti da settant’anni, e che continua a veder crescere il Pil, abbia scelto l’estinzione coadiuvata da un record mondiale di suicidi.

Se l’origine del problema fosse davvero economica non ci si spiegherebbe allora, ancora, perché la Germania, che vanta una disoccupazione vicina allo zero, viva il medesimo inverno demografico. Il vero perché dell’ecatombe di un’intera generazione, della gelata invernale che soffia impietosa sulle culle italiane, è reperibile nei costumi sociali e nel cambiamento culturale. È in quest’ottica che il ‘bonus bebè’ diventa sterile, e l’inflazionata  teoria dell’immigrato che ci garantirebbe i figli che non facciamo più, un po’ patetica.

I dati Eurostat prevedono che se l’Italia dovesse introdurre fino a 400 mila immigrati ogni anno, nel 2040 un terzo della sua popolazione sarebbe di cittadini stranieri. Eppure ambire a questa importazione di uomini e donne che dovrebbero salvare le sorti del nostro paese, probabilmente, imporrebbe la repentina accettazione di un cambiamento inevitabile dal punto di vista identitario. Una vera e propria sostituzione di popolo. Che recherebbe l’ennesima ferita infetta ad una cultura che non sa difendersi, che già è inerme davanti alla propria tradizione quando lascia ad un bambino musulmano la libertà di impedire che un’intera scuola allestisca il presepe per il Natale

Il nostro è un paese in cui l’età del matrimonio si sposta sempre più avanti, in cui si preferiscono le convivenze che, nella precarietà insista, fanno sì che la nascita di un figlio non venga contemplata, in cui le politiche neomalthusiane sono diventate vangelo, in cui le conoscenze e i progressi in tema di contraccezione si sono ampliate al punto da rendere quasi tecnica la separazione tra sessualità e maternità, in cui la legge 194 sull’aborto ha accreditato una tendenza contro la natalità. Tant’è vero che, per esempio, l’Institute of Family Policies in America ha calcolato che “il numero di aborti nei ventisette paesi europei in un anno (1.207.646) equivale al deficit nel tasso di natalità in Europa”.

L’ideologia della libertà senza frontiere, vestendosi con la casacca del ‘liberi dai figli’, sbandiera la sua patologia più cronica: la bambino-fobia. Un animale domestico è decisamente meno impegnativo in questo clima sociale. Quanto, invece, al fatto che sia più economico già questo è opinabile. L’inanità demografica è una minaccia soprattutto, se non solo, culturale che sta firmando l’estinzione della razza umana. E difficilmente la si può riuscire a invertire con un assegno familiare. Oggi si tutelano i gabbiani, non i bambini.

Persino la scusa degli asili nido scarsi, dei mezzi pubblici insufficienti e delle aree urbanizzate inadeguate, ormai lascia il tempo che trova. Basta sbirciare nei racconti dei nonni, o nelle pagine di storia, per sapere in che contesto vivevano gli uomini e le donne che nel dopoguerra hanno ricostruito e ripopolato l’Italia.

Sono tutte analisi superficiali, che l’ex presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, silenzia in poche battute: “Se domandi a un consesso di economisti cosa l’ha causata [la crisi], risponderanno il debito, i derivati, il boom della finanza. Sbagliato. Sono state tutte conseguenze e soluzioni errate per correggere un errore precedente: il crollo del Pil determinato dal crollo della popolazione, che è stato poi compensato dal consumismo. La vera domanda da fare al mondo quando si mette in discussione la natalità è: come fa a crescere il prodotto interno lordo se la popolazione non cresce?” 

La verità è che abbiamo preferito la maschera della mediocrità invece di chiederci, nel terrore per il futuro, perché un bambino è futuro: Cosa sarà di noi domani?