Con l’America o con Berlusconi?
13 Novembre 2008
Molti commenti sono arrivati oggi sull’Occidentale in seguito alle dichiarazioni di Berlusconi in Turchia a proposito dei rapporti tra Usa e Russia. Il presidente del Consiglio italiano ha infatti preso una posizione netta sulle crescenti tensioni tra le due potenze, sostenendo apertamente la tesi dominante al Cremlino secondo cui il peggiorare delle relazioni russo-americane è il frutto delle provocazioni e delle minacce messe in campo da Washington.
Alcuni commentatori sono intervenuti con tono di sfida per mettere alla prova la linea “americanista” del nostro giornale di fronte al “voltafaccia” berlusconiano. Il motivo del la loro curiosità è chiaro, vorrebbero in realtà dimostrare che le nostre posizioni cambiano con il cambiare di quelle del “padrone”.
La sfida è ovviamente accettata, ma richiede un ragionamento un po’ meno rozzo di quello sin qui utilizzato.
Sono anni che Berlusconi riflette e agisce sulla linea di frattura tra il blocco occidentale e quello orientale mai del tutto rimarginata. Basta andarsi a rivedere i comunicati di ogni incontro con George W. Bush e con Vladimir Putin, per notare come, a suo modo e con le risorse che gli sono proprie, Berlusconi abbia sempre avuto presente la necessità di avvicinare le due potenze, ammorbidire i motivi di attrito e condurle dentro un percorso istituzionale condiviso. Questo era il senso del vertice Nato di Pratica di Mare nel 2002, in cui venne ufficializzata la nascita del Consiglio Russia-Nato , (19 paesi membri del Patto Atlantico più la Russia) fortemente voluto dal governo italiano di allora. Fu quello uno dei momenti di maggiore distensione tra Usa e Russia dalla fine della guerra fredda, e non va dimenticato che molti degli stati dell’ex sfera di influenza sovietica (Slovacchia, Bulgaria, Romania, più gli stati Baltici) avevano avviato il loro ingresso nella Nato all’inizio di quello stesso anno. Dopo la firma dell’intesa Putin dichiarò: “Fino a poco tempo fa un incontro del genere sarebbe stato impensabile, ma oggi non c’è alternativa alla collaborazione e la Russia non può stare fuori dall’Europa”. In quella stessa sede e sotto i flash degli stessi fotografi, Bush salutò l’intesa con la proposta di estendere all’Europa lo scudo spaziale anti-missile, sin da allora inteso come misura contro il terrorismo e gli stati canaglia. Era infatti passato appena un anno dall’attacco alle torri gemelle e la lotta al terrorismo era in cima all’agenda di Pratica di Mare.
Poi è arrivata la guerra russo-georgiana e Berlusconi si è di nuovo trovato in prima linea nello sforzo di tenere insieme le ragioni americane, quelle europee e quelle russe. In più occasioni ha evocato le sue preoccupazioni per il ritorno ad un clima da guerra fredda e ha dato voce alle paure che i giganteschi arsenali nucleari delle due potenze potessero un giorno arrivare a collidere.
E’ noto a tutti che le posizioni italiane nel concerto europeo sono state le più caute quando si è trattato di condannare l’invasione della Georgia da parte delle truppe russe. E che l’Italia ha fatto il possibile in ogni sede diplomatica per impedire che l’EU intraprendesse una strada di sanzioni e ritorsioni da cui sarebbe stato difficile tornare in dietro. Oggi, alla vigilia del vertice euro-russo di Nizza, si può dire che sono state le posizioni europee ad essersi avvicinate a quelle di Berlusconi e non viceversa. Particolarmente evidente è stata la retromarcia inglese, che da un forte atteggiamento di condanna è arrivata nei giorni scorsi a spingere per la revoca di tutte misure sanzionatorie prese dall’Europa nel vivo della crisi di agosto.
Berlusconi ha dunque un curriculum ineccepibile e un’esperienza di lungo corso per porsi come mediatore tra Europa, Usa e Russia. E non saranno certo le battute sull’abbronzatura a minare questo patrimonio di credibilità.
E’ in questo contesto che dobbiamo chiederci se le dichiarazioni del presidente del Consiglio ieri a Smirne siano state opportune o meno. La risposta è molto semplice: no.
Sposare, come Berlusconi ha fatto, persino nel linguaggio, la retorica del Cremlino sulle “provocazioni americane”, non facilita certo un ruolo di mediazione, soprattutto nel contesto di una amministrazione americana che non è più quella dell’ “amico Bush”. Sostenere che lo scudo antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca, il riconoscimento del Kosovo e il sostegno alle richieste di Georgia e Ucraina per l’ingresso nella Nato , siano tutte mosse da catalogarsi sotto la specie delle “provocazioni”, non aiuta di un solo passo il dialogo tra Usa e Russia e non rafforza la posizione di fair broker dell’Italia.
Si tratta di una constatazione tutta politica, che prescinde dal merito di ogni singola questione e dalle differenti sfumature di ciascuna sul piano strategico. La diplomazia della “pacca sulla spalla” non è da disprezzare a priori, ma si scontra con quello che aveva capito molto bene De Gaulle e cioè che “le Nazioni non hanno amici ma interessi”. Ed è a questi che occorre guardare per impostare una soluzione durevole dei rapporti tra nazioni. Gli interessi comuni tra Usa e Russia sono giganteschi e ineliminabili per l’equilibrio mondiale: farli incontrare piuttosto che configgere è il compito di un buon mediatore.
Le affermazioni di Berlusconi invece, oltre ad essere non condivisibili nel merito (ma sarebbe il meno) sono in controtempo: schierarsi dalla parte di Putin quando è la Russia ad alzare i toni con la minaccia dei missili a Kaliningrad e con il rigetto della proposta di Bush di un maggiore coinvolgimento russo nella difesa spaziale, e al contrario è il presidente-eletto, Barack Obama a manifestare dubbi sulla dislocazione in Europa dello scudo spaziale, vuol dire mettersi fuori da un percorso di mediazione. E soprattutto rischia di confondere le idee al futuro inquilino della Casa Bianca che – a prescindere dall’abbronzatura – sa probabilmente molto poco dell’Italia e di Berlusconi. Mentre è proprio in queste settimane che lo staff di Obama metterà in ordine i dossier internazionali, e il posto destinato a quello italiano sulla scrivania dell’ufficio ovale dipende molto dalle cose dette e fatte durante la transizione.
Berlusconi ha tutte le carte in mano per giocare una partita cruciale sui futuri assetti transatlantici e ha dalla sua la ragione di fondo: il mondo non ha bisogno di una nuova guerra fredda e un riavvicinamento di Usa e Russia è non solo necessario ma inevitabile. E chi è già dalla parte della ragione non ha bisogno di schierarsi.
