Home News Con l’immigrazione femminile cresce l’emarginazione

Con l’immigrazione femminile cresce l’emarginazione

0
3

Negli ultimi decenni l’immigrazione verso i paesi europei è profondamente cambiata. A lasciare la propria terra d’origine in cerca di fortuna non sono più in prevalenza uomini molto giovani, che arrivano da soli nei paesi d’accoglienza per spedire a casa le rimesse e con l’idea di non trasferirsi stabilmente - un’immagine che andava bene fino agli anni ’70-’80, quando erano gli italiani a cercare lavoro in Germania, Svizzera oppure oltreoceano. Oggi la percentuale delle donne che affronta il viaggio della speranza è cresciuta vertiginosamente in tutto il Nord del mondo. Proprio questo mutamento strutturale del fenomeno migratorio impone una riflessione più ampia sulla condizione delle donne immigrate in Occidente, ma in particolare in Italia. Un tema che purtroppo passa alla ribalta mediatica solo in occasioni tragiche ed eclatanti. Ma la situazione in realtà è complessa, e presenta luci e non poche ombre.

Secondo il rapporto Migrantes del 2006, il 49,9% dell’immigrazione è femminile, con punte più alte in regioni come Lazio e Campania. I motivi di questo cambiamento non sono solo le condizioni agevolate per il ricongiungimento familiare, ma soprattutto le richieste del mercato del lavoro. La crescente domanda di servizi alla famiglia e alle persone ha ormai aperto uno spazio sicuro per le donne straniere. La parola “badante”, ad esempio, è entrata stabilmente nel vocabolario italiano. Le immigrate sono, quindi, una realtà in crescita ed un soggetto socioeconomico sempre più attivo.

Non sempre, però, la situazione è così rosea. Ovunque in Europa, violenza e grosse disparità nelle condizioni di vita affliggono questa categoria per una pluralità di motivi. Lo scorso ottobre il Parlamento UE ha approvato una risoluzione sulla materia, in cui si rileva come le donne immigrate siano maggiormente esposte a maltrattamenti, fisici e psichici, in buona parte a causa della mentalità, degli stereotipi negativi e delle prassi prevalenti nei paesi d’origine.

Questa realtà, tuttavia, tende a rimanere invisibile, e le denunce sottotono. Troppo spesso, in nome di un multiculturalismo superficiale, si è lasciato che tradizioni retrograde e discriminatorie si imponessero sulle donne immigrate. Così facendo, si sono negati loro quei diritti basilari senza i quali i rispettivi paesi di accoglienza non potrebbero neppure chiamarsi democratici. Souad Sbai, presidente dell’Associazione delle donne marocchine in Italia e membro della Consulta Islamica, è da sempre in prima linea nella denuncia delle insidie del multiculturalismo, che volendo mettere sullo stesso piano credenze e valori  delle culture di ogni tipo, finisce per trasformarsi in indifferenza verso molte violazioni dei principi cardine della civiltà liberal-democratica occidentale. Secondo le stime ufficiali, su 400.000 musulmane regolari presenti nel nostro paese, appena il 10 per cento ha una vita normale. "Non lavorano, non escono di casa, non vanno, se non poche, a fare la spesa e vivono sotto lo stesso tetto con altre mogli - denuncia la Sbai che continua - L'86 per cento delle musulmane in Italia è analfabeta: non conosce l'italiano, parla il dialetto arabo ma non lo scrive, non conosce i numeri e quindi non è in grado di fare una telefonata o di prendere un autobus". Quella di Suad Sbai è solo una delle tante voci che a livello europeo richiamano i governi alla difesa delle donne, di tutte le donne.

Per far sì che ciò accada, tuttavia, è prima necessario far uscire dall’ombra delle mura domestiche e delle comunità etniche tali situazioni di oppressione. In questo senso si muove il d.d.l presentato lo scorso settembre da alcuni parlamentari dell’opposizione – tra cui Alfredo Mantovano, Gaetano Quagliariello e Maria Elisabetta Alberti Casellati – per l’istituzione di una “Commissione parlamentare di inchiesta sulla condizione della donna di origine extracomunitaria”. «L’ambiente sociale e famigliare, il contesto di vita, non può restare una zona franca dal rispetto dei diritti umani in nome di un malinteso atteggiamento di rispetto», ha detto la senatrice Alberti Casellati nella relazione sul disegnodi legge. Compito della Commissione sarebbe precisamente quello di indagare la situazione delle donne immigrate in modo da pervenire ad un quadro unitario sulla loro situazione reale. Solo rilevando esigenze e criticità si potranno delineare le azioni necessarie per ripristinare il rispetto della dignità umana di questi soggetti così  importanti nel contesto del fenomeno migratorio.

Il progetto intende togliere le donne straniere dall’ombra di inferni famigliari, troppo spesso censurati dal buonismo multiculturalista. Si tratta anche di un modo per opporsi al silenzio mediatico ed intellettuale di chi ha rinunciato a combattere per i diritti delle donne in nome del politically correct verso altre religioni e culture. A questo proposito, sempre Souad Sbai ha recentemente messo in guardia le femministe contro il silenzio e l’indifferenza, perché nessuna conquista è da dare per scontata. Soprattutto se si considera che, mentre le donne italiane rischiano “solo” di fare passi indietro in un processo di emancipazione comunque avanzatissimo, quelle immigrate potrebbero perdere molto di più. «Le donne marocchine arrivate in Italia dieci anni fa – ha dichiarato Sbai –  restano ferme. In Marocco, intanto, c' è la nuova legge sulla famiglia, in sette anni l' analfabetismo femminile è sceso dall' 80 al 35 per cento. Le donne vanno a scuola la sera, gli danno un chilo di farina, un litro d' olio e loro sono contente. Poi imparano a leggere e a scrivere. Le marocchine che vivono in Italia restano indietro, ce ne sono molte che dopo dieci, quindici anni ancora non sanno una parola di italiano».

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here