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La commedia di De Filippo all'Eliseo

Con “Natale in casa Cupiello” il reale si mette in scena tra risate e lacrime

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«Ma che bellu Presebbio.... Quant'è bello!!». Una battuta, questa, che riporta immediatamente alla memoria uno dei classici della commedia teatrale del ‘900, eternamente scolpita com’è nella tradizione culturale di un popolo e di una nazione. “Natale in casa Cupiello” non ha bisogno di aggettivi o di  epiteti perché non lascia spazio a ripensamenti o contrasti: mette d’accordo tutti e suscita (riso) seppur amaro a chiunque ne visioni anche solo 10 minuti.

La versione riproposta da Nello Mascia - con Benedetta Buccellato, Sergio Basile, Roberto Giordano, Danila Stalteri, Gino Monteleone, Franco Scaldati, Andrea Vellotti, Fiorenza Brogi, Aurora Falcone, Domenico Bravo e Massimo D’Anna -, e prodotta dal Teatro Biondo Stabile di Palermo, non tradisce le aspettative che genericamente si hanno rispetto una delle pietre miliari del teatro italiano. Fedele all’impronta De Filippiana e allo stesso tempo innovativa, sagace e dolceamara, la rappresentazione che torna in scena 80 anni dopo il debutto al Kursaal sul palco del teatro Eliseo di Roma e ci resterà fino al prossimo 18 dicembre, ci dà la possibilità di assaggiare in una nuova veste quel “mito” che secondo il commediografo partenopeo era scritto per, anzi meglio, con lo spettatore.

Un mito - precursore della grande epopea del neorealismo cinematografico italiano - che sviscera i nodi si un nucleo familiare problematico ed esemplare incarnati dai suoi personaggi: l’ammonimento nei confronti di Tommasino, emblema dell’incomunicabilità tra genitore e figlio. L’ esortazione, quando la festività diventava il pretesto per invitare la figlia Ninuccia e il marito Nicolino a prendere parte al pranzo del Santo Natale, quello in cui tutta la famiglia si sarebbe ritrovata unita ma col coltello tra i denti. Lo spaesamento, tipico del vecchio padre che non riesce a capire che direzione abbiano preso le vite dei figli, e non può contare neppure su sua moglie per ritrovare la bussola, perché lei è troppo intenta a farsi carico della sofferenza che minaccia la famiglia, nel continuo tentativo di contenere l’emotività dei figli e l’esuberanza delle loro scelte estreme. Uno sforzo il suo, se vogliamo borghese, di evitare, di dissimulare l’evidente disgregazione della famiglia. La lotta ostinata quanto inutile, quella dei genitori, che si conclude nell’inconsapevolezza di Luca Cupiello che muore nell’illusione mentre la realtà nel frattempo va tragicamente in tutt’altra direzione.

Uno spettacolo godibile e dissacrante, che svela tutto il grottesco di uno spaccato sociale, quello della famiglia, con tutte le sue contraddizioni e le sue ombre. Eduardo ci insegna che il teatro è il luogo in cui si racconta il contemporaneo, il presente. Loro Mascia e co. sono riusciti perfettamente nell'intento. Durante la messa in scena di quella che nacque come una "farsa" sembrava proprio che lui fosse in mezzo alla platea...

 

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