Con “OpenLeaks” gli ex compagni di Assange puniscono il suo narcisismo
14 Dicembre 2010
Victor Davis Hanson ha perfettamente ragione. Julian Assange è un narcisista imbevuto di egocentrismo. Il fatto che sia rimbalzato da una parte all’altra del globo per rilasciare a pioggia interviste, mettendo alla berlina questo leader piuttosto che un altro e lanciando minacce sulla pubblicazione di cablogrammi “secret” o “confidential”, dimostra che l’iniziale dichiarazione d’intenti di far rimanere WikiLeaks parte di un anonimo sforzo collettivo era una sonora promessa da marinaio. Tipica di chi monopolizza un progetto rendendolo sponsor della propria persona.
Ed è stata proprio questa la tarma che ha iniziato da qualche mese a mangiucchiare l’organigramma, provocando una secessione all’interno di WikiLeaks. Dal mese di ottobre, c’è stata una vera e propria emorragia di diversi membri di primo piano dell’organizzazione, irritati dai metodi autocratici del loro leader e dalla decisione di non cancellare del tutto, dai documenti appena pubblicati sulla guerra in Iraq e Afghanistan, i nomi degli informatori e dei collaboratori degli occupanti.
Uno dei frutti di questo scisma è OpenLeaks, una sorta di cassetta delle lettere per raccogliere testimonianze, rapporti e segnalazioni senza svelare l’identità del mittente e che ha scopi identici ma utilizza mezzi differenti rispetto al più celebre sito di Assange. Il website, disponibile online da ieri, non pubblicherà i documenti direttamente in rete (evitando, così, una pericolosa esposizione mediatica dell’organizzazione) ma li renderà accessibili soltanto alle testate giornalistiche “partner”. Una linea di condotta scaltra, che capitalizza la reazione violenta contro l’organizzazione dell’hacker australiano dei politici americani e di parte dell’opinione pubblica alle ultime fughe di notizie.
A guidare il gruppo di dissidenti che hanno dato vita al sito è un ex uomo WikiLeaks: Daniel Domscheit-Berg. Informatico tedesco, hacker ed ex portavoce dell’archivio elettronico che ha ricevuto 250mila documenti inviati da ambasciate e consolati degli Stati Uniti. Il motivo per cui lo scorso mese di settembre ha tagliato i ponti con Assange (di cui, peraltro, era stato uno dei suoi primi sostenitori) lo si può immaginare: la gestione verticistica delle informazioni ricevute e la modalità di diffusione delle notizie. Esponendo uno degli obiettivi di breve termine della neonata organizzazione, lo stesso Domscheit-Berg ha ribadito – lanciando implicitamente una sferzante critica al ‘pirata del web’ – che completeranno “un’infrastruttura tecnica e un’organizzazione che sia governata democraticamente da tutti i suoi membri e non solo da un gruppo limitato o individualmente”. Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.
Ci aveva visto lungo, anni fa, un altro dei "pezzi da novanta" del ‘Narciso ruffiano del web’: John Young. Newyorkese, 73 anni, esperto d’intelligence, famoso per essere stato uno dei fondatori di WikiLeaks, assieme ad Assange. In conflitto con una delle idee base del progetto ben presto prese baracca e burattini e sbatté la porta in faccia all’hacker australiano. Usandone sapientemente la ricetta, però, fondò nel 1996 Cryptome, ad oggi considerato il decano dei siti web che spifferano documenti segreti. Quello che non sopportò era l’idea di fare del sito di WikiLeaks un’impresa commerciale perché, a sua detta, “Raccogliere denaro, per un sito che si occupa di documenti riservati, è pericoloso. Rischia di snaturare l’assoluta neutralità delle rivelazioni”. Lungimirante, aveva capito che alla fine l’unico prodotto commercializzato sarebbe stato il volto di Julian Assange.
Altro che sforzo collettivo, altro che squadra. Le importanti defezioni che l’organizzazione ha subito nell’arco di questi anni dimostrano quanto l’intero sistema sia strettamente accentrato nelle mani di un unico, solo ‘chief executive officer’. Le copertine rispettivamente del Time, che lo annovera come il papabile uomo dell’anno, e del Rolling Stones, che lo ha decretato “rockstar 2010” rendendolo “un’icona come Che Guevara sulle magliette e Mao per Andy Warhol”, non fanno che avvalorare questa tesi.
