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Con quale diritto Obama chiede altre concessioni a Israele?

Senza perdere tempo, cinque nazioni arabe scatenarono una guerra contro Israele, il quale respinse gli attacchi e stabilì uno stato ebraico. Quando i combattimenti cessarono, la parte di terra destinata agli arabi – la West Bank e Gaza – furono annesse da Giordania ed Egitto, e scomparvero dalle mappe. Non ci fu alcuna protesta del mondo arabo per il dissolvimento della “Palestina” nella Giordania e nell’Egitto, né ci fu un Olp, né proteste all’Onu.

La ragione di quel silenzio è che non c’era alcuna identità palestinese in quell’epoca, nessun movimento per la “autodeterminazione”, nessun “popolo palestinese” che avesse qualcosa da reclamare. C’erano arabi che vivevano nella valle del Giordano, e che si consideravano semplicemente come abitanti della Giordania o della provincia siriana dello scomparso impero ottomano. La scomparsa della West Bank e di Gaza era un’annessione di terra araba a stati arabi.

Il revisionismo tanto arabo che occidentale ha ribaltato questi fatti dipingendo la guerra ebraica per la sopravvivenza come un complotto razzista e imperialista per espellere i “palestinesi” dalla “Palestina”. Si tratta di una distorsione assoluta della storia. Il termine “Mandato di Palestina” non è altro che un riferimento europeo a una regione geografica dello scomparso impero turco. L’affermazione secondo cui c’era una nazione palestinese da cui un popolo etnicamente palestinese è stato scacciato, e che adesso è “occupata” illegalmente da Israele, è una bugia politica.

Nel 1967, gli stati arabi attaccarono nuovamente Israele, con l’intento dichiarato di “buttare gli ebrei in mare”. Vennero sconfitti un’altra volta. E ancora un’altra volta, la sconfitta non consigliò agli stati arabi di fare la pace o di abbandonare gli sforzi per distruggere Israele. Nel summit dell’agosto 1967, a Khartoum, i leader arabi dichiararono che non avrebbero accettato “nessuna pace, nessun riconoscimento, nessun negoziato” con Israele. E’ questa la guerra araba perpetua contro Israele. E’ una guerra alimentata da odio etnico e religioso, che è la sola vera causa di conflitto in Medio Oriente.

Non deve sorprendere, allora, che Israele consideri con scetticismo la richiesta araba secondo cui Israele debba concedere territori – quei territori che ha occupato difendendosi dall’aggressione araba – sulla fiducia, ossia prima di una dichiarazione di riconoscimento dell’esistenza dello stato ebraico. Come ha detto Netanyahu, “che razza di posizione morale è quella secondo cui l’aggressore debba riavere indietro i territori da cui ha lanciato il suo attacco?”. E infatti, a nessun’altra nazione che sia stata vittima – anzi, vittima più volte – di aggressioni, è stato chiesto un gesto del genere.

Eppure tali concessioni sono esattamente quello che l’amministrazione Obama chiede come precondizione della pace, apparentemente in base all’assunto secondo cui soltanto se Israele fa qualche altra concessione ai palestinesi, allora la pace diventerà possibile. Un assunto che se ne vola via di fronte a sessant’anni di continue aggressioni arabe, tra le quali incessanti attacchi terroristici ai civili e la volontà dichiarata di spazzar via lo stato ebraico.

La stessa idea che gli insediamenti israeliani (figurarsi le case israeliane in quartieri israeliani) siano un ostacolo alla pace è un ulteriore modo per perpetrare il mito alla base della causa araba. Ci sono milioni di arabi insediati in Israele, dove godono di maggiori diritti che non i cittadini arabi di un qualunque stato arabo musulmano. Allora, perché mai gli insediamenti di qualche migliaio di ebrei nella West Bank sono un problema? L’unica risposta possibile è l’odio verso gli ebrei, il desiderio di rendere la West Bank Judenrein (“senza ebrei” in tedesco, n.d.t.) e completare la sessantennale campagna araba per buttare a mare gli israeliani.

L’insistenza dell’amministrazione Obama affinché Israele abbandoni gli insediamenti e ammetta che la sua capitale è territorio conteso alimenta il razzismo soggiacente alla causa araba, e compromette la capacità degli israeliani di resistere all’attacco genocida contro di loro. Le pressioni della Casa Bianca non possono promuovere negoziati di pace, quando una delle due parti è dichiaratamente intenzionata a distruggere Israele e ha già dimostrato che rifiuterà anche la più generosa delle concessioni.

Subito dopo l’attacco dell’amministrazione Obama a Israele sui progetti abitativi a Gerusalemme, i palestinesi hanno denunciato l’intransigenza israeliana come la ragione per chiamarsi fuori dai negoziati di pace indiretti allora in corso. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas dichiarò che si rifiutava di entrare in colloqui diretti con Israele a meno che il questa non congelasse le costruzioni nella sua capitale. I palestinesi in precedenza avevano partecipato a negoziati senza porre una tale condizione ma, come qualcuno ha acutamente osservato, “come può la posizione palestinese rispetto a Israele essere più morbida di quella americana? Ovviamente i palestinesi avrebbero dovuto costringere Israele a confrontarsi con i nuovi standard stabiliti dall’amministrazione Obama”. E’ questo il modo in cui la Casa Bianca sostiene gli sforzi arabi per smantellare lo stato ebraico.

Osservatori di questo inquietante sviluppo hanno ammonito che, attaccando Israele sugli insediamenti, l’amministrazione Usa stava incoraggiando una reazione violenta, che potrebbe sfociare in una terza Intifada. Un manifestante arabo che parlava ebraico, intervistato dalla radio israeliana, chiamava alla resistenza armata contro “l’assalto a Gerusalemme” di Israele, dichiarando che era giunto il momento di una nuova Intifada.

L’appello fu raccolto da Hamas, che dichiarò un “giorno di furia” in cui scagliarsi contro Israele. I dimostranti arabi invasero le strade, presero a sassate gli autobus, le auto, la polizia, e si scontrarono con le forze di sicurezza israeliane. Sulla Highway 443, che unisce Gerusalemme con la città di Modi’in, arabi israeliani hanno tirato bombe molotov ai mezzi di passaggio, ferendo un padre e il suo bimbo di nove mesi. I parlamentari arabi nella Knesset hanno ulteriormente soffiato sul fuoco. Riecheggiando l’amministrazione Obama, uno di loro ha detto: “Chiunque costruisca insediamenti a Gerusalemme scava una tomba per la pace”. (Fine)

David Horowitz è il fondatore del David Horowitz Freedom Center, Jacob Laksin è “managing editor” di Frontpage Magazine.

Traduzione di Enrico De Simone

Tratto da National Review

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