Con Rajoy la Spagna cancella Zapatero e riparte “paso a paso”

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Con Rajoy la Spagna cancella Zapatero e riparte “paso a paso”

Con Rajoy la Spagna cancella Zapatero e riparte “paso a paso”

21 Novembre 2011

L’era Zapatero è ufficialmente tramontata. Dopo sette anni la Spagna ha un nuovo volto: quello del conservatore Mariano Rajoy. Una vittoria annunciata, quella di ieri sera, che il leader del Partido Popular ha ottenuto grazie a un mix di strategia ed elementi contestualmente favorevoli. Prudente ed equilibrato durante la campagna elettorale, Rajoy ha navigato a vista sfruttando sapientemente il vento che lo trascinerà dritto dritto alla Moncloa.

Ottenendo vantaggio dall’essere stato all’opposizione nei mesi in cui la crisi economica stava letteralmente logorando il Paese e trainato dallo schiacciante vantaggio nei sondaggi che ha registrato sin dall’inizio (che lo davano per vincitore al 47%), il leader conservatore ha incassato il 44,6% dei voti contro il 28,7% dei  consensi e appena 110 deputati del suo avversario Alfredo Rubalcaba, e una maggioranza assoluta di 186 seggi sui 350 totali della Camera. Risultato che permetterà al centrodestra di guidare il Paese senza la necessità di scendere a patti con i partiti regionali.

E così, dopo due sconfitte elettorali, quella del 2004 e quella del 2008, Rajoy, fedelissimo di José Maria Aznar, arriva a guidare il governo in questa decima legislatura a 56 anni, imprimendo alla Spagna una svolta letteralmente storica. Conquistando 32 seggi in più del 2008 e tre più del 2000, il PP ha raccolto il massimo consenso mai avuto dal ritorno della democrazia nel Paese – in contrapposizione ai quasi quattro milioni di elettori persi dai socialisti – e ha posto fine alla lenta agonia del settennale zapaterista.

Il tracollo socialista ha portato voti a tutte le altre formazioni conferendo al Congresso la composizione più frammentata di sempre: buoni risultati per la Sinistra unita ha ottenuto il 6,9% dei consensi e avrà 11 deputati, 9 in più del 2008 e per l’Upyd, l’Unione progresso e democrazia, che conterà su 5 deputati. Marciano anche i partiti nazionalisti regionali: i catalani di Convergenza e unione avranno 16 deputati, i baschi del Pnv 5 mentre Amaiur avrà 7 deputati a Madrid. Poco peso sembra invece avere l’impatto sulle urne della protesta degli indignados: non hanno votato il 28,3% degli aventi diritto e le schede nulle o bianche sono state meno del 3%. Un dato assolutamente nella norma.

Al neo primo ministro, che assumerà il potere il prossimo 13 dicembre, spetta il difficile compito di guidare il Paese, che registra cinque milioni di spagnoli senza lavoro, una disoccupazione che ha sfondato il 21,5% e un milione e mezzo le famiglie senza reddito, fuori dalla crisi economica. Difficoltà a parte, resta il fatto che la Spagna vuole voltare pagina e camcellare l’impronta progressista, paladina di sfilate gay, glorificatrice di divorzi lampo, delle quote rosa e laicista data da Zap. Di fronte alla disastrosa crisi che sta soffocando l’Europa, gli spagnoli hanno deciso di puntare sulla concretezza, ritornando ai valori del politico “vecchio stampo” cattolico, moderato e conservatore, che dà sicurezza in tempi bui come quello che stiamo vivendo. Per quello hanno scelto un candidato che si pone in perfetta contraddizione con Josè Luis Zapatero e che ama dire di sé “Non sono né vago né indeciso, ma mi piace riflettere prima di agire” . Insomma, la nuova Spagna riparte, ma con la politica del “paso a paso”.