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Fate presto

Con un anno di ritardo

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In un Paese normale, le cronache di queste ore le avremmo lette un anno fa o giù di lì.

Perché, con tutto il rispetto per le persone e con tutte le attenuanti dovute all’eccezionalità della situazione, sarebbe apparso chiaro fin da subito e a tutti – a cominciare dall’opposizione – che consentire che l’Italia affrontasse una pandemia con la Azzolina, Casalino e l’avvocato Conte da Volturara Appula alla guida, era una scelta forse politicamente remunerativa nel breve e medio periodo, ma tutt’altro che da patrioti.

Perché, con tutti i distinguo su questa Europa così lontana dal sogno dei padri fondatori, con tutte le cautele su certi ambienti che gestiscono lontano dai riflettori il potere vero, Mario Draghi è un campione nazionale che gli interessi nazionali ha dimostrato di saperli fare: suvvia, un Paese indebitato come il nostro non è un Paese libero, e senza il “whatever it takes” del past president della Bce saremmo finiti da un pezzo a ramengo.

Perché l’esercizio della sovranità popolare piace anche a noi, e ci fregiamo di non annoverarci fra quanti ritengono che le elezioni siano un inutile orpello fra un governo del Pd e l’altro, ma la verità è che siamo in guerra e che in guerra tre-quattro mesi senza un governo nel pieno delle sue funzioni, con il Recovery Plan in scadenza e un piano vaccinale che non decolla, non ce li possiamo consentire.

Da queste parti, insomma, un gabinetto di guerra con una guida (e possibilmente una squadra) d’eccezione lo si invoca da tempi non sospetti. Da tempi non sospetti – ovvero dall’inizio dell’emergenza Covid – abbiamo criticato la scelta del centrodestra di non sporcarsi le mani nell’ora più buia. E oggi che le ripercussioni socio-economiche della pandemia iniziano a essere evidenti anche a chi fin qui ha scelto di non vederle, non c’è nemmeno la soddisfazione di poter rivendicare la linearità di una posizione.

Perché la sofferenza del Paese è così acuta da sconsigliare la gara a chi abbia avuto ragione per primo. E perché, a una prima occhiata, la strada del governo Draghi appare in salita assai. Se fin qui i voti oltreché contati si sono anche pesati (la caccia ai “responsabili” a supporto del Conte ter è abortita anche per una qualità media di apporti parlamentari al di sotto del minimo sindacale), da oggi toccherà per un attimo tornare a far di conto. Perché l’esito non è affatto scontato. E anche se si può scommettere che alla fine i numeri ci saranno, da un minuto dopo bisognerà ricominciare a pesarli. Perché ora è il tempo dei campioni. Siamo di un anno in ritardo. E di tempo non ce n’è più.

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