02 Marzo 2010


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Condannati fuori dal Parlamento

In Parlamento non c’è posto per i condannati. Questo è certo. L’approvazione del disegno di legge anticorruzione, varato ieri dal Consiglio dei Ministri, ha infatti introdotto le cosiddette "liste pulite". La proposta emendativa che era stata avanzata dal Ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, rappresenta uno dei nodi centrali del ddl.

In base alla proposta (avanzata precedentemente anche dal presidente della Camera Gianfranco Fini), non saranno eleggibili alla Camera e al Senato, per un periodo di 5 anni, coloro che hanno subìto una condanna in via definitiva per una serie specifica di reati, elencati nel testo unico degli enti locali attualmente in vigore. Le "cause ostative alla candidatura" sono indicate alla lettera B dell’art. 58: peculato, peculato mediante profitto dell’errore altrui, malversazione a danno dello Stato, concussione, corruzione per un atto d’ufficio, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari, corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio del codice penale.

"Esprimo viva soddisfazione per i contenuti inseriti nel ddl anti corruzione che, oltre alle misure elaborate insieme ai ministri Alfano e Brunetta, recepisce anche la mia proposta emendativa, presentata in Consiglio dei Ministri, che introduce l’ineleggibilità alle cariche di deputato e senatore per coloro che sono stati condannati, con sentenza passata in giudicato, per un periodo di 5 anni". E’ quanto ha affermato in una nota Calderoli.

L’Italia dei Valori ha subito tuonato contro il provvedimento. Infatti, se il leader del partito Antonio Di Pietro ha accusato la maggioranza di aver "scopiazzato" una proposta già avanzata dal suo partito sin dalla scorsa legislatura, il presidente dei deputati dell’Idv Massimo Donadi lo ha definito "uno specchietto per le allodole" attraverso il quale Berlusconi "spera di far dimenticare ai cittadini gli scandali cha hanno coinvolto il governo ed il Pdl negli ultimi tempi". Non la pensa allo stesso modo il ministro della Giustizia Angelino Alfano che ha sottolineato "la volontà ferma di Berlusconi di procedere a una normativa ampia che riguarda non solo gli aspetti sanzionatori ma che sia in grado di garantire una maggiore efficienza e un buon governo". Secondo il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri, il governo ha posto dei limiti netti per impedire i reati contro la Pubblica amministrazione.

Fra gli articoli presenti nella bozza del testo non definitivamente ufficializzato, emergono almeno altri tre elementi di novità. In primo luogo, un Piano nazionale anticorruzione: coordinato dal Dipartimento della Funzione Pubblica, prevederà l’obbligo per ciascuna amministrazione di indicare il grado di esposizione al rischio di corruzione dei propri uffici e anche la pubblicazione su internet di informazioni riguardanti appalti pubblici e concorsi; a questo proposito verrà creata una banca dati nazionale dei contratti pubblici al fine di acquisire la documentazione comprovante il rispetto dei requisiti generali, tecnico-organizzativi ed economico-finanziari previsti dal Codice degli Appalti. In secondo luogo, maggiori controlli negli enti locali: significa che un responsabile di ragioneria dovrà stabilire la regolarità contabile delle amministrazioni locali nel momento in cui verranno sottoposte delibere aventi effetti diretti o indiretti sul bilanci. In terzo luogo, l’introduzione di una nuova circostanza aggravante, che inasprisce le pene di un terzo nei confronti del pubblico ufficiale che abbia commesso atti particolarmente gravi nei confronti della Pubblica amministrazione o che siano stati commessi per far conseguire contributi statali in modo illecito.

Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al disegno di legge "salvo intese". Nel gergo amministrativo questo vuol dire che sui contenuti c’è un accordo politico di massima, ma che la definizione di alcuni punti, quelli più controversi, è stata rimandata ad un comitato ristretto che ha il compito di rivederli prima dell’approvazione definitiva senza però tornare nuovamente all’esame del Consiglio.