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Condolema Rice

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Bisogna prendere sul serio Massimo D'Alema. Durante la recente conferenza sul Medio Oriente organizzata a Roma si è mosso con l'allure del primo ministro e ha saputo gestire con efficacia il delicato equilibrio tra risultati e aspettative.

Il suo legame con Condoleezza Rice si è dimostrato più concreto del folklore giornalistico che vantava il loro chiamarsi per nome. Tra i due si è stabilita un'intesa strategica che allude ad un cambio di marcia sia a Washington che a Roma e che sconfina anche nei dettagli. Il documento finale del vertice di Roma scritto solo in inglese e letto da D'Alema in quella lingua ha molto sorpreso la diplomazia italiana.

Ma il vero punto d'incontro tra il ministro degli Esteri italiano e il capo della diplomazia Usa si trova nel nuovo approccio multilaterale della seconda amministrazione Bush, di cui la Rice è l'araldo più efficace e probabilmente anche l'ispiratore. Ed è esattamente il contesto in cui D'Alema - in mancanza dei rapporti personali forti dell'epoca berlusconiana - può meglio far emergere il ruolo dell'Italia e far fruttare vecchie tradizioni di equivicinanza.

La domanda è se l'approccio multilaterale, quello dei negoziati, dei tavoli, dei G8, dei quartetti e quant'altro sia quello più utile oggi al Medio Oriente e in generale alle molte crisi aperte sulla scena internazionale. Molti anche a Washington ne dubitano. Il vice-presidente dell'American Enterprise, Danielle Pletka ha scritto una articolo per il Financial Times dal titolo: “Il nuovo, più gentile Bush è pericoloso”, dove definisce l'atteggiamento del Dipartimento di Stato in Medio Oriente “pre 11 settembre”.

Ovviamente a D'Alema non sembra vero poter mostrare una forte sintonia con gli Usa dopo le tante voci che davano per congelato il rapporto con il nuovo governo italiano. Tanto più se può farlo da posizioni in cui si trova perfettamente a suo agio e grazie all'avvio di un suo rapporto personale. In questo momento infatti D'Alema ha la piena esclusiva nei contatti con Washington: Bush non parla volentieri con Prodi e ne è ricambiato, mentre Rumsfeld e Parisi hanno rapporti tesi dopo il ritiro dall'Iraq e un recente diverbio a Bruxelles.

Bisogna dunque prendere sul serio D'Alema, soprattutto perché lui prende molto sul serio se stesso.

Già oggi si sente il padre putativo della futura forza internazionale da spedire nel sud del Libano e per questo è pronto a pagare un forte prezzo in truppe e risorse. La sua credibilità personale si gioca su questo fronte ben più che sull'Iraq, dove ha fatto malvolentieri il curatore fallimentare; e sull'Afghanistan che ha difeso con qualche minaccia pubblica e molte minacce private.

Il Libano sarà una sua creatura, non l'eredità scomoda del governo precedente. Ed è immaginabile che vorrà difenderla contro le “stravaganze” della sua coalizione.

Se tutto procede secondo la road map già fissata nel vertice di Roma, le truppe multinazionali si schiereranno nel sud del Libano tra settembre e ottobre. Sarà una missione in zona di combattimento, molto più rischiosa di Kabul o di Nassiriya.

Anche per sostenerla in Parlamento ci sarà bisogno di un approccio “multilaterale”. D'Alema lo sa molto bene. Qualcuno dovrebbe avvertire Prodi.

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