Confidustria e governo regalano alla Cgil il potere di veto sui contratti

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Confidustria e governo regalano alla Cgil il potere di veto sui contratti

05 Ottobre 2008

Lo stallo del negoziato sulle regole della contrattazione ha aperto parecchi delicati problemi. In primo luogo è venuto allo scoperto un dato di fatto che deve fare riflettere anche se, in sostanza, non aggiunge niente di nuovo a quanto si presumeva ed è avvenuto negli ultimi anni. Di che cosa si tratta ? E’ molto semplice: la Confindustria non è disponibile a stipulare accordi separati che escludano la Cgil.

In sé tale linea di condotta un senso compiuto lo ha. Un’intesa ‘zoppa’ non risolverebbe i problemi perché si scaricherebbe a valle su tutta l’attività negoziale, dai contratti nazionali a quelli aziendali. Definire allora in modo separato il quadro delle regole potrebbe reggere ad una sola condizione (che prima o poi diventerebbe inevitabile): quella di riorganizzare l’intero sistema contrattuale escludendovi la Cgil. Ma una scelta siffatta esporrebbe le aziende ad una conflittualità selvaggia – sicuramente a macchia di leopardo, solo laddove la Cgil è forte ed organizzata – che le imprese (dopo l’esperienza del 2002) non sono disposte ad affrontare. Non a caso la Confindustria emiliana è stata la prima a dissociarsi dalla linea dura annunciata dalla presidente Marcegaglia.

Ma questo atteggiamento della Confindustria finisce per premiare il diritto di veto della Cgil e per emarginare la Cisl e la Uil, le quali stanno diventando organizzazioni ‘irrilevanti’, mai prese in considerazione e sempre costrette dalla loro principale controparte a subire le scelte della Cgil (come a dire: vengo anch’io? No tu no !).

Era già successo nella vertenza Alitalia (lo avevamo scritto in questa stessa rubrica), quando la Cai non aveva ritenuto sufficienti i sì di Cisl, Uil ed Ugl, tanto da alzarsi dal tavolo e di ritornarvi solo quando si era aperta la prospettiva di un’adesione della Cgil.

Al dunque, la forza della confederazione rossa  deriva prima di tutto dalla debolezza della Confindustria. Epifani lo ha capito benissimo e se ne avvale con molta determinazione. Peraltro, la Cgil ha avuto l’accortezza di spostare la sua critica alle proposte confindustriali dal terreno astruso della governance del sistema (comitati dei saggi, sanzioni per chi viola le regole, ecc.) a quello ben più comprensibile  dei parametri da assumere per gli aumenti salariali: non più un tasso di inflazione indicato con criteri di ragionevolezza (tale da tenere in adeguato conto dell’inflazione importata) da un’autorità esterna, ma sic et simpliciter il tasso dell’inflazione reale. Ciò comporterebbe, come è stato rilevato, un ritorno ad un sistema di rivalutazione automatica delle retribuzioni (del tipo scala mobile) e alla rinuncia di politiche salariali virtuose proprio quando l’inflazione è ripartita – spinta da processi internazionali – in modo preoccupante. Anche questo esito la Confindustria ha contribuito a cercarselo, quando ha accettato di discostarsi, pro bono pacis, dal criterio del tasso di inflazione programmato stabilito dal Governo.

Insomma, per come si sono messe le cose, tanto varrebbe ritornare (magari con qualche aggiustamento) nell’ambito delle regole stabilite dal Protocollo del 1993 (che ha funzionato e funziona tranne che nei metalmeccanici), dove erano previsti, nella contrattazione nazionale,  due momenti: il primo riferito al tasso d’inflazione programmato; il secondo, dopo un biennio, chiamato a tener conto degli andamenti reali del costo della vita.

In conclusione, poi, ci riesce difficile comprendere la scelta del Governo di non rendere strutturale la detassazione di straordinari e premi fino a quando non vi sarà un’intesa sull’assetto della contrattazione. Basterebbe confermare e rinforzare tale misura per affronare quei problemi che le parti non riescono a risolvere al tavolo del confronto. Se il salario negoziato o comunque erogato in azienda fosse più pesante in busta paga (perché sgravato dalle tasse) ci penserebbero i datori e i lavoratori a trovare la strada giusta, senza bisogno di scomodare la Confindustria e i sindacati. Forse, allora, anche il Governo dovrebbe avere più coraggio.  E tirare diritto.