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Consenso circoscritto

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Cina e Russia sono ricorse al loro diritto di veto al consiglio di sicurezza dell’Onu per bloccare una risoluzione presentata da Stati Uniti e Inghilterra contro la giunta militare di Myanmar (ex Birmania) e il suo pugno di ferro su minoranze e opposizione.

Il documento anglo-americano era un distillato di umanitarismo del miglior conio, frutto di una condanna ormai generale verso un paese che tiene in carcere e spesso stupra e tortura gli oppositori, compreso il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Per la prima volta dopo oltre trent’anni si è rivisto all’Onu un veto congiunto di Russia e Cina che verso l’ex Birmania hanno semplicemente uno spudorato e inconfessabile interesse commerciale. Gli ambasciatori di Mosca e Pechino si sono limitati a spiegare la scelta del veto contro la risoluzione sostenendo che essa non era “nell’interesse della pace internazionale e della stabilità regionale”.

Tom Casey, portavoce del Dipartimento di Stato ha invece segnalato la fortissima irritazione degli Usa per il veto sino-russo: “La risoluzione poteva essere uno strumento efficace a sostegno dei nostri sforzi per mettere fine alle lunghe sofferenze dei birmani”.

In Italia (che pure all’Onu ha sostenuto la risoluzione) la vicenda è caduta nel silenzio sia della stampa che della politica.

I professionisti nostrani della difesa dei diritti umani, impegnati a tempo pieno per Guantanamo o per Abu Grahib, avrebbero potuto distrarsi un momento per spendere una parola o una fiaccola a favore del remoto Myanmar.

Silenzio anche dalle parti del governo, dove Prodi e D’Alema si potevano almeno permettere un “consenso circoscritto”. Loro, sempre così solerti nel dimostrare che agli amici e agli alleati si può anche dar torto, hanno perso un’occasione a buon mercato per dargli, una volta tanto, ragione.

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