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Difensore dell'Occidente

Conservatorismo, cultura e Europa nel pensiero di Marc Fumaroli

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Su Marc Fumaroli, lo storico della letteratura e della cultura, “Immortale” dell’ Académie francaise, morto il 24 giugno a 88 anni a Parigi, si è letto abbastanza sui giornali italiani in questi giorni. E non molto resta da fare se non rinviare alla lettura diretta dei suoi saggi maggiori, tutti tradotti nella nostra lingua dall’editore Adelphi, a cominciare dal capolavoro del 1980: L’età dell’eloquenza: retorica e res literaria dal Rinascimento alle soglie dell’epoca classica (a cui vanno cui affiancati Il salotto, l’accadema, la lingua: tre istituzioni letterarie, del 1994, e Le api e i ragni. La disputa degli antichi e dei moderni, del 2000).

Essendo uno degli autori che più ha pesato nella mia formazione, in questa sede vorrei riflettere su due o tre concetti fondamentali a cui lo studio delle sue opere può metterci di fronte. Casomai facendoci vivere come fanno i grandi classici quella “esperienza” trasformatrice che i tedeschi chiamano Erlebnis. Dopo tutto, essi hanno un indubbio valore anche politico, nel senso più ampio e nobile del termine. 

Il primo concetto è quello di “conservatore”. Il termine “conservatorismo”, come un po’ tutti quelli del lessico politico, è ambiguo. Prima di tutto, direi filosoficamente, per l’innegabile polarità che lo lega al suo contrario: è evidente che la vita umana non sarebbe se fosse solo conservazione o solo progresso. Empiricamente ci sono poi imolteplici sensi che al termine hanno dato gli stessi conservatori, in un prisma di significati non sempre riducibile. Infine, come se non bastasse, c’è la connotazione negativa che al lemma ha dato molta pseudocultura di sinistra: per l’indubbio predominio che ha avuto nel formare l’opinione mainstream, essa ha finito per far sì che il conservatore fosse visto  come un uomo fuori dal proprio tempo, nel migliore dei casi, oppure un immorale e un “fascista”, nel peggiore. Fumaroli, al contrario, non credo che si sia mai definito un conservatore, eppure si può dire con sicurezza che egli, con la sua opera erudita e scientifica e con le sue polemiche intellettuali, illumini al massimo grado quello che un conservatore oggi debba essere. Almeno, a mio avviso. Ciò che va assolutamente conservata è infatti la cultura occidentale, nella sua storia e nella sua complessità, con la visione del mondo e la sensibilità che essa instilla, cioè prima di tutto con il senso della storia e il senso politico che non può non avere chi si abbevera alle sue fonti. Che poi altro non è che la consapevolezza del senso tragico, cioè inconciliabile, del mondo e della vita, ove bene e male sono intrinsecamente connessi e non si possono separare con una accetta. E ove anzi la somma grandezza e la somma bellezza di cui l’uomo sa raggiungere a volte le vette, avvicinandosi con la sua opera a Dio, si alimentano ed emergono da un sostrato spurio e spesso composto da materiali pessimi (cfr. La mitologia dei capolavori della pittura, del 2004; ma anche, dello stesso anno, il suo Chateaubriand: poesia e terrore),. Con Fumaroli, giusto per capire, stiamo lontano mille miglia dalla idelogia “purificatrice” e nichilista dei Black Lives Matter, che nella sua furia distruggitrice non si accorge di segare le gambe alla stessa sedia su cui siamo seduti.

Ed ecco il secondo concetto, che la nostra epoca fraintende e usa a proprio piacimento, persino a scopi edificatori o di rassicurazione, e che nessuno forse più di Fumaroli ha contribuito a riportare al suo corretto significato e a chiarificare: quello di cultura. In questo caso, oltre alle tante polemiche di cui è stato protagonista e agi inteventi pubblici che non disdegnava, il riferimento è a Lo stato culturale. Una religione moderna, il libro uscito nel 1991. L’obiettivo polemico contingente era la politica culturale del governo Mitterand, e soprattutto del suo potente ministro della cultura Jack Lang, che aveva messo su una macchina organizzativa e finanziaria per promuovere la “cultura”. Ma la cultura esigeva in questo caso le virgolette perché era evidente che quelle che venivano promosse erano soprattutto delle subculture: dal rap ai gialli, dai romanzi di cassetta all’arte contemporanea tutta, che Fumaroli giudicava una grossa bufala o presa in giro. Senza mezzi termini. In particolare, si è creato nella nostra epoca, secondo lui,  un intreccio perfetto tra prodotti immateriali di facile produzione e consumo, interessi economici, promozione mediatica, e a volte forti interventi dello Stato (come nel caso francese), che tende, da una parte, a elevare al rango degli onori, o addirittura di guru, uomini di “cultura” che sono poco più che abili imprenditori di sé stessi, ovviamente pieni di sé e ad agio nel conquistato ruolo di quasi divi,  e, dall’altra, a diffondere in un pubblico medio-colto un’idea quasi sacrale e mitica (nel senso banale dei “miti moderni”) di tutto ciò che è “cultura”. Legando quest’ultima al potere, e facendole pedere il suo carattere di attività disinteressata. Quello che pure si perde è proprio la vera idea di “eccellenza”, legata al sublime dei risultati da raggiungere ma anche agli sforzi e alla fatica che essi comportano. Era più o meno la critica che aveva già fatto, inei primi anni Sessanta, in un fortunato pamphlet,  Dwight Macdonald alla Masscult e alla Midcult, cioè alla cultura media e a quella di massa, ma che Fumaroli, che parlava anche di “americanizzazione” (cfr. Parigi – New York e ritorno: viaggio nelle arti e nelle immagini, del 2009) svolgeva ora  con una raffinatezza e una vastità e densità di pensiero per molti aspetti irragiungibile. Visibile, fra l’altro, nella sua simpatetica biografia Non a caso l’ideale dell’uomo di cultura era per Fumaroli Un ideale di cultura elitario? Niente affatto: semplicemente quello che la cultura è sempre stata nella nostra società prima della sua deriva nichilistica, il motore e l’essenza dell’Europa. La cultura che, in quanto palestra di spontaneità e buon senso, faceva sì che il genio e l’uomo comune si incontrassero  naturalmente nei loro più profondi sentimenti.

E il terzo concetto su cui l’opera di Fumaroli invita a riflettere è proprio quello di Europa, una entità che per il grande studioso francese non è stata altro, né altro può essere in prospettiva, se non l’universalità della sua cultura. Il suo cuore pulsante, e insieme l’espressione concreta della sua esistenza, era quell’unione o intreccio di relazione, ideale ma anche reale (fatta cioè di corrispondenze e incontri), degli uomini di pensiero dell’intero continente, e pluribumus unum: la République des lettres (alla Repubblica delle lettere è dedicato l’ultimo suo libro importante, che porta la data del 2015). Non è forse strano che quella fitta trama di rapporti, e quel comune sentire, sia venuto meno definitivamente proprio quando si è cominciato a concepire, fra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso, il progetto di una unione politica? Cioè proprio quando la “cultura”, da un lato, si massificava,  ma, dall’altro, si chiudeva in uno specialismo di stampo positivistico del tutto autoreferenziale che faceva degli scienziati dei funzionari cosmopoliti interni all’ingranaggio del sistema e senza radici spirituali? Probabilmente, l’Europa, e soprattutto l’europeismo, avrà un futuro solo nella riacquisita consapevolezza della grandezza e unicità della sua tradizione culturale.

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