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Conservatorismo e tradizione: così si può arginare la nemesi progressista

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Nell’era in cui il progressismo ed il consumismo si sono impossessati di svariate società, la tradizione ed il famigerato “conservatorismo ideologico” sono diventati l’ultimo baluardo per la manutenzione dei mores antiqua, ovvero gli antichi costumi che fanno inevitabilmente parte della nostra storia.

L’arte, la musica, la letteratura e le altre importanti forme di espressione plasmate dall’uomo stanno svanendo, schiacciate dal peso massiccio della vacua novità, la quale, in questo senso, rappresenta la contorta ed erronea reinterpretazione del passato.

Al fine di spiegare con precisione il nucleo da cui si sviluppa il conservatorismo, è necessario tornare indietro di parecchi secoli: uno dei più grandi esempi in quest’ambito è proprio il rinomato impero romano. Tra le figure più celebri dell’epoca spicca quella di Cicerone: oratore, autore e politico romano, il quale ebbe un ruolo fondamentale durante il conflitto contro Catilina, un condottiero reazionario che aveva lo scopo di sovvertire l’ordine pubblico di quei tempi. I testi e le orazioni ciceroniane passarono alla storia come testimonianze della lotta contro la damnatio memoriae delle tradizioni romane ed è per questo che sono tutt’ora oggetto di studio nei licei classici e nelle aule universitarie.

Ancora, è possibile ricercare l’importanza del conservatorismo anche in testi più moderni come, ad esempio, nell’opera di Ernest Jünger, denominata “Il trattato del ribelle”, nel quale il filosofo esprime implicitamente le sue preoccupazioni verso il futuro, avendo visto l’esito dell’occupazione sovietica nella Germania dell’Ovest. Secondo Jünger, l’Anarca potrebbe essere definito come l’estremo conservatore, in quanto ricercherebbe la soluzione per curare i mali della società moderna, ricorrendo alla dettagliata analisi delle proprie radici culturali.

Un’altra importante figura filosofica, dedita alla conservazione dei valori tradizionali, è quella di Yukjo Mishima, che fu un poeta, filosofo, scrittore ed esteta giapponese. Egli riteneva fondamentale lo studio della propria cultura, poiché quest’ultima è l’unico modo per comprendere chi siamo e da dove veniamo. Nel 1970, Mishima, ormai deluso dalla trasformazione della sua terra natia, decise di immolarsi davanti all’intero esercito nipponico con il cosiddetto sepukku, un suicidio perorato in passato dai samurai. Celebre fu l’ultima frase del suo discorso, che recita “Con la speranza che possiate risorgere come uomini e come guerrieri”.

Dunque, la manutenzione delle proprie radici è fondamentale, soprattutto per le odierne civiltà europee, affinchè l’avvenire abbia una propria identità positiva, contrapposta alle frivolezze filoneiste.

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