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Considerazioni sul multiculturalismo

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Il dibattito sul multiculturalismo e il problema dell’identità dell’Occidente è stato proposto su queste pagine da Sergio Belardinelli, il quale ha sottolineato come la parola  multiculturalismo usata inizialmente per  indicare l’esistenza di diverse culture sia  diventata un’ideologia e sinonimo di relativismo, come se ogni cultura, ogni stile di vita, ogni valore possano essere considerati sullo stesso piano.

La parola “multiculturalism” è apparsa negli Stati Uniti nei primi anni ’80 nel contesto di una riforma universitaria alla cui base vi era l’esigenza di adeguare i contenuti di insegnamenti come la storia, la letteratura, gli studi sociali, ai diversi background etnici  degli studenti americani. Era sotto accusa il carattere eurocentrico della storia e della letteratura, discriminante sul piano etnico, per non dire razzista, nei confronti degli studenti americani non provenienti dalla tradizione occidentale europea, ma dall’Africa, dal Messico, dall’America Latina e dall’Asia. Gli anni ’80 erano stati preceduti dalle lotte per i diritti civili dei neri e dai movimenti femministi degli anni ’60 e’70, che denunciavano la scorrettezza politica dell’educazione universitaria corrente. La fine degli imperi coloniali europei dopo il 1945 accentuò l’emigrazione di studenti africani e asiatici negli Stati Uniti e questo cambiamento demografico unito alle rivendicazioni dei neri e delle donne condusse all’esigenza di modificare i contenuti delle facoltà umanistiche e di studi sociali in senso multiculturale. In sostanza, a un corso su Shakespeare si dovevano aggiungere corsi su poeti e letterati africani sconosciuti negli States a causa dell’egemonia della cultura bianca eurocentrica, colpevole nei secoli passati di avere abusato  di altre etnie e distrutto le loro culture con il colonialismo.  In questo periodo gli scienziati dimostrarono anche che in termini di Dna non ha alcun significato la parola “razza” e per questo il temine “cultura” rimpiazzò il termine “razza”.

La società europea non era multietnica fino alla metà dello scorso secolo, l’emigrazione dalle ex-colonie in Gran Bretagna, Francia, Olanda iniziò negli anni ‘50-‘60 e in Italia molto più tardi. Da noi il termine multiculturalismo ha assunto dagli anni ’80 il significato di necessità di costruire una società multiculturale, collegando questa esigenza alla democrazia e alla globalizzazione. Da qui tutta una elaborazione accademica sulla necessità di costruire una cultura dell’accoglienza per gli emigrati, una democrazia multiculturale e dibattiti su problemi concreti come quello del crocifisso nelle scuole  o del velo delle donne musulmane.

La fine della Urss aveva lasciato in piedi la  superpotenza americana, multietnica e multiculturale, lo specchio dell’universo in una sola grande nazione: allora si teorizzò la fine della storia, la nascita di un mondo globalizzato, democratico, liberale, multiculturale, privo di conflitti, dove il libero mercato avrebbe portato la felicità. Il sogno è durato poco, perché sono riapparse grandi potenze come la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, grandi nazioni con ambizioni militari e, anche se multietniche come la Russia, simili ai vecchi stati nazionali monoculturali.  Come ha osservato Belardinelli, le dinamiche socio-culturali seguono logiche paradossali: siamo al paradosso di una nazione multiculturale come gli Stati Uniti che ha esportato il proprio modello in tutto l’Occidente che ora si trova sotto la sfida di civiltà, che non hanno alcuna intenzione di assimilare il loro stile di vita a quello occidentale, né di diventare multiculturali e multireligiose, perché ritengono superiori le loro credenze e considerano p.e. decadenti i nostri comportamenti sessuali. Lo stesso termine “civiltà” era considerato politicamente scorretto da noi e quando apparve il celebre saggio di Huntington sullo “scontro di civiltà”, fu molto criticato perché non aveva usato il temine “cultura”, più democratico e privo di connotati conflittuali.

“Civiltà” e “cultura” sono considerati oggi sinonimi, ma non lo sono affatto, perché le due parole si riferiscono a tradizioni linguistiche e concettuali diverse. Senza soffermarci sulla  distinzione tra Kultur e Zivilization, il termine “cultura” è diventato, come osserva Belardinelli, “un concetto omnicomprensivo, tendente a inglobare l’intero universo della vita sociale”. Il concetto “cultura” così inteso diventa la  notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere. Si arriva  al paradosso di non riuscire a spiegarsi  perché i mussulmani ritengano la loro religione diversa e non vogliano adottare il nostro stile di vita. Se noi consideriamo l’usanza del velo contraria alla libertà della donna, compresa quella sessuale, è chiaro che anche noi non consideriamo la nostra “cultura” simile alla loro, ma più raffinata, progressista, democratica. Ora, se da questa prospettiva legittimiamo la guerra per l’esportazione della democrazia e del nostro stile di vita, vanifichiamo ogni pretesa di multiculturalismo in Occidente, perché saremo costretti a vietare alle  mussulmane il velo a scuola, come p.e. accade in Francia.

Paradossalmente, mentre riteniamo legittima la guerra per la democrazia per liberare le donne mussulmane dal velo e da una società meno raffinata e democratica della nostra,  viviamo in società talmente secolarizzate e relativiste che molti di noi sono in crisi fronte a problemi come l’aborto, perché non lo consideriamo un semplice effetto collaterale del diritto alla libertà sessuale. Senza inoltrarci nell’analisi delle nuove sfide bioetiche prodotte dalle nuove scoperte scientifiche, il problema reale da affrontare  attualmente è quello dell’anarchia linguistica e concettuale in cui viviamo e per la quale la nostra identità occidentale diventa sempre più evanescente. In questa crisi è comprensibile il ritorno al cristianesimo per ritrovare una tavola di valori e un universalismo religioso aperto al dialogo e compassionevole. “La religione – scrisse Croce nel 1908 – nasce dal bisogno di orientamento circa la realtà e la vita, dal bisogno di un concetto della vita e della realtà. Senza religione, ossia senza questo orientamento, non si vive, o si vive con animo diviso e lacerato, infelicemente. Certo, meglio quella religione che coincide con la verità filosofica, che una religione mitologica; ma meglio una qualsiasi religione mitologica che nessuna religione”.

La religione risolve il bisogno individuale di trovare una nuova tavola di valori e una comunità universale con cui condividerli, ma non risolve il problema per il quale il mondo attuale è pieno di conflitti e di potenziali guerre, perché, appunto, la storia non è finita, come si immaginava, e sono riapparse grandi nazioni come Cina, India, Persia. Queste nuove potenze sono civiltà antiche, raffinate, complesse, con identità tutt’altro che deboli. Basta guardare la loro architettura e la loro arte. Sono mondi quasi sconosciuti per noi. Queste antiche civiltà erano entrate in decadenza con l’espansionismo europeo dei secoli scorsi. Poi si sono rivitalizzante e si sono modernizzate. La Cina di Mao ha usato il mito del comunismo per costruirsi un’industria pesante, un esercito potente, uno stato forte, come osservava Aron nell’Oppio degli intellettuali del 1955. La stessa rivoluzione di Khomeyni, che indisse le elezioni nel 1979 e trasformò la monarchia persiana nella repubblica islamica, fu formalmente democratica: poche rivoluzioni hanno avuto una partecipazione elettorale e un consenso come quella di Khomeyni. Il problema dell’Occidente secondo Aron era l’illusione che i parlamenti di tipo britannico o francese fossero esportabili per tutto il pianeta come l’energia elettrica e le auto. Esportare il progresso tecnico e i nostri parlamenti in altre civiltà non necessariamente avrebbe prodotto per Aron la nostra cultura, i nostri concetti di umanità e religione, perché queste civiltà hanno un’identità simbolica di se stesse per la quale è  un mito occidentale illudersi sia possibile un ordine mondiale privo di conflitti.   Non è detto si viva nell’epoca dello scontro civiltà, ma è finito il bilateralismo Usa-Urss da tempo: la storia non è finita, siamo semplicemente entrati nell’era del multilateralismo e non siamo attrezzati a pensare la politica in questi termini.

E’ in crisi la stessa figura dell’intellettuale occidentale. “L’arte degli intellettuali britannici – per Aron – consiste nel ridurre a dispute tecniche alcuni conflitti che sono spesso ideologici; l’arte degli intellettuali americani consiste, invece, nel trasformare in questioni morali controversie che riguardano molto più i mezzi che i fini; l’arte degli intellettuali francesi, infine, consiste nell’ignorare e assai spesso nell’aggravare i problemi specifici della nazione, nell’intento orgoglioso di pensare per l’umanità intera”. Purtroppo Aron non scrisse niente sugli intellettuali italiani e dobbiamo cavarcela da soli.

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