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L'analisi

Consiglio Europeo: tutti i nodi irrisolti mentre il tempo, inesorabilmente, passa…

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Concluso l’ultimo Consiglio Europeo convocato per dare una sterzata sul percorso verso la ricerca di una soluzione alla crisi economica che attanaglia l’Europa come conseguenza del Covid-19, non resta che tirare le somme.

Se il clima della vigilia pareva caratterizzato da aspettative crescenti per la soluzione dello stallo e dei contrasti tra le diverse posizioni in campo, l’esito pare non offrire elementi in grado di individuare una chiara posizione in grado di definire la posizione comune.

A fronte dell’affannarsi a esibire manifestazioni di vittoria da parte di tutte le fazioni in campo, evidentemente non resta che prendere atto della difficoltà di scacciare quel fastidioso clima di ambiguità che rimane non appena si sgombera la scena dalla propaganda.

Mettiamo da parte ogni pretesa di esibizione di trofei e cerchiamo di guardare ai fatti.

Manca, innanzi tutto, un documento conclusivo comune che sintetizzi le decisioni effettivamente assunte e i relativi tempi di attuazione, se non in termini di definizione di una “tabella di marcia”. Con una formula dalla involontaria ironia tragica di fronte alla urgenza e gravità dei problemi in campo e al livello delle aspettative suscitate. Un passaggio del documento ufficiale illustra meglio di ogni altro commento: “L’importo, gli obiettivi specifici, il calendario e la natura di questo sforzo di investimento dovrebbero essere definiti nel quadro di un pacchetto di rilancio globale che abbia al suo centro il bilancio dell’UE. La Commissione presenterà proposte al riguardo.”.

Quindi, dobbiamo ritenere che è quanto meno azzardato parlare di posizione condivisa da parte di tutti i partner sul merito delle scelte che si fronteggiano. Le intese di massima su alcuni degli strumenti prospettati nelle riunioni preparatorie sono rimaste tali, e intanto è stato affidato un nuovo incarico istruttorio e preparatorio per una ulteriore proposta in vista di un successivo vertice europeo, da tenere il mese prossimo. Il tutto per affrontare un tema, quello del così detto Recovery Fund, destinato a trovare la sua collocazione non prima della definizione del prossimo bilancio europeo, quindi nell’arco del ciclo di bilancio 2021-2027.

Così che, con tutta probabilità, di fronte all’ennesimo rinvio, tutti potranno offrire la chiave di lettura che più risulta vicina alle rispettive posizioni, ciascuno intestandosi una vittoria che, evidentemente, non può essere simultaneamente per posizioni anche antitetiche.

Intanto, il calendario continua imperterrito a scorrere, certamente indifferente a questa poderosa esibizione di incertezze permanenti. E intanto, con lo scorrere del tempo si aggrava però giorno per giorno lo stato di uno dei malati più gravi da curare che il Covid19 sta lasciando sul campo; e cioè l’economia, con il suo portato di crisi trasmesse ai terminali rappresentati dalle tante imprese e famiglie coinvolte.

In questo contesto, sembra di poter affermare che permangono tutte le ambiguità già evidenziate del MES, rispetto al quale continuano a non essere sciolti nodi di fondo sul meccanismo con cui potrà operare che, al di là di opzioni ideologiche, sono fondamentali per capire se il saldo finale si possa considerare accettabile per il nostro Paese, soprattutto in termini di strategie di politica finanziaria di fronte a crisi di sistema.

Sul così detto Recovery Fund non sappiamo molto più di una illustrazione da cartolina. Si parla di emissioni di debito congiunte, ma restano quanto meno irrisolti nodi fondamentali: si tratterà davvero di emissioni congiunte garantite in via solidale da tutti i Paesi, o di debito garantito da ciascun Paese nei limiti del rispettivo concorso al bilancio UE, quando sarà operativo, che dimensioni quantitative assumerà, con che orizzonte temporale di durata, come potrà operare e in che termini sarà in grado di trasferire risorse essenziali per l’economia reale dei singoli Paesi. Addirittura ancora si fronteggiano tesi del tutto inconciliabili tra le caratteristiche fondamentali dello strumento, ciascuna parte reclamando una pretesa accettazione della propria posizione; se cioè si tratterà di prestiti per gli Stati membri, ovvero finanziamenti a fondo perduto erogati attraverso le risorse raccolte sui mercati da obbligazioni congiunte. E la differenza non pare del tutto irrilevante. Così che diviene difficile esprimere una valutazione consapevole in un clima di così scarsa e ambigua disponibilità di elementi certi.

In tutto questo, mentre rimangono i pericoli di una risalita del costo del debito che giornalmente il nostro Paese deve sostenere e rinnovare sui mercati, si affaccia sempre più minaccioso lo spettro di un downgrade da parte delle agenzie di rating, che farebbe scivolare la valutazione a livelli tali da non consentire più la raccolta di risorse da parte di molti investitori istituzionali e fondi internazionali. Il che costituirebbe davvero un avvitamento della crisi finanziaria in grado di soffocare le aspettative di sopravvivenza.

Rimane sul campo a sostenere il nostro debito pubblico il programma di intervento della BCE, senza il quale probabilmente ben più grave sarebbe stata la situazione.

Rispetto a questa sostanziale equivocità ed incertezza delle misure effettivamente messe in campo in chiave europea, che ovviamente è condizione imprescindibile per esprimere ogni valutazione che non sia fazioso pregiudizio o ideologia preconcetta, è sembrata mancare finora nel dibattito una adeguata riflessione su due aspetti che invece meritano più attenti approfondimenti. Da un lato, non sono ancora chiari di dettagli sul come e quando, ma la ricetta comune a livello globale sembra essere quella di un consistente ricorso a nuovo debito pubblico per curare gli effetti del contagio all’economia. Con una espansione a livelli inesplorati fino a poco tempo fa: emissioni di debito pubblico simultaneamente annunciate o avviate a livello planetario per valori che in termini di valuta corrente ormai sembrano attestati a livello di migliaia di miliardi. C’è da chiedersi se questa non sia una ulteriore ed estrema finanziarizzazione di una crisi di domanda ed offerta reali, magari in grado di aumentare ulteriormente la differenza tra esigenze e proporzioni dell’economia reale e la finanza. E quindi, per evitare di aumentare ancora di più la distanza reciproca, andrebbero individuate e messe in campo concrete soluzioni per consentire una ripresa immediata della prima, più che soltanto preoccuparsi di amplificare il volume della seconda. Ma i nostri decisori pubblici non sembrano molto sensibili all’esigenza, già invocata, di misure immediate, dirette, libere da intermediazioni burocratiche pubbliche e private. Eppure è proprio questa una delle chiavi non negoziabili per la speranza di successo di qualunque misura messa in campo.

Dall’altro lato, di fronte ad una offerta simultanea di debito pubblico in concorrenza tra i diversi emittenti e ad una domanda non certo corrispondentemente elastica, sarebbe utile una riflessione sulle conseguenze che rischia di comportare questo massiccio spostamento di risorse dalla raccolta privata. Il rischio che potrebbe determinarsi è quello di una accentuata difficoltà di reperire risorse finanziarie sui mercati abituali soprattutto per operatori privati maggiormente esposti alle variabili dettate dalla variazione del rating del debito sovrano. Per citare solo un esempio, banche e istituzioni finanziarie private nazionali hanno un rating di fatto condizionato da quello sovrano, e quindi potrebbero trovarsi esposte al rischio di un doppio effetto negativo derivante dalla crescita del costo derivante dal peggioramento del rating (in conseguenza del downgrade sovrano, che nessuno si auspica), e allo stesso tempo da una maggiore difficoltà di incontrare effettivamente una domanda soddisfacente per le proprie esigenze di funding, per effetto dei massicci programmi di raccolta di debito pubblico messi in campo a livello globale.

Occorrono, allora, adeguati processi di veicolazione delle risorse raccolte dal debito pubblico verso le esigenze della raccolta privata. Ma in un quadro che deve essere coordinato e armonizzato in trasparenza sul piano di valori, tempi e priorità, per evitare che alla libera competizione di mercato tra privati si sostituiscano più opache forme di trasferimento differenziato o di sterile sussidio.

Sono profili che meritano di essere affrontati e valutati per tempo per le problematiche che possono prima o poi celare, senza farci narcotizzare dalla esibizione di un dibattito da propaganda faziosa.

Intanto, l’unica certezza che pare si possa condividere è quella sulla poderosa capacità di declinazione al futuro da parte dei nostri decisori pubblici: in un profluvio di “vedremo …valuteremo…approfondiremo…decideremo…adotteremo…”, indifferente alla realtà del tempo presente, nel quale si sta consumando inesorabile una sterilizzazione dell’economia reale che non ha precedenti per impatto e rapidità e che non sembra scalfita dalla tecnica dell’annuncio.

Intanto, confortati dall’attenzione verso la comunicazione e la indefessa padronanza della declinazione verbale, meglio di ogni altro commento può bastare citare un passaggio tratto dalle Conclusioni del Consiglio Europeo del 23 aprile 2020: “Non ci saranno soluzioni semplici. Il quadro delineato qui consentirà tuttavia di creare un senso di determinazione e di fiducia e di sfruttare tutte le risorse in uno spirito di unità e solidarietà. La tabella di marcia sarà integrata da un piano d’azione più dettagliato che definirà le misure da adottare con la tempistica adeguata. Affinché questa strategia sia coronata da successo, dobbiamo garantire l’adesione dei governi e dei parlamenti, delle parti sociali e dei cittadini. Ci impegniamo ad ascoltare le loro preoccupazioni, a procedere ad ampie consultazioni e a creare le condizioni per un dialogo permanente con tutti i soggetti interessati.”

Non c’è che dire, rispetto alle drammatiche istanze del presente, un esempio tangibile di risposta pronta, effettiva, concreta

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