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Conte e la Carta: c’è chi grida al golpe

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Giuseppe alias Giuseppi Conte sta andando oltre il seminato della tanto sbandierata “Costituzione più bella del mondo”. Non ci credete? Leggete il professor Sabino Cassese, che certo non ha simpatie impronunciabili: “Non arriverei a dire che il governo calpesta la Costituzione, ma sicuramente l’ha un po’ dimenticata e messa da parte sin dall’inizio. L’ha un po’ stropicciata”, ha detto il giudice emerito della Corte Costituzionale. E lo ha detto in relazione alle disposizioni prese dall’esecutivo giallorosso per quel che riguarda il quadro pandemico. Non lo abbiamo detto noi – lo ripetiamo – ma il professor Sabino Cassese. E poi andiamo avanti. Perché il sentiero è lastricato di giuristi che stanno avvertendo il Belpaese di un pericolo. Senza che molti se ne accorgano in maniera tempestiva a quanto pare. Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale, non si è nascosta: “La Carta è la bussola anche in tempi eccezionali”. E lo stato d’eccezione non è previsto. Giuseppi pensa di poter dire e fare quello che vuole? Fior fior di costituzionalisti lo stanno richiamando all’ordine. Lui, Giuseppi, il giurista, ne dovrebbe tener conto. C’è una questione giuridica, ma ce n’è anche una di carattere politico. Se non altro perché Giuseppi, sempre il giurista, si è già auto-candidato alla guida della ricostruzione post-pandemia. Lo certificano i toni. Lo certifica quel suo annuncio fatto in tempi non sospetti. Quello che registrava la novità: la politica potrebbe ormai costituire il suo mestiere. Ne parleremo poi.

Elisabetta Casellati, presidente del Senato, ha dichiarato quanto segue: “Ricevo tutti i giorni moltissimi messaggi da cittadini che non mi chiedono aiuti ma chiedono di tornare a lavorare e io ho una difficoltà – ha detto il presidente del Senato -, perché il Parlamento, che è il cuore della democrazia, è la voce dei cittadini, è escluso dalle scelte future. Ma il Parlamento è il primo interlocutore del governo, è lì che si realizza l’unità nazionale”. I Dpcm, lo strumento preferito dal giurista, non prevedono quindi troppo coinvolgimento parlamentare. I cittadini sono del resto troppo impegnati ad affrontare il Covid-19 e le sue conseguenze economico-sociali per potersi occupare di cavilli. Un po’ è Tocqueville, con la sue teorie sulle deroghe che la cittadinanza concede ai politici durante l’epoca contemporanea, che è quella della de-responsabilizzazione. Un po’ è proprio la situazione, che meriterebbe atteggiamenti, guide, scelte e comunicazioni diverse. Ma questo abbiamo. E con questo tocca fare i conti.

Come ha fatto il senatore Luigi Zanda. Ieri il senatore piddino ha picchiato duro, ricordando al governo che è il Parlamento a dover lavorare sui decreti: “Non si comprende perché il Senato, dopo una prima fase di piena chiusura, debba continuare a riunirsi, molto parcamente, solo per approvare i provvedimenti urgenti del governo. Torniamo a far lavorare il Senato secondo i suoi abituali ritmi di lavoro”. Il Partito Democratico, che è membro attivo della maggioranza che regge Giuseppi, sta sgomitando. Dalle parti del Nazareno sembrano essersi accorti che così non va. Perché il Parlamento sembrerebbe sempre più esautorato. E perché Giuseppi parrebbe sul serio il peggior interprete del presidenzialismo possibile. Anche perché il premier gialloverderossostellato ha tirato fuori una versione tutta sua del presidenzialismo. Uno spartito che nulla ha a che fare con quello di cui l’Italia avrebbe bisogno. Un’interpretazione che è composta soprattutto da annunci irrisolti, cose che non succedono, prove di forza, statistiche presumibilmente sbagliate, sperperi, messaggi confusi, erre arrotate, fallimenti annunciati e così via.

La Lega intanto ha occupato il Parlamento. E lo ha fatto, sempre che serva, in ritardo. Matteo Salvini dice che non se ne andrà fin quando il governo non darà risposte chiare agli italiani. L’unica cosa che otterrà, con buona probabilità, sarà quella di sovrapporre la sua narrativa a quella di Conte, che apparirà alla stregua di un liberale. C’era un altro modo per giustificare il contismo dei Dpcm tramite i buoni uffici di certa stampa? Temiamo di no. E invitiamo alla riflessione i leghisti. Intanto pure il senatore Gaetano Quagliariello ha picchiato duro: “Io so bene che il Sottosegretario la pensa come noi, ma gli chiedo di riferirlo al presidente Conte. La Costituzione non stabilisce che ci debba rendere edotti delle sue decisioni, ma deve discutere e decidere con il Parlamento. Questo, signor Presidente, anche perché noi ci troviamo in un periodo molto particolare. Noi sommiamo un dopoguerra con una crisi di dimensioni mondiali”. La sovranità popolare, insomma, non è una pomata da sfoderare in diretta televisiva, ma un istituto da tutelare con i fatti. A Giuseppi però non sembra interessare. Lui è già la guida della ricostruzione in pectore. Solo che, stando così gli equilibri, dovrà a fare a meno della sinistra costituzionalista per ricostruire. Non lo sopportano? Non lo sappiamo. Per ora lo hanno rimproverato. Per non parlare di Italia Viva, a cui chiederemmo volentieri cosa aspetta a staccare la spina per dare vita ad un governo di unità nazionale. E poi c’è il Pd, che sembra in fase di risveglio e sul quale, ahinoi, ci tocca confidare per un “buongiorno” pieno.

Giuseppi, insomma, rischia di essere la guida di se stesso e poco più. Almeno questa è la nostra speranza. Bisogna che la maggioranza si desti, istituzionalmente parlando. Altrimenti anche le forze parlamentari che sostengono questo governo potrebbero essere definite complici di disposizioni attorno ad uno stato di eccezione, che tuttavia la nostra Costituzione non prevede.

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