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Contro il doping una candidatura liberale

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Ah, Lamour. Il partito degli anglosassoni della WADA, l’Agenzia anti-doping mondiale, ha infine sospirato impensierito, leggendo il nome dell’unico candidato alla nuova presidenza, in successione all’uscente Pound: quello del francese già ministro dello sport (governi Raffarin e de Villepin), espressione di una politica in perfetta continuità con l’ultima amministrazione. Jean-François Lamour, ex schermitore campione olimpico, è il moschettiere schierato in difesa della campagna lanciata con abbondante anticipo, verso Pechino 2008, per prevenire un ritorno di fiamma del doping di squadra.

Ancora in Oriente, nell’indimenticata Seul ‘88, lo sport professionistico mostrò l’altra faccia delle medaglie, quella contraffatta da pratiche illecite diffuse, in qualche caso sistematiche. Vent’anni dopo la World Anti-Doping Agency si augura di vigilare su dei Giochi sostanzialmente corretti, affatto pericolosi sia per la salute degli atleti sia per l’immagine dell’intero movimento. Il ticket Pound-Lamour si è sempre speso per comunicare a gran voce il proprio programma, e con esso i risultati dell’azione di controllo e repressione. Non sono neanche mancate, però, troppe polemiche a distanza con diverse federazioni, nonché con più di un Comitato nazionale. I critici di questa politica obiettano che difetta di pragmatismo, mentre al contempo ostenta una rigidità e uno zelo persino eccessivi, predicando la virtù sportiva con toni da crociata. Per tornare al partito degli anglosassoni, in seno all’Agenzia: costoro sostengono che la lotta al doping non può avvalersi unicamente dell’arma del legalitarismo, sbandierato e imposto con le buone o con le cattive (più spesso con le cattive). Occorre invece un cambio di mentalità. Serve uno slancio culturale nuovo, di matrice pedagogica opposta a quella continentale, così astratta e idealista, quasi à la Pierre de Coubertin.

L’anti-Lamour individuato da questa corrente alternativa di pensiero è quindi un pensionato australiano, già governatore del Nuovo Galles del Sud, uomo di rugby e di mischie assembleari: si chiama allora John Joseph Fahey, l’altro (sorprendente) candidato alla presidenza WADA. E la sua storia personale e politica, pressoché sconosciuta lontano da Sydney, si legge ben chiaro che è, di suo, tutto un programma. Fahey è un liberale attento all’efficacia della concorrenza e della sussidiarietà, amico dei sistemi che funzionano perché snelli e flessibili, senza troppe spese a carico. Nativo di Wellington, Nuova Zelanda, balza poi nella terra dei canguri a undici anni, crescendo al college e finendo presto l

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