Contro l’Iran le sanzioni potrebbero non bastare…

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Contro l’Iran le sanzioni potrebbero non bastare…

29 Marzo 2007

Molti europei considerano l’estromissione del Presidente americano in
carica e del suo entourage come l’unica soluzione alla querelle iraniana. Non avranno
gioito quando sono rimbalzate in Europa le voci dall’altro lato dell’Atlantico,
in cui si affermava che i cari Democrats
si apprestano a presentare al Congresso una proposta di legge draconiana contro
l’Iran di Ahmadinejad. La volontà di piegare il regime attraverso una stretta
economica non è di John Bolton, bensì di un deputato proveniente dal paradiso liberal della California, Tom Lantos. La
caratteristica più innovativa di tali sanzioni, volte a limitare
l’espansionismo politico iraniano, risiede nella possibilità di colpire le imprese
che continuano a fare affari con Teheran. Questo, mentre in Iran il malcontento
cresce sempre di più a causa della crisi economica. Come in una barzelletta, il
paese guidato da Ahmadinejad galleggia sul petrolio, ma rischia di rimanere
senza una goccia di benzina a causa della sua incapacità di raffinarla.

Ha senso parlare di sanzioni contro l’Iran come panacea nei confronti della
teocrazia dei mullah? La storia delle sanzioni economiche a partire da quando
furono imposte all’Italia del Ventennio è costellata d’insuccessi. Quando,
negli anni novanta, sono state imposte all’Iraq, sono servite da collante per il
malridotto regime, che grazie ad esse poteva mostrare al suo popolo e alla
comunità arabo-musulmana le toccanti immagini dei bambini sofferenti negli
ospedali di Baghdad. Questo perché l’embargo colpiva la vendita all’Iraq di
qualsiasi prodotto, con l’eccezione di alcuni tipi di cibo e medicine, ma al
contempo bloccava le esportazioni di petrolio rendendo inutile, de facto, l’unica risorsa della
disastrata economia irachena. Nel frattempo, il figlio di Kofi Annan, che presiedeva
l’organizzazione che aveva imposto tali sanzioni, veniva incriminato perché implicato
con il regime nello scandalo Oil-for-food. Morale della favola, mentre Saddam proseguiva
con la sua corte nel consueto life-style, e non pativa di certo stenti e
privazioni, nella società irachena e nelle opinioni pubbliche dei paesi limitrofi
s’insinuava il sospetto che l’Occidente avesse interesse, se non piacere ad
affamare quelle popolazioni.

Si potrebbe dire che è stato un errore isolato, ma con la Corea del Nord è andata
peggio. Non solo la minaccia delle sanzioni è risultata inefficace, ma ha
contribuito, insieme alla delirante ideologia politica di Kim Il Jong, a riportare
il paese in condizioni economiche e sociali che l’Europa ha conosciuto solo ai
tempi della peste nera, cementando il consenso attorno alla dittatura…

Ciò non ha impedito al “Caro Leader” di portare a conclusione il suo
programma nucleare, testato con successo nell’ottobre 2006. Si aggiunga che la Nord Corea ha
sviluppato i vettori intercontinentali Taepodong-2 su cui quelle testate possono
essere montate, e si comprende quanto sia stata sbagliata, in toto, la gestione della crisi. Adesso i ”compagni” coreani sono
seduti al tavolo delle trattative, ma una delle prime regole della diplomazia è
quella d’intraprendere un negoziato in posizione di forza per raggiungere un
accordo vantaggioso sulla risoluzione del conflitto (ricordate la
vietnamizzazione del conflitto operata da Kissinger?).  La comunità internazionale ha vanificato il
suo vantaggio e ora si trova costretta a dover scendere a compromessi con
Pyongyang. Questo è un rischio che l’Occidente non può correre con Teheran.

La
questione iraniana è stata associata spesso alla metafora del bastone e della
carota. L’Iran ha continuato a mangiare carote occidentali, mentre il presunto
bastone, con il prolungarsi della vicenda negoziale, si è trasformato in una
feluchetta dietro cui non è più possibile nascondersi. D’altronde, anche il democratico Barack
Obama, intervenendo all’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) ha
affermato: “Non dobbiamo escludere alcuna opzione, nemmeno quella militare”. E
se lo dice lui…