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Impotenza dell'Onu, debolezza dell'Occidente

Contro Mugabe le sanzioni sono il minimo che si possa fare

Il pragmatismo amorale della Cina, il consueto antagonismo della Russia, la vergognosa codardia del Sud Africa – ecco le tre risposte più spaventose ai tentativi inglesi ed americani di imporre sanzioni allo Zimbabwe ed al suo presidente-tiranno, Robert Mugabe. Cina e Russia hanno opposto il loro veto alla proposta che avrebbe proibito allo Zimbabwe di ricevere carichi di armi, congelato i beni di Robert Mugabe all’estero, e limitato le sue possibilità di spostamento. Un voto contrario a quella risoluzione è stato espresso anche dalla pittoresca schiera dittatoriale di Libia, Vietnam – e Sud Africa. 

Sebbene la moralità occidentale sembra venir fuori solo quando c’è ben poco da perdere, economicamente parlando, o quando ci sono di mezzo altri interessi personali, l’azione inglese e americana rappresentava - e continua a rappresentare - la giusta cosa da fare, ed è il minimo che si dovrebbe attuare. I veti e le astensioni sollevano molti interrogativi preoccupanti. Meno per il Vietnam, peone della Cina, o per la Libia - i cui atteggiamenti sono dettati dai propri interessi personali nel proteggere i dittatori africani. La Cina sta dimostrando che neanche le Olimpiadi riescono a distoglierla dalla sua ostinazione, priva di qualsiasi morale, al perseguimento dei propri interessi economici in Africa. Preoccupante, ma prevedibile. 

Più allarmante è l’atteggiamento da parte di Russia e Sud Africa. La prima per aver mostrato la doppia faccia di Giano del regime post-putiniano. Dmitry Medvedev, che aveva parlato con Zalmay Khalizad, durante il summit del G8 in Giappone, della possibilità per la Russia di appoggiare le sanzioni, si è poi rivelato essere semplicemente il volto gradevole, ambiguamente pro-occidentale, di una Russia in realtà ostile, guidata dal Primo Ministro Putin ed ancora ancorata alle sue posizioni post-staliniste. 

Il Presidente del Sud Africa, Thabo Mbeki, che ha portato Mugabe e Morgan Tsvangirai al dialogo per la “spartizione del potere”, difficilmente potrebbe essere definito come un onesto mediatore. Mbeki, nonostante le grandi sofferenze attraversate dal suo paese a causa della grave crisi umanitaria dello Zimbabwe, rimane, abbastanza inspiegabilmente, un fedele sostenitore di Mugabe. Chiedere a lui di condurre le trattative tra la Zanu-Pf, l'Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe-Fronte Patriottico di Mugabe, e l'Mdc, il Movimento per il Cambiamento Democratico di Tsvangirai, sembra - malgrado l’esagerazione - lo stesso che chiedere a Vidkun Quis di negoziare tra la Germania ed Edvard Benes. In ogni caso, le trattative politiche si dimostreranno in gran parte inutili, dato che la simbiosi tra Mugabe e l’esercito rappresenta un potere che non sarà possibile smuovere solo con poche concessioni politiche.

C’è molto di più di un semplice deja-vu in questa situazione, che sembra tratta dal 1965: i regimi di sinistra/marxisti che fingevano solidarietà alle “legittime aspirazioni” dei popoli africani contro gli “oppressori coloniali” occidentali in declino. E’ come se il Regno Unito non si fosse opposto ai sostenitori (bianchi) dell’unilateralismo nell’ex Rhodesia, o come se gli Stati Uniti (insieme a numerose multinazionali con affari in Sud Africa) non avessero capito ed avessero dato un aiuto all’uscita dell’apartheid dalla scena mondiale. L’ultima cosa di cui l’Africa ha bisogno è un revival dei conflitti della Guerra Fredda tra Marxismo e Capitalismo, che hanno contribuito a ritardare di una generazione, se non di più, la rinascita post-coloniale del continente. 

La scusa ufficiale per bloccare le sanzioni al “Mugabismo” è che la crisi dello Zimbabwe rappresenta una questione interna, e che il compito dell’ONU è di risolvere i problemi che oltrepassano i confini nazionali. Ma la prima affermazione di fatto è falsa, in quanto i rifugiati dello Zimbabwe si riversano sul confine nel Sud Africa, che a sua volta si mostra sempre più ostile nei confronti dei suoi “ospiti”, sino ad arrivare, in alcuni casi, alla violenza. Inoltre, il crollo totale dell’economia dello Zimbabwe ha conseguenze per tutta la regione, se non per l’intero continente, nessuna delle quali di certo positiva. Infine, se ancora ci fosse bisogno di un’ulteriore ragione, lo Zimbabwe è stato creato dagli inglesi e dal Commonwealth con lo scopo di dare un esempio a tutto il continente: quella dominazione razziale è qualcosa che appartiene al passato. Oggi sono i principi democratici, insieme alle strutture politiche anglo-americane - e non certo la criminalità dittatoriale - a rappresentare la chiave del futuro dell’Africa. 

Se il modello occidentale di libertà e di governo rappresentativo fallirà nello Zimbabwe (come in realtà sta accadendo, finché non si verificherà un cambiamento nel regime), e se continuerà a rimanere appeso a un filo in Sud Africa, quale nazione africana riuscirà a trovare il coraggio di combattere contro la tirannia, militare o civile, esterna o interna? 

La crisi dello Zimbabwe è una crisi mondiale. Lo sanno bene Russia e Cina, che la sfruttano senza vergogna per ottenere vantaggi geopolitici a breve termine (e davvero secondari). Lo sa bene anche il Sud Africa, che vuole il diritto esclusivo di scegliere a quali interessi stranieri obbedire, fingendo nel frattempo di “essere responsabile” della situazione. E’ tempo di scoprire le carte: le sanzioni pubbliche e private in generale, attuate da ciascuna nazione a turno se necessario, sono nella vicenda in corso un altro esempio evidente di come l’ONU parli in grande e concluda alla fine ben poco.     

© The American Spectator

Traduzione Benedetta Mangano

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1 COMMENT

  1. Sanzioni & moralità
    Nessuna sanzione è mai stata proposta per Mobutu.
    La “moralità” che salta fuori adesso per Mugabe è, quanto meno, sospetta.

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