Controreplica senza guanti di velluto a Beppe Benvenuto

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Controreplica senza guanti di velluto a Beppe Benvenuto

Controreplica senza guanti di velluto a Beppe Benvenuto

12 Dicembre 2007

Nella sua nota
informativa del libro di Gigi Di Fiore non c’era una solo rilievo che
somigliasse, non dico a una critica (non si chiede tanto), ma neppure a una
esposizione ‘problematica’ delle tesi svolte in Controstoria d’Italia.

Non c’è “snodo critico” della storia del
Risorgimento che non si trovi nelle magistrali Lezioni  di Walter Maturi.

Se il vero problema, invece, non è “storiografico”
ma “interpretativo” ovvero “filosofico” in senso lato, sono autorizzati i
peggiori sospetti ovvero che dietro le “questioni dello spazio e dell’intonazione” poste dai
neo-sanfedisti (a cominciare dall’ineffabile Angela
Pellicciari) ci sia una radicale rimessa in discussione del “ringraziamento” rivolto
da Paolo VI all’Italia per aver liberato la Chiesa dal peso del “potere temporale”.

Non è un caso che i “vinti” non abbiano potuto
contare su “molti avvocati  difensori
o almeno d’ufficio”. Se non c’è un solo grande intellettuale meridionale – da
Francesco De Sanctis a Giustino Fortunato – che se ne assumesse il compito, ci
sarà stata pure una ragione. L’Ancien
Règime
fu il “termine fisso d’eterno consiglio”, nell’arco di due
secoli, di pensatori straordinari come de Maistre e Charles Maurras. Perché in
Italia, nel meridione, non se n’è vista l’ombra? Persino un  geniale “reazionario”,come indubbiamente fu, Augusto Del Noce,  si
guastò i rapporti col ‘Sabato’ che l’aveva fatto passare per un crociato in
lotta contro l’”infedele” Giuseppe Mazzini.

 Ho scritto anch’io che gli storici
risorgimentisti – sì, proprio “il gotha della storiografia
novecentesca” – non traevano gli “auspici” dagli stessi altari. E’ certo,
però, che per tutti loro il Risorgimento era l’unica
legittimazione ideale dell’Italia unita. Si poteva essere mazziniani o
cattaneani, giobertiani o cavouriani ma non c’erano altri simboli o filosofie
disponibili e rispettabili.

In realtà, il “revisionismo” risorgimentale
(che dell’autentico revisionismo, quello relativo al fascismo, promosso da uno storico
della statura intellettuale di Renzo De Felice, è una patetica caricatura)  ha soltanto un significato culturale e politico.
Ed è un significato ambiguo e, per certi aspetti, rivoltante giacché, a ben
guardare, non evidenzia le lacune del liberalismo dei ‘padri fondatori’ (che pure
furono tante) ma la filosofia stessa  da
cui trassero ispirazione. Una filosofia accusata di relativismo, di
materialismo, di mancanza di risorse spirituali dinanzi alle sfide del
fondamentalismo e al crollo di istituti ‘naturali’ e secolari come la famiglia.

Se “that is the question“, se figure come
Gino Capponi, Cavour, Alessandro Manzoni, Carlo Arturo Jemolo, vengono
subdolamente rimosse dal Pantheon nazionale, se si vuole un’Italia diversa da
quella che essi auspicavano, fate pure. “Il mondo è bello perché (a)vari(at)o”,
diceva un pessimista. Ma almeno si abbia il coraggio di dirlo a “viso
aperto”: il liberalismo non ci piace, togliere il potere temporale al
pontefice è stato un errore, tutto il male che l’Europa pensante – da Gladstone a
Tocqueville, per citare solo dei “moderati” – diceva dei Borbone era solo una infame calunnia.

Si diceva una volta per scherzo incontrando
gli amici in divisa: “ed è con questi che dovevamo vincere la guerra?”.
Purtroppo, si deve dire oggi della “cultura” di una parte  pare consistente del centro-destra “ed è
con questi qui che si deve costituire o ricostituire il Polo delle libertà?”
Eppoi dice che uno … “si butta a sinistra!”, per citare l’immortale
Principe De Curtis.