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Dopo la Brexit

Corbyn e la giravolta per un nuovo referendum: ormai è sempre più #CaosBrexit

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Ormai più di tre anni sono passati dal famoso referendum sulla Brexit indetto dall’allora neo premier britannico conservatore David Cameron, e proposto durante le elezioni come strumento populistico per aggiudicarsi la vittoria elettorale contro i Labours, ma gli si rivolse contro – essendo lui tra i principali sostenitori del Remain – e lui stesso fu il primo a cadere. Era inevitabile che un risultato del genere, con un piccolo scarto (48-52), avrebbe prodotto traumi politici enormi, e infatti dopo di lui tutto il Regno Unito ha patito le difficoltà della scelta.

Lo scoglio insito nei Labours è speculare a quello di tutta la socialdemocrazia europea: dover trovare una mediazione tra la classe operaia, con tendenze socialiste più radicali, e i nuovi progressisti, tendenzialmente classi più agiate e liberali. Così se Tony Blair divenne il simbolo della cd. Terza via nella sinistra del Regno Unito, Jeremy Corbyn è diventato più famoso per aver anzi riportato il partito su posizioni tipicamente socialiste, addirittura massimaliste, accennando anche ad una svolta repubblicana per l’Inghilterra.

Questo avrebbe dovuto suggerire un approccio più netto rispetto alla Brexit, in linea con altre fazioni della sinistra europea che professano un moderato euroscetticismo in opposizione alle politiche più austere e gravose sugli operai. Invece il leader della sinistra britannica si è trovato a dover affrontare quell’ambivalente rapporto tra elettori diversi che in quel famoso referendum avevano dovuto scegliere tra due alternative di cui tertium non datur.

Il tertium lo aveva tentato il leader cercando una soluzione di comodo nell’uscita con le migliori possibilità per il Regno Unito, in termini pratici uscendo dall’Unione Europea ma rimanendo in quella doganale, per rispettare il voto popolare. Impegno gravoso, forse paradossale, ma che gli sarebbe tornato utilissimo nel suo ruolo di opposizione (o governo ombra, nel linguaggio tecnico inglese), reso estremamente facile dalla tortuosa gestione del governo May.

Il primo e più evidente risultato, prevedibile, dell’esito del referendum è stato infatti l’innescarsi di una crisi politica a ruota che ha investito tutto il sistema politico, dovuto sostanzialmente alla trasversalità del voto: ambienti liberali ed europeisti erano sia nelle file dei conservatori che dei laburisti, come gli euroscettici tra le masse operaie e nei conservatori più a destra. Ne ha fatto le spese proprio la premier Theresa May, boicottata dal suo stesso partito in aperta guerra interna tra fazioni. Così alle ultime elezioni europee i remainers hanno finito per votare i liberal-democratici, che hanno registrato un successo storico, mentre i leavers si sono riversati nella nuova creatura politica di N. Farage: il Brexit party.

Ora che però il Partito Conservatore sembra uscire da questa profonda impasse grazie alla eccentrica personalità del convintissimo euroscettico Boris Johnson, probabile futuro premier britannico, in casa Labour sembrano riaprirsi vecchi problemi: Corbyn ha infatti annunciato di voler proporre un nuovo referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Quando sembrava essere arrivati vicini a una soluzione definitiva, Corbyn rimescola invece le carte in tavola riaprendo le discussioni sulla opportunità politica e giuridica di un secondo referendum.

La ragione sembra proprio in quella faida interna tra le fazioni Labour che era rimasta oscurata dai ben maggiori problemi dell’esecutivo e del partito di governo, ma che con il rovinoso risultato dei laburisti – i quali hanno perso la metà dei seggi nell’europarlamento –  ha richiesto una profonda discussione interna. Ne hanno colto immediatamente l’occasione i remainers, gli europeisti che con il ministro delle finanze “ombra” John McDonnell, lo hanno distanziato e preteso una decisa svolta europeista, a cui si sono associati i sindacati vicini al partito. Il colpo di grazia è arrivato proprio da uno di loro che si è accodato, Ben Cluskey, notoriamente euroscettico. Corbyn dunque passerà dal massimalismo stile inizio-novecento ad una più moderna terza via (neo)blairiana? O il suo partito a questo punto vorrà approfittarne per sbarazzarsi definitivamente di lui?

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