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La rivolta nelle carceri

Coronavirus: anche i detenuti insorgono, ma le loro morti non fanno granché notizia

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Esiste un’emergenza parallela a quella del Coronavirus che si sta diffondendo in tutta Italia: è l’emergenza scoppiata nelle carceri italiane da qualche giorno a questa parte. Com’è noto, tra le varie misure che sono state adottate per contenere l’avanzata del Covid-19 anche negli istituti detentivi, c’è il divieto, per i detenuti, di poter prender parte alle visite con i propri familiari. Si tratta di un provvedimento che ha creato non poche polemiche, dal momento che i rapporti con i propri cari costituiscono un momento di socialità fondamentale per chi si trova dietro le sbarre. Ornella Favero, Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, scrive così sul sito Ristretti Orizzonti: “Provate ad immaginare oggi di essere rinchiusi in una galera sovraffollata, sentir parlare della necessità di stare almeno a un metro di distanza l’uno dall’altro e sapere che il tuo vicino di branda sta a pochi centimetri da te, in una pericolosa promiscuità dettata dagli spazi ristretti. Provate ad immaginare di avere una vita povera di relazioni e vedere dapprima sparire tutti i volontari e improvvisamente anche i familiari”.

Non è di certo uno scenario in cui ciascuno di noi vorrebbe provare a calarsi. Eppure c’è chi vive questa brutale realtà ogni giorno, privo ora anche della possibilità di esprimersi attraverso il lavoro encomiabile dei volontari o mediante l’affetto di una persona cara. Già in passato si è avuto modo di sottolineare, proprio in questa sede e prendendo in prestito le parole di Annalisa Chirico nel suo Condannati preventivi, come il carcere italiano sia abbruttimento, dolore e infine morte. Nei giorni in cui i detenuti stanno dando vita a rivolte e sommosse interne, sono più di dieci i reclusi che hanno perso la vita, intossicandosi fino a morire con farmaci o psicofarmaci. Le loro vite però sembrano pesare di meno rispetto a quelle cadute sotto i colpi del Covid-19; infatti pochi telegiornali ne parlano, conferendo il giusto spazio ad una vicenda quasi sicuramente senza precedenti. Il ministro della Giustizia Bonafede è intervenuto ribadendo la necessità di rispettare le misure varate in precedenza, affermando che i divieti adottati non sono negoziabili. Tutto normale? Assolutamente no. Basti pensare al problema spinoso del sovraffollamento carcerario che impedisce ai detenuti di mantenere la distanza di sicurezza tra loro per evitare situazioni di contagio; basti pensare alla finalità della pena detentiva che dovrebbe portare alla rieducazione del soggetto privo di libertà e al reinserimento nella società. Tutto questo non avviene, non solo ora che stiamo subendo un’emergenza sanitaria unica, ma generalmente. E non avviene perché per la classe dirigente nel suo complesso occuparsi di carcere non è una priorità ma qualcosa di residuale. Eppure stiamo parlando di persone che, se da un lato hanno sbagliato e commesso degli errori, dall’altro stanno pagando per sanare la loro rispettiva posizione. Sarebbe il caso quindi di puntare i riflettori su questa realtà, apportando soluzioni concrete laddove stanno sorgendo ulteriori problemi. Restare alla finestra a guardare non porterà molto lontano. Le morti in carcere stanno aumentando: sta a tutti noi non restare indifferenti.

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