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L'emergenza

Coronavirus e la Psicologia delle Folle: un governo debole genera instabilità e pericolo

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Quando il timore della guerra arriva nei piccoli centri, allora c’è davvero da aver paura.
E’ un concetto semplice, forse a tratti persino incomprensibile, ma ogni volta si realizza e ha ragione di essere: nello zoccolo duro di qualsiasi nazione ci si sente al sicuro fino all’ultimo, soltanto quando le cose cominciano a mettersi davvero male notiamo i cambiamenti, e nello strapaese sono terribili.

Abbiamo osservato, nel corso delle settimane, una sempre più decadenza verso l’irrazionalità, si sono rivelate insomma quelle caratteristiche che Gustave Le Bon, più di un secolo fa, descriveva nelle folle, sicché la loro psicologia assumeva contorni assai diversi rispetto a contesti tranquilli e quotidiani.
L’ingresso dello stato straordinario, quello a cui nessuno è abituato, cambia le carte in tavola, condizionando de facto il corso successivo degli eventi.
Il sociologo W. Thomas affermava “Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse lo saranno nelle loro conseguenze.”, ed è esattamente ciò che poi è accaduto: televisioni che non parlavano altro che del coronavirus, supermercati svuotati, talk show televisivi che erano indecisi tra “l’Italia non si ferma” e un imperativo “non uscite di casa!”
Sicché quest’indecisione, questa paura, questo tentennamento governativo, ha condotto al contrario dei contrari: non si sa bene come reagire di fronte a questo Nemico Invisibile, le sue armi non sono convenzionali, non è un esercito con dei soldati, dunque la confusione, la paura e gli alti numeri di contagio.
Si è fatto sempre peggio, intenzionalmente e volontariamente, conducendo man mano la stessa popolazione ad uno stato psicologicamente sempre più instabile e a tratti schizofrenico.
Le mascherine che non si trovano più, gli alti prezzi dell’Amuchina che è diventata il Sacro Graal contro il virus (e non è vero!), i bisogno primordiali, quelli della sopravvivenza, che tornano arroganti nelle società occidentali che tanto pensavano di essere superiori al proprio passato.
Invece basta vedere qual è l’atteggiamento attuato per rendersi conto che la storia è, e sempre sarà, un corso e ricorso eterno, alla ricerca di quella stabilità data dal quotidiano e che oggi faticosamente cerchiamo di riprendere.
Le rivolte nelle carceri sono a questo proposito emblematiche: qualsiasi rivoluzione o instabilità storica è sempre partita dalle roccaforti della prigionia, quelle che tenevano fuori dal mondo reale i criminali, gli emarginati, i pericolosi.
E sono proprio loro che cominciano a  ribellarsi mettendo in discussione la forza dello Stato, rivoltandosi contro gli uomini in divisa, prendendone alcuni in ostaggio, menandosi tra loro, pretendendo libertà ed isteria tutta insieme.
In uno stato d’assedio simile, se volessimo utilizzare termini un po’ forti e coloriti, non possiamo pensare che tirare fuori guanti di velluto ci possa aiutare, abbiamo bisogno di azioni forti e decise perché il rischio è una devastazione sociale.

Ad ogni modo citiamo un episodio di due giorni fa, che mette ben in risalto questa mancanza di competenza comunicativa e forza statale: una bozza di un decreto a tratti draconiano viene divulgata dai giornali, nel giro di mezz’ora ogni testata giornalistica online ne è al corrente, i sindaci e tanti altri amministratori del territorio vengono a sapere di essere circoscritti ad una zona rossa dai giornali.
Le reazioni sono prevedibili, la mente della folla è di per sé assoggettata al panico da settimane, perché qualcuno dovrebbe aspettarsi una reazione razionale e composta?
Sicché abbiamo bozza resa pubblica ma misure ancora giunte: le persone sono libere di partire ancora, non è contro legge, non c’è ancora sulla Gazzetta Ufficiale il divieto di uscire dalla Lombardia.
Ed ecco le stazioni assaltate, le valigie che si scontrano rumorose l’una contro l’altra, migliaia di mascherine bianche e grigie, alcune messe pure male, nessuno guarda in faccia l’altro: poco m’importa dell’abbracciamoci tutti, della solidarietà, dell’Italia che non deve fermarsi, scappo e torno giù, magari portando con me anche la malattia.
L’egoismo delle folle è un tratto ben descritto da Gustave Le Bon, sicché solo uno stolto potrebbe aspettarsi razionalità, chiunque abbia letto Machiavelli non avrebbe alcun dubbio su quale sia la soluzione migliore in questi casi: se nessuno di noi si sente responsabile chiunque è in e un potenziale pericolo.

E quando questa instabilità arriva nei paesi, nella linfa primitiva dell’Italia, quella schietta che vive nei mercati rionali e si muove silenziosa tra i piccoli balconi del centro abitato, allora si comincia ad avere paura, un po’ come quando c’è la guerra e le bombe, prima o poi, vengono lanciate anche sulle Chiese bianche ed alte delle cittadine umili, quando si teme di morire anche dove la globalizzazione non era mai arrivata se non con un pacifico pacco Amazon.

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