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Coronavirus, il politicamente corretto lo ammetta: i confini servono

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Quando le già tardive informazioni che giungevano dalla Cina si facevano preoccupanti, qualcuno ebbe l’ardire di invitare il governo italiano a chiudere i confini, ad interrompere i voli da e per la Cina e ad attivarsi repentinamente per vigilare sui rischi che il propagarsi indisturbato di un virus semisconosciuto potesse causare. Eppure non è stato fatto nulla di tutto ciò, per pura superficialità ideologica e per un amore sconfinato verso la società aperta e le sue disfunzioni. Nel frattempo, coloro i quali avevano osato avanzare una simile proposta si sono visti piombare addosso una sequela infinita di insulti e minacce, subendo un ostracismo vergognoso – in barba alla libertà di espressione – e non tenendo minimamente conto delle ragioni che animavano quelle proposte. Ciò è accaduto non solo ai leader dell’opposizione, accusati di fascismo ante-litteram, ma anche a virologi ed esperti, come, ad esempio, il Prof. Burioni. Quindi, la solita retorica progressista si è mossa definendo il tutto come un atto di razzismo nei confronti della comunità cinese: persino il Presidente della Repubblica si è recato in una scuola romana, frequentata da bambini cinesi, così da mostrare solidarietà. Le dichiarazioni, in questo senso, sono suonate più o meno così: “il peggior virus è il razzismo”.

Però, trascorse un paio di settimane, l’Italia si è svegliata con le Regioni del Nord in isolamento, un intera area in quarantena e – dati de Il Corriere della Sera alla mano – con 14 morti, 530 contagiati, 37 persone in terapia intensiva, e 42 guarigioni. Due Regioni come Lombardia e Veneto – cosiddette locomotive d’Italia – in ginocchio e l’intero PIL italiano a rischio, con una recessione sempre più vicina. Nonostante ciò per opinionisti, commentatori e autorevoli rappresentanti della maggioranza l’emergenza in Italia è il razzismo e, ovviamente, l’eterno ritorno del fascismo.

Nemmeno dopo essere diventata il primo Paese europeo per numero di contagi, l’Italia ha chiuso i suoi confini, ma, all’Italia sono state chiuse le frontiere da alcuni Paesi del resto del mondo, tra i quali, a titolo esemplificativo, si segnalano l’Austria, l’Iraq ed Israele. Pertanto, la retorica di un mondo senza confini, a quanto pare, non è condivisa da altre Nazioni, che non si fanno scrupoli a blindarli.

Il problema dell’Italia non è solo politico, ma anche e soprattutto ideologico: esso è figlio di un eccessiva e dirompente “cultura dell’apertura”, intesa come conditio sine qua non della modernità liquida, che, mirando alla società teorizzata da Popper, e dai suoi discepoli – primo fra tutti il filantropo/speculatore Soros e la sua Open Society – ha come obiettivo la distruzione delle Nazioni.

Eppure questa Europa, verso la quale la sinistra si genuflette con sempiterna fedeltà, tace e la sua utilità, anche questa volta, è pari a zero.

Comunque, ogni storia ha una morale della quale fare tesoro: questa dovrebbe insegnare il valore della Nazione, dello Stato, con i suoi confini, i suoi apparati e le sue articolazioni. Gli apostati della Patria, dovrebbero rammentarsi che solo la fratellanza, che nasce dalla condivisione, dall’appartenenza alla comunità, costituisce una protezione ed un vincolo unico. Proteggersi, non vuol dire odiare; significa comprendere il senso del concetto di comunità, che, spesso, nella nostra classe dirigente è totalmente assente.

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