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Il virus... d'opposizione

Coronavirus: opportunità e pericoli per il centro destra

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“C’eravamo tanto amati”, l’articolo di Marco Gervasoni uscito il 19 maggio, è un utile esercizio di chiarezza perché dice al centrodestra alcune verità su cui di solito si preferisce glissare.

In breve. Il centrodestra oggi non è unito, è una somma di sigle: non si tratta di una novità, va avanti così dal 2011. In esso comunque si riconosce un blocco sociale – autonomi, operai, imprenditori – che, in quanto artefice della produzione, è il perno della vita italiana. La reale differenza fra i partiti della coalizione non è però poca cosa: investe la visione strategica (l’”idea d’Italia” la chiama Gervasoni), la sintesi in nome dell’interesse nazionale che è poi il momento più alto dell’azione politica.

Sono tre punti principali ciascuno dei quali racchiude la sua carica di problemi. Vediamo in dettaglio. Il centrodestra negli ultimi 8-9 anni ha vissuto una storia alquanto anomala. Si è sempre presentato unito alle elezioni nazionali e, appena chiuse le urne, si è variamente diviso sulle scelte politiche. Nel 2011, abbattuto il governo Berlusconi, Forza Italia, che pure era stata bersaglio e vittima, entra nella maggioranza eurofila sostenuta dal Quirinale mentre la Lega si colloca all’opposizione (Fdi non era ancora nato). Nel 2013, esaurito Monti, il centrodestra si ricompatta per il voto e si separa subito dopo: Forza Italia entra come junior partner del Pd in un altro governo eurofilo propiziato dal Colle, Lega e Fdi stanno fuori. Quando Berlusconi è espulso dal Senato per volere del Pd, Fi raggiunge i soci di centrodestra all’opposizione, ma patisce una scissione che tiene in vita i governi del Pd per tutta la legislatura. Nel 2018 ritorna lo schema del 2013: uniti al voto e alle prime consultazioni, sciolti dopo; chi lascia i partner è la Lega che fa il governo con i grillini non ancora allineati al consenso europeista.

Due dettagli da notare. Primo: nel 2013 e nel 2018 il centro-destra se la cava ma non vince: forse le divisioni durante la legislatura hanno pesato. Secondo: alle elezioni regionali i partiti di centrodestra si presentano in coalizione, ma dopo il voto non si dividono. Spiegazioni possibili: insieme al Consiglio viene eletto anche il presidente della Regione; la dimensione internazionale non entra nelle scelte degli elettori regionali.

Il punto cruciale di divisione nel centrodestra appare con evidenza la politica internazionale – alleanze nel mondo ma soprattutto Europa. Nel 2011 e nel 2013 è la strategia economica, richiesta con drastici mezzi dall’Ue (complice la debolezza della politica italiana), che separa il centrodestra: l’ostilità della Lega e Fdi alle grandi coalizioni sembra più una derivata che un fattore primario (vista anche la natura di partito franco-tedesco che connota il Pd). Nel 2018 la diffidenza verso l’Ue e verso l’Establishment, che ne è grande fautore, forma la base per l’alleanza gialloverde che naufraga quando con una mossa improvvisa i grillini decidono di sostenere la presidente della Commissione designata da Merkel e Macron.

Oggi le ragioni della divisione sembrano più deboli. Il blocco della vita sociale per 70 giorni ha scatenato una crisi economica senza precedenti nella quale il divario di destino fra i produttori, tutti a rischio benché in misura diversa, e i garantiti – chi vive nell’ambito dell’amministrazione pubblica – diventa il tema principale: c’è da dare speranza e mezzi a chi produce ricchezza, c’è da limitare l’acribia dei funzionari che trovano ragione (e potere) nel fissare regole e sorvegliare. Il riavvio della produzione deve combattere la paura fisica dei cittadini, la precauzione dei consumatori, la concorrenza dei Paesi ripartiti prima di noi. La deroga – dal codice degli appalti al codice del consumo – è la via per dare respiro alla vita economica: meno diffidenza, meno sorveglianza per chi produce. Sono motivi che ricorrono nella storia di tutti i partiti del centrodestra.

Connesso al primato della produzione, c’è il valore dell’autonomia. Quando a metà maggio le Regioni hanno bloccato l’iperminuzioso piano del governo per la riapertura, l’autonomia, da rivendicazione radicata soprattutto al Nord, si è trasformata nel principale argine contro il vincolismo centralista. Ciò ha acuito lo scontro fra centro e periferia, come mostra la feroce campagna scatenata contro la Lombardia, architrave fiscale dello Stato italiano, per sfilare la sanità alle competenze locali e, umiliando l’area più produttiva del Paese, rafforzare il centralismo romano.

Infine il quadro internazionale ha mutato aspetto. Il mondo è dominato dallo scontro per la supremazia fra Stati Uniti e Cina: la pandemia originata a Wuhan l’ha reso ancora più aspro e ogni relazione fra gli Stati ne

rimane condizionata. Germania e Francia, motori e guide dell’Ue, che a lungo si sono tenute in bilico fra interessi commerciali orientati verso Pechino e ragioni di sicurezza garantite dall’America, si trovano di fronte a scelte difficili nel momento in cui l’impianto europeo mostra, tra mille disfunzioni, tutta la sua fragilità. Un’opzione atlantica che dia all’Italia libertà di manovra ha finalmente spazio, ma incontra anche ostacoli. Proprio perché l’Ue oggi è al minimo di efficacia e di fascino, diventa forte la spinta a consolidare i muri pericolanti, a mettere in riga gli Stati indisciplinati. La storia del Mes e del Ricovery Fund, sospesi fra l’esca di un’utile dose di cash a prestito e la gabbia di una sorveglianza (punitiva?) sui modi di impiego, è facile da intendere: per i governi del Nord porre sotto controllo decisioni di spesa stravaganti e dissipative (incentivi a monopattini, bonus vacanze, elargizioni alle tv che usano frequenze per vendere tappeti) è la via più breve per dare lustro a un ideale in crisi lucrando qualche vantaggio: la soluzione alla lunga non funziona, ma dà benefici elettorali e guadagni di potenza.

Per riassumere, oggi il centrodestra fronteggia un’occasione e un pericolo. L’occasione: la crisi, che è al contempo economica e internazionale, rende più forti i suoi argomenti e facilita una sintesi che può brillare di fronte alla prova sciatta e vanitosa della maggioranza di governo. Il pericolo: la paura rassegnata del popolo può svanire presto e lasciare spazio a una turbolenza che travolge tutti, favorendo alla fine la disciplina imposta dall’esterno. Non calcolare i tempi, attendere troppo con l’impressione di essere in vantaggio rischia di disperdere forze e lasciare l’Italia senza difesa.

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