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Coronavirus: scoprirsi comunità per vincere singolarmente

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In una recente intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sostenuto che quella che stiamo vivendo è certamente “l’ora più buia”. Il dispiegarsi dell’emergenza Coronavirus su tutto il territorio nazionale ha fatto sì che nella serata di ieri il premier sia intervenuto con un nuovo decreto teso ad estendere la zona rossa a tutto lo Stivale. Insomma, si tratta di misure restrittive ma necessarie, a fronte di quanto accaduto lo scorso weekend in molte aree del Nord e Centro Italia. Non sono di certo un lontano ricordo i Navigli affollati di giovani nell’ora dell’aperitivo o il quartiere romano di San Lorenzo preso letteralmente d’assalto per trascorrere qualche scampolo di tempo in compagnia di amici e conoscenti. Eppure, in molti tra la popolazione sapevano dei rischi cui andavano incontro adottando comportamenti scorretti e non conformi a quanto predisposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. C’è stata dunque una sottovalutazione dell’emergenza sanitaria un po’ da parte di tutti e questo ha contribuito a far sì che siano intervenute misure più drastiche per ricordare a tutti che in questo momento è necessario restarsene a casa. I casi dei Navigli o di San Lorenzo, passando per le feste della donna celebrate con leggerezza nel napoletano, testimoniano come sia imperante nel nostro Paese il concetto di individualismo, di una società cioè che concepisce sé stessa non come molteplicità, bensì come un qualcosa slegato da tutto il resto. Siamo, in poche parole, egocentrati, termine questo che non ha bisogno di grandissime spiegazioni: ognuno di noi pone in primo piano i propri interessi personali, senza curarsi delle ricadute che i singoli comportamenti hanno sull’intera collettività. Per prendere in prestito un concetto caro agli economisti, si potrebbe utilizzare – per spiegare tale situazione – la figura del free rider, cioè di un soggetto che agisce deliberatamente, privo dello sforzo altrui nel produrre un determinato bene di consumo e slegato da logiche solidaristiche o di appartenenza ad un gruppo.

Basti pensare a coloro che si avvantaggiano del trasporto pubblico locale senza pagarne il costo, cioè senza acquistare il dovuto biglietto per usufruire di una certa corsa. Si tratta di strategie di comportamento opportunistico, sempre definite dagli economisti con il termine di “parassitismo”. Si potrebbe dunque ipotizzare anche per gli italiani che si sono recati lo scorso weekend nei ristoranti e nei pub un comportamento da free riders. Ma è possibile invertire la rotta? E’ possibile cioè mettere in atto comportamenti virtuosi volti a riscoprire il senso di comunità tralasciando l’individualismo? Forse sì. Nel 2012 la casa editrice Mondadori ha pubblicato un testo interessante scritto dal giornalista Mario Sechi e intitolato “Tutte le volte che ce l’abbiamo fatta. Storie di italiani che non si arrendono”. In questo fortunato testo, Sechi riporta molteplici esempi di storie di personalità che sono riuscite ad emanciparsi rispetto alla propria condizione socio-economica di partenza. Tra queste, le sorelle Fontana, Giorgio Armani che da vetrinista della Rinascente diventa il leader indiscusso della moda italiana nel mondo, Alberto Sordi e moltissimi altri. Secondo la tesi sostenuta dall’ex direttore de Il Tempo, “eravamo noi quelli che varcavano le frontiere del tempo e dello spazio. Possiamo farlo ancora. Ieri come oggi, niente è impossibile. Possiamo farcela. Basta alzare la testa e tornare a scrutare l’orizzonte”.

Se si applica quindi quanto detto da Sechi nel suo libro a questa fase storia, possiamo dare per certo che l’Italia ce la farà a liberarsi dal Coronavirus e potrà tornare a vivere tranquillamente. Tuttavia, questo non è così scontato perché il futuro del nostro Paese dipende da coloro che ivi vi vivono, cioè da tutti noi. Una società aperta tout court, “popperianamente” parlando, non è possibile, dal momento che una singola comunità si compone di molteplici interessi singoli sommati insieme. Ma Popper sosteneva che ogni uomo può organizzare in maniera autonoma la propria vita nella misura in cui questo sia compatibile con il rispetto dei diritti altrui. Ecco, va detto che le immagini dei Navigli affollati o del quartiere san Lorenzo preso d’assalto non sono affatto compatibili con i diritti altrui: col rispetto delle norme per fronteggiare il Coronavirus e con il diritto alla salute valido per tutti in primis. Bisogna valorizzare sì i desideri dei singoli, senza dimenticare però che facciamo parte di un qualcosa di più grande che prescinde da noi e da tutto il resto. Questo qualcosa è la nostra società. Riscopriamoci comunità per vincere anche singolarmente.

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