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Il racconto

Corsi e ricorsi: Donald Trump e quella sveglia indigesta…

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Essere tirato giù dal letto molto presto al mattino, per fare un commento alla radio sugli eventi politici del giorno precedente, era per me diventata da moltissimi anni, dalla metà degli anni ‘90, quasi un’abitudine. Accadeva spessissimo, e venivo chiamato dai conduttori di almeno una dozzina di programmi radiofonici diversi. Molto, ma molto più frequentemente di quanto non venissi chiamato a fare un commento in televisione o in altri programmi radiofonici nelle altre ore del giorno.

La ragione, che mi venne spiegata dopo qualche tempo, era che per le interviste vere e proprie c’era sempre grande domanda, da parte di intellettuali piuttosto noti e considerati rappresentativi delle varie forze politiche o socio-economiche dell’Italia. Queste interviste mattutine,  questi commenti diretti soprattutto ad una audience che si recava al lavoro in automobile, e che voleva farsi rapidamente e senza fronzoli un’idea sui fatti del giorno, non erano invece molto gradite alle “classi chiacchierone”. Dovevano infatti essere molto brevi; durare solo un minuto e mezzo, durante i quali bisognava alla fin fine esprimere un giudizio, prendere una posizione senza troppi “se” e troppi “ma”. E non c’era tempo per vedere le questioni “da un lato, e poi “dall’altro lato”.

Ed io ero stato identificato – non so se dire purtroppo, o per fortuna – come persona dotata della capacità, che sembra fosse insolita, di esprimere un concetto politico compiuto in un tempo così breve. E abbastanza scavezzacollo per espormi con battute che finivano qualche volta per far arrabbiare qualcuno.

Non trovai perciò nulla di insolito nel fatto di essere svegliato alle sei del mattino, ora italiana, il 9 Novembre 2016, giorno successivo alle elezioni presidenziali americane, dalla signorina  D. S., una funzionaria della radio televisione italiana brava quanto modesta di cui, senza averla mai vista, ero quasi diventato amico – e ne ricordo ancora la gentilezza, l’arguzia e il cognome – per essere appunto avvertito che di li a poco  sarei stato intervistato sul risultato dello scrutinio. Il che è puntualmente avvenne.  La telefonata ebbe il seguente sviluppo:

  1. S. – Pronto, professor Sacco?

Io – Eccomi, sono sveglio. E sono pronto; mi sono anche buttato un po’ d’acqua in faccia.

  1. S. – Sto per passare l’ intervistatore. E’ al corrente degli ultimi sviluppi?

Io – Certo che sono al corrente. So tutto ! Ha vinto Trump.

  1. S. (con tono di sorpresa) – Cosa?

Io – Ho visto i risultati. Ha vinto Trump.

  1. S.(con tono preoccupato) – Come sarebbe a dire: ha vinto Trump?

Io – Beh! E’ evidente. Il computo dei grandi elettori non lascia spazio a dubbi.

  1. S. – Ma è sicuro? E chi ha fatto il calcolo? Lei?

Io – No; non l’ho fatto io. E’ su tutte le reti americane…

  1. S. (dopo qualche secondo di silenzio) – Mi scusi momento, professore.

Voce maschile (circa un minuto più tardi) – Scusi se la ho fatta attendere professore.

Io – Non c’è problema.

Voce maschile – Lei è molto gentile, ma temo che siamo noi ad avere un problema., abbiamo una sovrapposizione tecnica.

Io – Capisco. Devo aspettare ancor un po’?

Voce maschile – No professore.  Abbiamo troppo materiale.  Credo di poterla mettere in libertà.

Io – E allora?

Voce maschile – Per oggi non possiamo fare l’intervista. Forse la disturberò di nuovo domani mattina.

Tornai dunque a letto, per fare un altro sonnellino. Ed anche l’indomani mattina potei dormire più a lungo, tranquillamente, così come i giorni successivi. Solo che da allora sono passati quattro anni, senza che la signorina D.S. non mi abbia mai più cercato  per preannunciarmi una mini-intervista. Anzi, non sono mai stato più chiamato da nessuno dei tanti conduttori di programmi radiofonici che, anche loro, mi tiravano giù dal letto quasi ogni mattina. Il che mi portò a chiedermi se avessi fatto uno sbaglio, e quale.

La risposta, e il significato di quella conversazione, mi furono però chiari sin dai primi giorni successivi alla vittoria di quel pittoresco candidato, così anomalo rispetto alla classe politica americana. Negli ultimi mesi di quel 2016, come forse qualcuno ricorderà, ci furono negli Stati Uniti tentativi di vario genere per contestare l’avvento di Trump alla Casa Bianca; parecchi tentativi, anche se intrapresi da soggetti di importanza secondaria, e portati avanti in maniera poco convinta. Ciò era comprensibile, dato lo shock provocato dall’arrivo di un bisonte come Trump sulla scena politica americana. Ma come era possibile che un atteggiamento del genere nascesse anche a Roma, e che nascesse spontaneamente, nelle redazioni di programmi radiofonici disparati?

Questa domanda è rimasta tuttora senza risposta. A meno di non fare una riflessione un po’ maliziosa e politically incorrect sull’ostinazione di Trump a negare la sconfitta; come è stato ancora una volta evidente qualche giorno fa, il 28 febbraio del 2021, alla Conservative Political Action Conference, tenutasi ad Orlando, in Florida. Ancora in questa recente occasione the Donald è parso infatti convinto del fatto che – candidandosi nuovamente nel 2024 – finirà per essere l’unico Presidente americano, dopo Roosevelt, a poter vantarsi di aver vinto tre volte le elezioni.

La domanda che mi pongo ogni volta che mi tornano in mente la signorina D.S. e il suo autorevole capo avrebbe così una risposta; la domanda su perché mai alla Radio italiana fosse ritenuto più prudente non far parlare qualcuno tanto scavezzacollo da accettare già di prima mattina del 9 Novembre l’indigesto breakfast che la vittoria di Trump fosse ormai un dato di fatto. Qualcuno tanto imprudente da pensare che il comportamento di Trump dopo le elezioni successive, quelle del 2020, e quel suo rifiutarsi di accettare una realtà incontrovertibile, cioè un comportamento oggi universalmente condannato come esecrando, avesse qualche innegabile precedente sull’altra sponda della politica americana, la sponda democratica.

E da sospettare che l’intento dell’establishment americano di non accettare una vittoria di Trump avesse addirittura causato un mood, uno stato d’animo tanto forte, e diffuso su scala così vasta da poter influenzare – par des voies aussi mystérieuses que spontanées – addirittura i media globali e quelli dei singoli Paesi esteri. In primo luogo, ovviamente, quelli di proprietà pubblica nei Paesi amici ed alleati dell’America.

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