Cosa c’è dietro l’accordo separato dei Metalmeccanici

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Cosa c’è dietro l’accordo separato dei Metalmeccanici

19 Ottobre 2009

"Li facciamo sparire dalle fabbriche". Più o meno con queste parole il segretario della Fiom di Bologna, Bruno Papignani, ha minacciato di escludere i rappresentanti della Fim e della Uilm dalle elezioni degli organismi di rappresentanza aziendali.

Il bellicoso dirigente sindacale – si vedano le cronache locali de Il Resto del Carlino di sabato 17 ottobre – ha dichiarato altresì che avanzerà questa proposta nella prossima riunione del Comitato centrale chiamato a dibattere la linea di condotta della federazione dopo l’accordo separato.

A parte la violenza delle affermazioni, a pensarci bene Papignani – come tutto il gruppo dirigente della Fiom, salvo rare eccezioni nei fatti ammutolite – continua a vivere nel suo piccolo mondo antico ed evoca regole che, nell’ordinamento sindacale, possono sussistere e operare soltanto in un contesto unitario accettato da tutte le parti in causa.

In altre parole, la Fiom non può pensare di monopolizzare gli organismi unitari di base e pretendere poi che gli stessi mantengano la loro funzione di rappresentanza generale e unitaria. Se il disegno di Papignani riuscirà, alla Fim e alla Uilm non resterà che nominare le proprie rappresentanze aziendali come è loro riconosciuto da una precisa norma dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Così i consigli di azienda non saranno più istanze unitarie, ma un’espressione di base della sola Fiom-Cgil. A dire la verità l’indignazione della federazione diretta da Rinaldini e Cremaschi è fasulla come un soldo bucato.

I dirigenti della Fiom non hanno subito una discriminazione, ma hanno cercato e voluto l’accordo separato, lo hanno preparato in ogni modo con l’obiettivo di mettere in crisi il sistema delle relazioni industriali definito con l’accordo del 22 gennaio scorso. Hanno predisposto una piattaforma rivendicativa assolutamente "fuori mercato" in una fase di grave crisi dell’industria. Poi si sono presentati al tavolo del negoziato pretendendo di non tenere conto dell’accordo quadro, ma di avvalersi ancora delle procedure del protocollo del 1993. Si badi bene: che l’accordo di gennaio fosse una sorta di "convitato di pietra" che rendeva arduo un percorso unitario è a tutti evidente.

Le categorie della Cgil non erano abilitate a sconfessare la mancata adesione della confederazione all’intesa; quelle della Cisl avevano il problema opposto. Ma la difficoltà a trovare un compromesso non era insuperabile. Le federazioni degli alimentaristi sono state in grado di farcela senza che nessuna organizzazione sia stata costretta ad abiure o a rinunce. E’ sempre possibile "accomodare" i principi; è più complicato trovare delle soluzioni pratiche. Ma quando le parti sociali concordano un aumento salariale ai lavoratori – che sono realisti – non importa sapere se si è applicato l’indice Ipca o qualche altra diavoleria. A loro interessa l’entità dell’importo.

Dopo il primo tempo del solito spettacolo, assisteremo adesso al secondo e al terzo tempo. La Fiom proclamerà qualche sciopero, che riuscirà parzialmente nelle regioni rosse; promuoverà un referendum contro l’accordo separato a conclusione del quale fornirà dati riguardanti centinaia di migliaia di lavoratori contrari all’accordo stesso. Non mancherà una polemica di contenuto vagamente giuridico sulla titolarità di Fim e Uilm a stipulare l’accordo di rinnovo, contestandone quindi la legittimità, per la quale non sussistono dubbi, dal momento che, in mancanza dell’attuazione dell’articolo 39 Cost., la sola regola vigente è quella del reciproco riconoscimento. In sostanza le imprese private non hanno un obbligo giuridico di contrattare con tutti i sindacali, diversamente dalla pubblica amministrazione che invece ha il dovere dell’imparzialità.

Infine, tra poche settimane c’è da aspettarsi che si rinsaldi l’alleanza tra la Fiom e la Funzione pubblica, anche in chiave di lotta per il potere all’interno della Confederazione, in vista del Congresso.