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Cosa c’è dietro Sex And The City

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L’America non è certo il New Jersey e tanto meno New York. A scontrarsi per il paese è propriamente una diversa visione del mondo che ha un sapore antico e che riecheggia le dispute sul costume della Roma Repubblicana. Qui i patres parlano dai Think Tank di Washington ma lo scontro non è meno duro ne meno decisivo. America Alone: The End of the World as We Know It, la fine del mondo per come lo conosciamo ma anche della New York che conosciamo (Regnery publishing, pagg. 224, 2006). Nella provocazione fallaciana di Mark Steyn, in qualche modo e presto, ci si sveglierà per il richiamo della preghiera di un muezzin. Alla berlina finisce la morale liberal del “la diversità è la nostra forza”: prova a ripeterlo mentre girano per Greenwich ronde di Talebani, libri bruciati, una Corte Suprema che introduce la sharia e Hollywood che rivendica il diritto alla poligamia. Il futuro raccontato da Steyn appartiene a chi fa figli ed è sicuro di se stesso. E gli islamisti, paventa Steyn, sono entrambe le cose, mentre il multiculturalismo occidentale ci sta tagliando le gambe e il welfare ci spinge all’autoindulgenza. L’America è la risposta. L’unico futuro possibile se rimane se stessa.   Da Steyn al Premio Pulitzer Jane Smiley è praticamente un viaggio siderale. La Smiley scrive Ten Days in the Hills (Knopf, 2007, pagg. 449) – mentre la guerra infuria in Iraq, qualche amico in Hollywood si riunisce per parlare, guardare film e fare sesso. Si perché il caos irakeno è troppo per un piccolo gruppo di famiglia e amici, deciso a rifugiarsi segregandosi in collina per fuggire ai combattimenti. Per la verità la fuga è dalle notizie sui combattimenti che – povere anime pie – non riescono proprio a sopportare. Si trovano nel sud della California. I combattimenti sono in Medio Oriente. Non approvano il conflitto, e inoltre, la casa dove sono nascosti ha ovviamente una piscina e una stanza dove vedere film e parlare di cinema. E’ il marzo del 2003 e la guerra in Iraq è appena cominciata.

Insomma un Decamerone in salsa antibusha che si svolge tra gente veramente à la page al punto da compiere un gesto di estremo rifiuto post-esistenzialista e godereccio. Un libro che lascia perplessi. Per Kay Hymowitz “La rottura della tradizione matrimoniale negli Stati Uniti — che cominciò circa quaranta anni fa con il divorzio e l’innalzamento verticale del tasso di nascite extra-matrimoniali — minaccia il futuro dell’ America. Ci sta trasformando in una nazione di famiglie separate e ineguali.”  E’ la premessa del suo nuovo libro Marriage and Caste in America: Separate and Unequal Families in a Post-Marital Age, Ivan R. Dee, 2006, pagg. 192. Studiosa di fenomeni sociali legati al matrimonio presso il Manhattan Institute, in una recente intervista per il National Review a cura di Kathryn Jean Lopez, la Hymowitz sostiene, addossando le colpe alla generazione degli anni ’70, che il problema del matrimonio negli States risiede nella perdita di significato che esso ha avuto agli occhi dei giovani. In pratica se abbiamo Britney Spears lo dobbiamo ancora a Jane Fonda.

Ma cosa rappresentano alla fine Britney Spears e i suoi vagabondaggi a luci rosse, se non la constatazione che  “prima di tutto devi essere fica, sexy e cercare il piacere ogni volta che ti va”.

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