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Petrolio e immigrazione

Cosa ci andiamo a fare in Libia

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Il Governo Renzi manda in Libia un piccolo contingente militare a difesa dell’ospedale da campo che apriremo nell’aeroporto di Misurata. Ufficialmente, il ministro degli esteri Gentiloni parla di “meds on the ground”, medici, non scarponi militari sul terreno, per sostenere lo sforzo bellico delle milizie misuratine che si sono rotte le ossa combattendo i jihadisti dell’Isis a Sirte (centinaia tra morti e feriti). Ufficiosamente, montiamo le tende per non restare tagliati fuori dal grande gioco che sta andando in scena nella ex "Jaamaria" tra le diverse potenze europee e del mondo arabo e musulmano, per il controllo di ciò che resta del Paese e soprattutto dei pozzi petroliferi.

Insieme agli americani, sosteniamo il premier di Tripoli Serraj, benedetto dalle Nazioni Unite, nel suo sforzo di formare un governo di unità nazionale. Le forze speciali italiane hanno già partecipato alle operazioni a Misurata dove gli inglesi sul campo e gli Usa con i raid dal cielo hanno appoggiato l’avanzata dei misuratini contro lo Stato islamico. Dall’altra parte ci sono i francesi che insieme all’Egitto e ad altri Paesi sostengono invece il parlamento di Tobruk, anch’esso riconosciuto a livello internazionale, che ha il suo campione nel generalissimo Haftar, il quale, per far capire a tutti che non scherza, nelle ultime ore ha occupato la mezzaluna petrolifera.

E’ un groviglio di interessi, rivalità, scontri tribali, la Libia di oggi, un paese diviso in due o peggio in quattro, se al di là della dicotomia fra Tripolitania e Cirenaica guardiamo anche a quella tra nord e sud del Paese, le coste sul Mediterraneo da una parte e il profondo Sud dall’altra, quello dai confini porosi nel deserto da dove non si capisce bene quale minaccia possa arrivare (clandestini, cellule del terrorismo, armi, eccetera). Che i rischi di questa operazione italiana nella polveriera libica siano alti lo dimostra il fatto che nel terminal di Misurata un aereo militare è pronto a rullare sulla pista per portare via i nostri se le cose dovessero precipitare.

Siamo sulla strada che porta a Sirte, dove i jihadisti – si dice –  sconfitti si sono dispersi sul territorio e hanno già iniziato a colpire i check point dei misuratini, mentre è noto che restano attive altre cellule del Califfato non solo a Sirte ma a Derna e in altre località del Paese. Una missione rischiosa, dunque, perché a qualche foreign fighter potrebbe venire in mente di infiltrarsi nel nostro Paese per vendicarsi dei “crociati” che nel secolo scorso si lanciarono in sfortunate avventure coloniali. Così come non è del tutto chiaro chi comanda a Misurata, patria di altri gruppi pro-islamisti.

Certo è che inviando i nostri militari stiamo facendo un altro grosso favore al premier Serraj, che oggi ha detto di non gradire affatto missioni militari straniere sul suolo patrio. Vale la pena anche chiedersi se Serraj uscirà completamente vincitore nella sfida con Tobruk e Haftar. E' comprensibile che il nostro Paese voglia preservare i propri interessi nazionali, ma la domanda che dovremmo farci è quali interessi. Siamo appiattiti sulla posizione americana, ma il problema per l’Italia al momento non è tanto il petrolio o l’impatto della crisi libica sulla nostra bolletta energetica, bensì le masse di disperati che partono dalla Libia per sbarcare sulle nostre coste.

Questa è l’emergenza per l’Italia, l'immigrazione incontrollata. Contrastare gli scafisti e regolare in qualche modo l’ondata di persone pronte a partire, evitando che migliaia di uomini donne e bambini muoiano affogate in mare come succede da anni. Ebbene: cosa sta facendo il Washington di Tripoli, il premier Serraj, per aiutarci a fermare gli immigrati illegali? Cosa stiamo avendo in cambio di tutti questi sforzi diplomatici e adesso anche militari se, come dicono, in Tripolitania un sacco di gente campa sugli affari in prevalenza illeciti legati al traffico di carne umana? Domande che non dovrebbero cadere nel vuoto e alle quali il nostro Governo non sembra offrire una risposta precisa, trincerandosi dietro la “missione umanitaria”. 

PS. E' notizia delle ultime ore che gli inglesi hanno fatto mea culpa sulla sciagurata guerra che portò a rovesciare il regime di Gheddafi.

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3 COMMENTS

  1. Contingente in Libia
    Solo il fatto, che l’Italia sostiene il governo di Tripoli e la Francia, sia schierata con il governo di Tobruk, ci da l’idea di come sia unita l’Europa, un’altra prova, che la tanto agognata UE, non serva assolutamente a niente. Ci sono altri paesi oltre l’Inghilterra, che dovrebbero partecipare, al mea culpa. L’Italia, forse si accorge solo adesso, che il problema dell’ immigrazione è diventato inaccettabile, anche se per parecchi anni, si è resa complice, di un enorme eccidio di massa nel Mediterraneo. Conclusione : non stiamo messi bene, per niente

  2. contingente in Libia
    Il problema della Libia e di tutti, o quasi, gli Stati africani creati dai colonialisti e fatti rimanere tali dai neocolonialisti e che ha un tribalismo che solo i vecchi governi coloniali, o le nuove dittatura locali, ciniche e spietate, come quella di Gheddafi, possono quasi eliminare. La Libia dovrebbe essere divisa in tre Stati: la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan. Ricordo, da bambino, che mia zia Maria, direttrice didattica nella Bengasi coloniale, raccontava che ogni tanti Cirenaici e Tripolini si scannavano e che il governo coloniale italiano rimetteva ordine impiccandone un certo numero.
    Noi Italiani dovremmo avere una politica più autonoma da quelle Potenze che hanno scatenato l’inferno in Libia eliminando il megalomane Gheddafi, che però faceva i suoi e i nostri interessi. Di fronte ad un fantoccio come Serraj, tenuto in piedi dalle chiacchiere dei neocolonialisti, io guarderei con più interesse al governo di Tobruk, che ha una retrovia militare di tutto rispetto. Magari metterei un piede di qua ed uno di là, cercando che avvengano accordi unitari, ma senza espormi al contrario qualora una delle parti contendenti volesse la sua autonomia politica e territoriale.

  3. contingente il Libia
    Il problema della Libia e di tutti, o quasi, gli Stati africani creati dai colonialisti e fatti rimanere tali dai neocolonialisti e che ha un tribalismo che solo i vecchi governi coloniali, o le nuove dittatura locali, ciniche e spietate, come quella di Gheddafi, possono quasi eliminare. La Libia dovrebbe essere divisa in tre Stati: la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan. Ricordo, da bambino, che mia zia Maria, direttrice didattica nella Bengasi coloniale, raccontava che ogni tanti Cirenaici e Tripolini si scannavano e che il governo coloniale italiano rimetteva ordine impiccandone un certo numero.
    Noi Italiani dovremmo avere una politica più autonoma da quelle Potenze che hanno scatenato l’inferno in Libia eliminando il megalomane Gheddafi, che però faceva i suoi e i nostri interessi. Di fronte ad un fantoccio come Serraj, tenuto in piedi dalle chiacchiere dei neocolonialisti, io guarderei con più interesse al governo di Tobruk, che ha una retrovia militare di tutto rispetto. Magari metterei un piede di qua ed uno di là, cercando che avvengano accordi unitari, ma senza espormi al contrario qualora una delle parti contendenti volesse la sua autonomia politica e territoriale.

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