Home News Cosa fare con la Corea del Nord: una nuova strategia per gli Stati Uniti

Cina partner inaffidabile

Cosa fare con la Corea del Nord: una nuova strategia per gli Stati Uniti

Il lancio del missile Taeopodong-2 e il secondo test nucleare da parte della Corea del Nord hanno messo a nudo l’inconsistenza delle opzioni strategiche fatte proprie dal presidente Obama. Hanno infatti mostrato l’inutilità delle trattative a sei e, in particolare, del mito, sin troppo decantato, del valore della Cina come partner nelle questioni strategiche. L’amministrazione Obama ha sempre sostenuto di voler seguire una linea differente rispetto alle politiche del suo predecessore. E’ questo il campo dove dovrebbe farlo realmente.

Dopo decenni di diplomazia e di “indagini” sulle intenzioni di Pyongyang, un punto è ormai ben chiaro: Kim Jong Il ed i suoi compagni vogliono le armi nucleari e i mezzi per poterle diffondere. Cosa potrà mai dissuaderli? L’isolamento e delle sanzioni più gravose avrebbero un senso se Cina e Russia condividessero una simile posizione. Ma non è così, e non lo sarà neanche in futuro.

Se negli anni passati ci fossimo preparati a proteggere i nostri alleati contro una possibile ritorsione da parte della Corea del Nord, ora potremmo sostenere un’azione militare contro i missili e contro le basi missilistiche nordcoreane. L’ex segretario della difesa, William J.Perry, e l’attuale sottosegretario, Ashton B. Carter, solo pochi anni fa raccomandavano una simile linea d’azione sulle pagine di The Post. Ma l’amministrazione Bush, considerata tanto aggressiva, non ha intrapreso alcuna azione del genere, e le probabilità che lo faccia l’attuale amministrazione sono ancora più scarse.

Gli Stati Uniti sembrano non avere altra scelta che quella di aspettare, sino a quando non arrivi un leader che possa prendere la decisione strategica di abbandonare il programma delle armi nucleari.

Per diversi anni, questa mancanza di opzioni di un qualche interesse ha indotto molti a guardare alla Cina per ottenere aiuto. I sostenitori di un forte impegno con la Cina sono stati anche i più entusiasti promotori di questo approccio, non tanto - ci viene da pensare - per la preoccupazione di risolvere il problema della Corea del Nord, quanto piuttosto per dare prova del valore di una stretta collaborazione con Pechino. La Corea del Nord, come hanno continuato a ripetere senza sosta, rappresenta uno degli interessi strategici comuni, presumibilmente condivisi da Stati Uniti e Pechino.

Ma questa affermazione è stata screditata. Senza dubbio, in teoria la Cina potrebbe esercitare delle pressioni su Kim affinché rinunci alle sue armi: ha il potere e l’influenza necessari. Quello che le manca è la volontà di farlo. Pechino è contenta di vivere con una Corea del Nord nucleare e antioccidentale. Se da una parte la Cina teme un crollo della Corea del Nord, che riverserebbe sul suo confine nordorientale tutti i profughi, d’altra parte teme anche la possibilità di una Corea unificata, democratica, prospera e alleata con gli Stati Uniti. La Cina vuole che la Corea del Nord rimanga uno stato-fantoccio, motivo per il quale, ben lontana dal partecipare alle sanzioni, continua piuttosto ad aumentare costantemente i suoi investimenti economici nel paese.

Stando così i fatti, gli Stati Uniti probabilmente hanno ben poca scelta e non resta che aspettare l’uscita di scena di Kim e l’ascesa di un leader intenzionato a prendere la decisione strategica di abbandonare il programma delle armi nucleari. Nel frattempo, Washington dovrebbe adottare un approccio su tre fronti. In primo luogo, dovrebbe accrescere il proprio deterrente per proteggere il suo territorio, quello della Corea del Sud e quello del Giappone. Questo significa, soprattutto, sostenere la difesa missilistica e le capacità di deterrenza dell’America e dei suoi alleati. Purtroppo, proprio le capacità di difesa missilistica in questo momento stanno subendo dei tagli da parte dell’amministrazione Obama - nonostante la crescente minaccia missilistica da parte della Corea del Nord e dell’Iran. In secondo luogo, Washington dovrebbe rafforzare gli sforzi multilaterali per arrestare la proliferazione nordcoreana, agendo più attivamente nell’interdire e nel congelare i conti bancari atti a finanziare la proliferazione stessa. In terzo luogo, dovrebbe rinunciare alle trattative a sei. Se si rivelasse persino utile trattare con Pyongyang - ed è un “Se” con la esse maiuscola - allora facciamolo in modo diretto.

L’obiettivo finale dall’America dovrebbe essere quello di raggiungere l’unificazione della Penisola Coreana e non concedere a Pechino di avere influenza sulle due Coree. Le attuali intese diplomatiche hanno permesso alla Cina di definire l’agenda politica, aumentando nel contempo in tutta tranquillità la sua influenza sul Nord. Ma Washington non ha bisogno di passare attraverso Pechino per giungere a Pyongyang. Trattative dirette tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord , in strette consultazioni con la Corea del Sud e con il Giappone, rappresentano una soluzione migliore rispetto all’intervento di un mediatore che non ha alcun desiderio né interesse a concludere un accordo. Sia il Giappone che la Corea del Sud accoglierebbero in modo assolutamente positivo un maggiore impegno degli Stati Uniti con la Corea del Nord. Seul vuole avere garanzie sul fatto di non doversi sobbarcare da sola tutto il peso della riunificazione. Il Giappone invece chiede protezione agli Stati Uniti e la garanzia che Washington manterrà la sua presenza sulla penisola nel lungo periodo.

Se decidessimo di trattare nuovamente, la diplomazia americana dovrebbe estendere la propria azione oltre le trattative nucleari e iniziare a prepararsi per raggiungere lo scopo a cui mira: una Corea democratica, unita e finalmente priva di armi nucleari. Come suggerito dall’esperto Andrei Lankov, il nuovo approccio americano potrebbe includere l’apertura di scambi culturali, educativi ed economici con il Nord. Gli esperti occidentali dovrebbero essere incoraggiati ad insegnare nelle università della Corea del Nord; si dovrebbe permettere ai giovani nordcoreani di studiare in Occidente; e gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud dovrebbero intraprendere progetti economici in collaborazione con il Nord. Gli Stati Uniti inoltre dovrebbero aprire maggiori trasmissioni radio-televisive dalla Corea del Sud e dall’Occidente. In breve, la diplomazia di Washington verso la Corea del Nord dovrebbe concentrarsi su misure che possano migliorare lo standard di vita dei nordcoreani, avvicinandoli all’Occidente. Questo servirebbe a focalizzare la nostra attenzione su obiettivi strategici a lungo termine. E chi può saperlo? Magari un nuovo approccio dell’America verso Pyongyang porterà un ulteriore vantaggio: se la Cina vedrà diminuire la propria importanza nella diplomazia nordcoreana, forse finalmente avrà qualche valida ragione per agire in modo più energico nel disarmare Kim. 

© Washington Post
Traduzione Benedetta Mangano

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3 COMMENTS

  1. Nord Corea
    Nessuna mi ha ancora spiegato perchè la Nord Corea non può avere armi nucleari e altre nazioni si. In fin dei conti le uniche armi nucleari sino ad ora realmente utilizzate sono state ad opera di una democrazia.

  2. Perché i poliziotti possono
    Perché i poliziotti possono girare armati e i delinquenti invece no? Già, perché questa atroce ingiustizia? Ma perché la redazione non cestina certi ridicoli commenti? Mi risparmierebbe un conato di vomito…

  3. Hai ragione Nikita, perchè
    Hai ragione Nikita, perchè altri possono avere la presunzione di poter decidere sulla volontà e sull’agire di altri Stati? Semplice perché fino ad oggi tutti le hanno consentito! Ci siamo dimenticati che contro il parere dell’ONU gli USA hanno invaso l’Irak dopo che la Commissione aveva accertato e riferito in merito all’insusistenza di armi di distruzione di massa in Irak, la scusa …. sempre la solita portare la democrazia, comunque nell’attesa si scippa il petrolio. Gli americani sono riusciti a far rimpiangere agli irakeni persino Saddan. c’è solo da sperare che il mondo apra in tempo gli occhi, non è la Korea del nord che fa paura, ma ‘ingordigia dell’America che come gli isrlaeliani pensano di essere il popolo eletto.

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