Cosa insegna il referendum al Centrodestra

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Cosa insegna il referendum al Centrodestra

18 Aprile 2016

Come sempre accade in Italia, anche dopo quest’ultima consultazione referendaria hanno vinto tutti. Ha vinto chi invitava al non voto, per timore che un referendum giocato sull’emotività (inquinatori, poteri forti e corrotti da una parte, amici dell’ambiente, semplici cittadini, comitati e persone oneste dall’altra), spiegato male o per nulla, avesse un esito, in caso di raggiungimento del quorum, scontato. Hanno vinto i promotori del referendum (Regioni, comitati, associazioni ambientaliste, partiti) che, cavalcando una consultazione dal sapore squisitamente politico, appropriandosi indebitamente dei “sì”, lo stanno tramutando in un segnale minaccioso nei confronti di Renzi e del suo governo, guardando addirittura alla prossima scadenza referendaria d’autunno come a una sorta di “ci rivedremo a Filippi”.

Ma al di là dei patetici peana di vittoria dell’uno e dell’altro, cosa emerge da questa vicenda? Punto primo, oramai in Italia neanche la protesta contro i potenti, con tutta la retorica del caso, e le tante aggregazioni “ribelliste” (comitati, associazioni, partiti) riescono a sviluppare mobilitazioni maggioritarie. Siamo al disinteresse più totale, specie su temi complessi ed importanti che richiederebbero particolare attenzione. Punto secondo, va fatto un discorso sull’informazione, pessima, spesso assolutamente fuorviante se non falsa che si fa su certi temi, come dimostra il caso della Raggi a Roma, messa in prima pagina dall’Unità come fan di Berlusconi, con l’aggravante da parte del direttore del giornale della rivendicazione di un presunto nuovo giornalismo che insegue esclusivamente notizie (qualsiasi, possibilmente di facile fruizione e anche senza verifica) e tempi (veloci, a getto continuo). Il resto non conta, “non fa notizia”.

Punto terzo, la scomparsa del Centrodestra rispetto a una dialettica tutta interna a una sinistra capace di essere, simultaneamente, pro e contro. Per assurdo il conflitto che in questa vicenda è apparso più evidente è stato quello tra Renzi ed Emiliano, tutti e due autorevoli esponenti del Partito democratico. Un conflitto che dovrebbe far riflettere sulla deriva allarmante che, in uno scenario politico, sociale ed economico già pericolosamente sfarinato come quello italiano, sta prendendo la contrapposizione tra Stato centrale e Regioni, anche in virtù del titolo V. In tutto questo, il Centrodestra sembra essersi oggettivamente eclissato, arrivando sempre in seconda o terza battuta, tra pulsioni anti-politiche rispetto alle quali è molto meno credibile dei 5 Stelle, scimmiottamenti della sinistra radicale e balbettii simil-renziani, oscurati dalla predominanza e prepotenza mediatica del Presidente del Consiglio.

Come diciamo da tempo, il problema dei problemi per il Centrodestra è sì un fatto di leadership, ma soprattutto di ridefinizione dei contenuti e della capacità di comunicare efficacemente. A partire dalla capacità di comprendere che tutto questo deve trovare, in un processo di partecipazione aperto, legittimazione dal basso e modalità espressive che non possono ricalcare terreni (demagogia, scarsa qualità, superficialità) occupati da altri e che fanno pendant con la loro identità. La nuova strada del Centrodestra è in salita, non è una strada facile, ma o è così, oppure non è.