Cosa resta di Calciopoli un anno dopo

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Cosa resta di Calciopoli un anno dopo

24 Agosto 2007

Un anno fa, Calciopoli (per gli ottimisti Moggiopoli, per i pessimisti Sportopoli). Lo scandalo e lo scandalismo delle intercettazioni telefoniche. Il commissariamento della FIGC. Le nomine di Guido Rossi e Francesco Saverio Borrelli. Le richieste del procuratore Stefano Palazzi. Le sentenze, rispettivamente, della Commissione d’Appello e della Corte Federale. E infine della Camera di Conciliazione e Arbitrato del CONI. Sull’esatta misura dei punti di penalizzazione, da attribuire alle deferite Juventus, Milan, Lazio e Fiorentina. Nel frattempo, a distrarre la sedicente opinione pubblica, il trionfo Nazionale ai Mondiali, quelli di Lippi, del gruppo, di Grosso e della testata di Zidane, di Materazzi e della sorella di lui. Poi le prime – festaiole – giornate di campionato. Manco fossero passati cinque anni anziché cinque mesi, anche solo dalla fuga di notizie sulle inchieste in corso (maggio 2006). Nell’aprile scorso, Giancarlo Abete viene eletto nuovo presidente federale. Succede al commissario Luca Pancalli. Rossi è già un pezzo che si è dimesso: anzi, sta per lasciare anche la presidenza Telecom. Borrelli, da par suo, fa in tempo a presentare e a ritirare dimissioni-lampo. E finisce per occuparsi proprio del filone Telecom-Inter, tra le inchieste che si aprono e si chiudono, con l’aria che tira.

Calciopoli, un anno dopo (Calciopoli e basta, superata Moggiopoli e rimossa Sportopoli). Martedì si è riunita la Giunta del CONI, con pochi punti all’ordine del giorno e molte più gatte da pelare. Altro scandalo e scandalismo da intercettazioni telefoniche. Forse, altri commissariamenti in vista (Federvolley? Federgolf?). Prima di nuove nomine e ulteriori deferimenti, chissà.

La Camera di Conciliazione e Arbitrato, presieduta dall’avvocato Pier Luigi Ronzani, è nell’occhio del ciclone-Gianni Petrucci, a sua volta nel mirino degli osservatori politici. Sul tappeto, il polverone sollevato nell’operazione di pulizia dello scorso campionato di basket, con la Benetton Treviso macchiatasi di un tesseramento sporco (caso Lorbek). Sullo sfondo,  il contesto generale dentro il quale un organo terzo, appunto la CCA, è chiamato a dirimere in «indipendenza e trasparenza» controversie particolarmente delicate: sotto la pressione, più o meno sostenibile, dei tempi che stringono e delle forze in campo da bilanciare. Nel rispetto delle regole, s’intende. Ma anche, come dire?, dello stesso andamento preso da una certa competizione, qualora il lodo venga emesso a torneo in corso.

Ricorda Paolo Amato, in un recente fascicolo della «Rivista di Diritto ed Economia dello Sport»: «L’Arbitrato, come evidenziato dalla giurisprudenza e dallo stesso Statuto CONI, ha natura irrituale. Esso è tipico dei sistemi chiusi, e vi ricorrono i soggetti che abbiano bisogno di giudici competenti in materie specifiche, oltre a chi necessita di decisioni rapide. Il lodo finale, quindi, non avrà la natura giuridica di una sentenza, ma di un negoziato». La Giunta riunita al Foro Italico ha incaricato una Commissione per il varo di un nuovo Regolamento della Camera, nel quale, a detta del presidente Petrucci, «il principio di terzietà» ne uscirà ulteriormente rafforzato. Sarà. Come da letteratura, però, restano le peculiarità di un istituto giocoforza «irrituale», e proprio «dei sistemi chiusi». L’autonomia dell’ordinamento ha il suo prezzo da pagare. Comunque, tutto sommato, conveniente.

Alla prova dei fatti di Calciopoli e a quella del caso Lorbek, la CCA del CONI si è dimostrata molto risoluta, concretamente affidabile. E ha agito celermente, così come le è stato espressamente richiesto. Nelle sue pronunce ha prestato ascolto a troppi suggerimenti interessati? Sorprende che qualcuno se ne sorprenda. E comunque, l’ultima parola spesa è sempre parsa equilibrata, oltre che opportuna.

Il quadro della giustizia sportiva italiana, allora, presenta forse altrove, le sue storture più evidenti. Per esempio, tra primo e secondo grado di giudizio. Davvero troppe le oscillazioni nell’orientamento di tante pronunce, lasciate a un’indefinita discrezionalità del giudice. E davvero troppo poche, le tutele previste a salvaguardia dei diritti della difesa. Le parziali linee di riforma, tracciate dall’ispirazione del ministro Melandri, rischierebbero di completare uno scarabocchio, qualora non rispondano a un disegno complessivo. A cosa serve, infatti, dare sempre e solo del cornuto all’Arbitrato?