Ascesa e (forse) declino di un banchiere

Cosa si nasconde dietro le dimissioni di Geronzi dalle Generali

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Cesare Geronzi si è dimesso dalla presidenza di Generali. Il banchiere che ha traghetto il sistema creditizio italiano dalla prima alla seconda repubblica ha lasciato l’incarico di vertice al Leone di Trieste, al culmine di una carriera in continua ascesa. Giovanissimo vince un concorso in Banca d’Italia. In seguito partecipa al salvataggio del Banco di Napoli per poi ritornare in Banca d’Italia. Lasciato nuovamente via Nazionale nei primi anni 80 assume la guida della Cassa di Risparmio di Roma, consolidandola.

Nel corso di questa esperienza ha modo di conoscere in modo approfondito la politica romana e il suo massimo rappresentante, Andreotti, originario di quella Ciociaria non lontana da Marino che ha dato i natali allo stesso Geronzi. Forte di simili relazioni e di un rapporto privilegiato con  il mondo cattolico di oltretevere, nell’89 realizza la prima aggregazione del sistema bancario italiano. Cassa di Risparmio di Roma attraverso un’operazione molto complessa acquista il Banco di Santo Spirito controllato dall’IRI a cui presto si aggiunge la Banca di Roma.

Geronzi per primo intuisce che l’economia italiana in rallentamento dopo il boom degli anni ’80 necessita di istituti di credito più robusti, in grado di sostenere le grandi industrie attraverso l’impiego del risparmio raccolto in modo capillare sul territorio. Così nell’arco di un decennio Geronzi crea Capitalia, quarto istituto per dimensioni nel paese. Questo processo di aggregazione, culminato con la fusione della Capitalia con Unicredit lo ha condotto a contare sempre di più in Mediobanca, fino a permettergli di raggiungerne la presidenza nel 2008. Un simile processo di consolidamento bancario acuisce il groviglio di partecipazioni incrociate che contraddistinguono il capitalismo italiano e attribuiscono al banchiere di Marino un peso determinante in molte vicende. Per altro Geronzi si spende per sovvenzionare tanti soggetti diversi, di destra e di sinistra, editori, imprenditori del metallurgico e dell’alimentare.

Negli anni gli istituti da lui presieduti finanziano grandi infrastrutture, il debito pubblico, la Fiat quasi al collasso nel 2002, lanciano sui listini Mediaset nel 1996 nonostante l’impressionante mole di debito. Compiono svariate operazioni con la Parmalat di Tanzi e la Cirio di Cagnotti che al banchiere di Marino è costata una condanna a otto anni in primo grado, costituendo la prima crepa in una carriera sempre in ascesa. La figura di Geronzi è poliedrica, le sue relazioni sono talmente ramificate che è difficile comprendere dove termini la sua sfera di influenza e inizi quella degli attori della politica, della grande industria e dell’editoria.

Giunto nel 2008 in piazzetta Cuccia, Geronzi ha dovuto in breve tempo lasciare la posizione che più di tutte nelle sua carriera gli  avrebbe consentito di svolgere a pieno il ruolo di banchiere di sistema e di guardiano della finanza. La menzionata condanna a otto mesi per il crack Cirio non gli avrebbe permesso di mantenere i requisiti di onorabilità richiesti dalla legge per svolgere incarichi al vertice degli istituti di credito. La sua scelta per il vertice di Generali è in sintonia con quella parte di  Mediobanca che lo ha sostenuto e di cui è stato in un certo senso tutore negli ultimi dieci anni: il francese Bollorè, Fininvest e i Ligresti. Giunto a Trieste Geronzi si è imposto di scuotere le Generali e di impiegare l’ingente patrimonialità del Leone in favore del sistema. In un’intervista che ha innescato i dissidi all’interno del CDA, Geronzi affermava che Generali avrebbe dovuto investire la sua enorme liquidità nel capitale delle banche e addirittura nelle infrastrutture del paese come il Ponte di Messina. Un simile vision corrispondeva per altro alle esigenze del Governo sempre più in difficoltà nel reperire fondi da impiegare nel rilancio dell’economia. Geronzi ancora una volta come negli ultimi dieci anni faceva sponda a quel Governo di Berlusconi e di Gianni Letta che il banchiere di Marino ha avuto modo di conoscere nella roma democristiana degli anni 80’ quando lui era al vertice di Banca di Roma e Letta guidava “Il Tempo” degli Angiolillo.

E’ inevitabile quindi che la buriana che da un po’ di mesi si respira nelle stanze di Palazzo Chigi sia finita per soffiare anche nel vicino palazzo di Generali in piazza Venezia. Di questa situazione ha approfittato il marchigiano Della Valle. La sua insofferenza verso il Corriere della Sera, quotidiano più letto nel paese, per l’indulgenza con cui si sono trattate le alterne vicende del Premier, ha spinto il Patron di Tod’s a chiedere la cessione della quota detenuta da Generali in RCS, editore del Corriere. Geronzi infatti in virtù del suo pregresso incarico in Mediobanca e poi in Generali ha imposto sempre una linea morbida nei confronti non solo nelle inchieste sul Premier ma anche su quelle che hanno lambito il sottosegretario Letta. Il Corriere diviene ancor più strategico per Della Valle se i rumors  che nelle ultime ore vogliono Montezemolo in politica, si concretizzassero. Se effettivamente il Presidente di Ferrari compisse questo passo, dovrebbe lasciare gli ultimi incarichi operativi che gli sono rimasti  nel Gruppo Fiat e che gli garantiscono il favore del quotidiano La Stampa. Pertanto un RCS in cui Della Valle possa contare di più, magari attraverso l’acquisizione della quota in portafoglio di Generali, per altro auspicata dallo stesso impredintore marchigiano, si rivela strategica per nuove operazioni politiche.

 

Oltre alle questioni politiche e agli appetiti su  RCS, a Geronzi è mancato il sostegno di Mediobanca. Nagel e Vinci, consiglieri di Generali in quota Mediobanca, si sono schierati contro il loro ex presidente. Del resto all’interno dello stesso istituto di Piazzetta Cuccia è mancato il sostegno di Ligresti - storico sodale di Geronzi - che in un certo senso è stato sterilizzato dall’uomo forte di Unicredit, Palenzona in accordo con l’asse Ministero dell’Economia – Consob.

Premafin e Sai-Fondiaria custodiscono partecipazioni strategiche in Mediobanca e RCS. Per questa ragione Geronzi nei mesi scorsi aveva caldeggiato che una cordata d’oltralpe composta da Groupama e da Bollorè ricapitalizzasse la galassia Ligresti. L’operazione tuttavia è stata bloccata dalla Consob di Vegas, ex sottosegretario al Ministero dell’Economia, che ha imposto ai francesi un’OPA assai onerosa su Premafin e su tutte le sue controllate. Così Unicredit, nonostante fosse già molto esposta con il gruppo Ligresti, ha effettuato una cospicua iniezione di liquidità, imponendo un nuovo management. Unicredit, e il suo Vice Presidente Palenzona, dominus incontrastato della Fondazione CRT, azionista di Piazza Cordusio e da un anno anche di Generali, può sommare virtualmente il proprio 8% in Mediobanca al 3,8 % del Gruppo Ligresti. Di fatto Unicredit in questo momento è di gran lunga il soggetto più influente in Mediobanca con quasi il 12% del capitale.

Quindi se i rappresentanti di Mediobanca nel board di Generali hanno sfiduciato Geronzi, hanno operato in piena sintonia con Unicredit e il suo management. Si tratta ora di capire se Palenzona, azionista forte in Unicredit Mediobanca e di riflesso anche in Generali, anche in virtù della partecipazione detenuta direttamente dalla Fondazione CRT nel Leone, intenderà spendersi direttamente per la presidenza di Generali o si defilerà fino all’anno prossimo quando scadrà il patto di sindacato in Mediobanca. A questo punto si può dire che l’era Geronzi si chiude, ma nel modo di fare finanza tramite le grandi relazioni non si è ancora voltata pagina.

 

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