Cosa significa essere israeliano
09 Maggio 2008
Lo stato di Israele ha appena compiuto
60 anni. Ma oggi essere un Israeliano significa rassegnarsi a vivere in mezzo a
mille paradossi senza soluzioni. Paradossi emotivi e politici. Significa vivere
ogni giorno con la paura costante della morte, pur senza ammetterlo, mostrando
al mondo di aver imparato a sopravvivere a qualsiasi minaccia. Quale altro Stato
festeggia ogni anno la propria indipendenza ponendosi la domanda: “Credete che
il nostro Paese esisterà ancora tra 50 anni?” La risposta della maggioranza
degli Israeliani continua ad essere un sì deciso, forse proprio con la
consapevolezza di aver sempre avuto ogni probabilità contro. Israele è riuscita
a crescere e ad affrontare pericoli a cui pochi altri Stati sarebbero
sopravvissuti.
Siamo ancora “l’unico Paese”-
l’unico Paese i cui confini non sono riconosciuti a livello internazionale; l’unico
Paese la cui capitale non ospita ambasciate straniere; l’unico Paese dal quale,
nei negoziati, ci si aspetta grandi concessioni in cambio del semplice
riconoscimento della nostra esistenza; l’unico Paese in cui una sentenza di
morte può essere approvata da qualcuno dei nostri vicini. Il terrore preme
costantemente alle nostre porte, mentre la minaccia nucleare dell’Iran cresce
ogni giorno di più. Le nostre guerre si combattono fuori e dentro casa. Razzi
Katyusha su Haifa e Ashkelon, autobus che esplodono a Gerusalemme: ciò che
sembra inconcepibile, da noi è ormai routine.
Più la jihad s’intensifica, più
cresce il nostro desiderio di tornare alla normalità. Una promessa che sembra
però sempre più irrealizzabile. Forse solo ora, un pò avanti negli anni e in
mezzo a tanti conflitti, riusciamo a comprendere quanto il pensiero dei Sionisti,
nonostante le lodevoli intenzioni, sia stato davvero ingenuo: risolvere i
problemi degli Ebrei creando l’unico Stato non musulmano nel Medio Oriente, in
una terra santa contesa da tre fedi differenti, in prossimità dei campi
petroliferi più ambiti al mondo.
Essere un Israeliano oggi
significa potersi sentire davvero orgoglioso: traguardi inimmaginabili sono
stati raggiunti. Gli Israeliani hanno apportato innovazioni scientifiche e
tecnologiche a livello mondiale, riuscendo a raggiungere il top, secondi solo
agli Americani, nel numero di nuove imprese high-tech presenti nel NASDAQ.
Eppure essere un Israeliano significa anche sopportare la vergogna di “chilul”,
alterazione deturpante del nome “Israele”: Abbiamo permesso di essere
rappresentati da un Presidente accusato di stupro, da un primo ministro
considerato il politico più corrotto del Paese, da un vice primo ministro condannato
per molestie, da un ex ministro dell’economia imputato per gravi accuse di
appropriazione indebita. E’ vero, altri Paesi possono anche avere leader
politici ancora più corrotti dei nostri. Ma questa non è certo una consolazione
per una nazione che deve affrontare scelte di vita o di morte, sottoposta
continuamente a sacrifici, più di quanto qualsiasi altra popolazione occidentale
potrebbe sopportare.
Arrivati a questo punto, molti di
noi hanno completamente perso fiducia nell’imperativo biblico di divenire una
luce per le nazioni di tutto il mondo. “Dobbiamo prima divenire una luce per
noi stessi” ci ripetiamo ora. Eppure, in fondo continuiamo ancora a credere di
poter essere una vera luce, malgrado tutto. Nella nostra lotta contro i
kamikaze, abbiamo dimostrato che una società consumista può sconfiggere i
terroristi e rivendicare il proprio spazio pubblico – una vittoria storica per
il mondo intero, che però in gran parte sembra non accorgersene.
Per la terza volta in meno di un
secolo gli Ebrei si trovano in prima linea di fronte al male che minaccia
chiunque – Nazismo, Comunismo sovietico ed ora jihadismo. Ognuno di questi movimenti aspirava a modificare l’umanità
nella propria immagine, considerando gli Ebrei come l’ostacolo principale da
eliminare. E’ terribilmente complicato dare una spiegazione a un tal motivo di
ostilità, ma comprendere la natura dei nostri nemici dovrebbe rendere la nostra
causa più solida e giusta. Proprio stando in prima linea contro la jihad,
Israele segue il suo obiettivo chiave del Tikkum Olam, tentando di “riparare il mondo”.
E non solo stiamo combattendo
questa guerra senza disporre di leader adeguati: per la prima volta nella
storia, ci manca anche una visione comune, che possa unire in un sol fronte la
maggioranza degli Israeliani.
Le nostre certezze ideologiche
sono crollate una dopo l’altra. Il sogno della “Grande Israele” si è infranto
nella prima intifada; il sogno della “pace ora” è svanito con la jihad. Era
rimasta, alla fine, solo l’opzione dell’unilateralismo. Se non possiamo avere
la meglio sui Palestinesi e non possiamo raggiungere la pace con loro, possiamo
almeno cercare di determinare i nostri confini. Anche questa si è rivelata una
fantasia, stroncata dagli attacchi missilistici da Gaza. Ora non esistono più
risposte, solo improvvisazioni.
Eppure, in ogni luogo dominato da
certezze ideologiche, la sobrietà è una caratteristica difficilmente
rintracciabile. La maggior parte di noi sarebbe disposto a enormi rinunce pur
di mettere fine ai conflitti ed ottenere un reale riconoscimento della nostra
legittimità. Ma, al tempo stesso, siamo consapevoli che, al punto in cui siamo
giunti, nessuna concessione ci garantirebbe quel riconoscimento. Per la prima
volta dalla Guerra dei Sei Giorni, stiamo affrontando la realtà senza paraocchi
ideologici. Non c’è dubbio, il crollo delle ideologie è deprimente. Ma al tempo
stesso illuminante. Finalmente abbiamo piena cognizione della complessità in
cui viviamo. E questo ci dà la forza di andare avanti.
Essere un Israeliano oggi
significa aver acquisito la consapevolezza che i nostri confitti interni
sull’identità possono esser gestiti, ma non risolti. Siamo uno Stato moderno in
terra santa, e come tale destinato a rimanere laico e religioso allo stesso
tempo, senza svolte decisive in alcuna direzione. E con la nostra popolazione
costituita per più del 20% da Arabi, siamo destinati ad essere uno Stato sia democratico
sia giudaico, che aspiri ad includere in qualche modo tutti i suoi cittadini
nella sua identità nazionale. E che, al
tempo stesso, mantenga la responsabilità anche per gli Ebrei senza
cittadinanza.
Molteplici sono le piaghe che
affliggono la nostra società: eppure ancora riusciamo a reggere. Abbiamo
superato l’assassinio di un primo ministro, e lo sradicamento di migliaia di
nostri concittadini dalle loro case a Gaza. Siamo ben consapevoli della nostra
inclinazione all’auto-distruzione, l’ebraico yetzer harah, la tentazione del male. Negli ultimi vent’anni
abbiamo visto arrivare vere e proprie ondate di immigrati dall’ex Unione Sovietica
e dall’Etiopia. Ad oggi un’integrazione reale non è ancora avvenuta. Ma
sappiamo bene, comunque, che in qualche modo si sta formando un popolo da
questo incontro di comunità diverse e spesso antitetiche.
Essere un Israeliano oggi significa conoscere un segreto che la maggior
parte degli Ebrei della diaspora ignoravano, e che spesso tentiamo di
nascondere anche a noi stessi: Israele è un posto meraviglioso in cui vivere –
in cui innamorarsi della vitalità, dello stile informale, delle trasformazioni
e delle infinite sorprese che offre il nostro Paese.
Pur all’interno d’insopportabili tensioni, siamo riusciti a creare
benessere. Il cibo è fantastico, l’humor più che politicamente scorretto. La
cultura ebraica scandalizza il sacro e santifica il profano.
Più di ogni altra cosa, amiamo cantare. Qualsiasi genere di canzone
nasce qui da noi. L’incontro musicale tra Est ed Ovest – ovunque noto come
“word music” – qui è semplicemente musica israeliana. E di recente, Dio è
divenuto uno dei maggiori protagonisti del rock d’Israele, smentendo la nostra
idea di nazione divisa tra “laico” e “religioso”. Anche le vecchie canzoni
sentimentali e patriottiche sono tenute in vita dalle cantate popolari che
tutti insieme facciamo in giro per il Paese, oltre ad essere oggetto di nuove
versioni hip-hop e reggae. Più la situazione diventa disperata, più Israele si
diverte a cantare.
Essere un Israeliano oggi significa provare al tempo stesso delusione e
ammirazione. Significa essere preparato all’imprevisto – un ponte aereo
d’emergenza per una lontana tribù ebraica, missili su Tel Aviv, un leader arabo
alla ricerca di pace a Gerusalemme. Significa che, sebbene siamo cresciuti con
gran diffidenza nei confronti del mitico, ancora ci sentiamo privilegiati per
il fatto di vivere nell’ultimo mito ebraico.
Pubblicato da The Jewish Week
(traduzione dall’inglese di Benedetta Mangano)
