Cos’altro s’inventerà Obama se la riforma sanitaria cola a picco?
20 Gennaio 2011
È stato tristemente imbarazzante (per lui) il tentativo, goffo, che il presidente Barack Hussein Obama ha messo in atto per cercare di sottrarsi, in extremis e fuori da ogni norma di buona creanza civile, alla mannaia a cui ogni uomo politico in regime democratico sceglie volontariamente, ab ovo, di sottoporsi. La regola, cioè, del voto e della maggioranza. Quella che dice che sono i cittadini-elettori a comandare attraverso lo strumento della conta dei numeri.
La strumentalizzazione stucchevole del massacro di Tucson con cui l’establishment politico-mediatico liberal – certo, non Obama in prima persona, troppo scaltro – ha cercato stizzosamente di delegittimare la decisione della maggioranza (grande e qualificata) del popolo statunitense che ha premiato l’opposizione politico-culturale ai Democratici il 2 novembre scorso ha pochi precedenti in un Paese che alle regole della democrazia deve moltissima della propria fortuna. Di solito negli Stati Uniti non si utilizzano queste tecniche di assai dubbia moralità politica, ma evidentemente il crollo del “mito Obama” che giorno dopo giorno lascia sempre meno spazio alle illusioni ha partorito il mostrum.
Se infatti il cittadino medio americano non può che preoccuparsi seriamente dell’enorme potere di cui dispone l’establishment politico-mediatico liberal, in grado di condizionare l’opinione pubblica, di determinare qual è l’immagine-Paese da vendere all’estero (in questo caso una immagine negativa) onde cavarne guadagni propagandistici e magari pure d’influenzare il giudizio delle corti di giustizia, è fuori di dubbio che i Democratici siano oggi alla frutta. Il che spiega il loro ricorso a mezzucci ed escamotage, ma certo non riduce la portata delle sconfitte o comunque dei compromessi a cui sono quotidianamente costretti dalla legge della democrazia.
Talvolta le sconfitte e i compromessi non appaiono granché sui grandi organi di stampa, ma questo è solo per effetto delle grancasse della propaganda che assieme ai suddetti organi strombazzano all’unisono. Epperò non sono meno sostanziali. Al capitolo “compromessi” va certamente rubricata la decisione del 111° Congresso (quello uscente, perdente) di estendere nel tempo e nella quantità, all’ultimo minuto utile, i tagli fiscali varati nel 2001 e nel 2003 dall’Amministrazione guidata dal presidente George W. Bush jr. E al capitolo “sconfitte” occorre aggiungere contenti il dietrofront dell’Amministrazione Obama sul tentativo d’introdurre, sostanzialmente, il via libera all’eutanasia statunitense per via surrettizia e sorniona (cioè a colpi di “regolamenti attuativi” dopo che la provvisione contenuta della proposta di legge originaria dovette essere eliminata per merito di quella opposizione che il 2 novembre ha cominciato a divenire anche governo). Quando il gioco, sporco, è stato scoperto, il provvedimento attuativo (non compreso cioè, per i motivi detti, nella legge di riforma sanitaria varata in marzo) è stato rapidamente ritirato.
Ora i conservatori attendono i liberal al varco del voto globale sull’“Obamacare”, decisi a rimandare il provvedimento là da dove è venuto, cioè in soffitta, poiché inutilmente dispendioso, inefficace, immorale e incapace (se mai avesse voluto farlo) di garantire la “Sanità per tutti”. Solo un assassino folle come Jared Laughner è infatti riuscito a concedere qualche giorno di respiro in più alla “riforma sanitaria” di Obama prima che la mannaia del voto repubblicano si abbatta sui Democratici. Ma il paradiso non può più attendere, il “giorno del giudizio” è prossimo. Se i Repubblicani dovessero riuscire a rispedire al mittente la “riforma sanitaria”, con che faccia Obama si ripresenterà agli elettori nel 2012 privo anche dell’unico specchietto per le allodole con cui è riuscito a campare di gloria politica riflessa sino a oggi? Che cosa si metteranno a strumentalizzare i liberal nei due anni che separano gli Stati Uniti dall’elezione della nuova Casa Bianca per cercare di tenere la testa sopra il pelo dell’acqua di Washington?
Marco Respinti è presidente del Columbia Institute e direttore del Centro Studi Russell Kirk
