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L'esempio

Così don Tonino Bello parlava ai giovani e ai sofferenti

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Nel corso della sua vita, don Tonino è stato essenzialmente un uomo nel senso più alto del termine. Ha vissuto appieno ogni istante donato da Dio, ha gioito, ha pianto, ha riso e ha sopportato con onore la sofferenza. Ma soprattutto ha servito gli ultimi, i diseredati, i senzatetto, i respinti, gli abbandonati. In special modo, da quando fu nominato vescovo nel 1982, non ha mai dimenticato di far sì che le nuove generazioni divenissero protagoniste dei suoi messaggi.

Nato da una famiglia salentina, studiò presso i seminari di Ugento e di Molfetta, capendo fin da subito che il messaggio evangelico non era stato concepito per i dotti e per i sapienti, ma per coloro che non potevano facilmente attingere alla Parola del Salvatore perché schiacciati dagli affanni quotidiani e da mille debolezze. Così don Tonino, il vescovo umile col grembiule, ha sempre annunciato messaggi di pace e di speranza, sempre attento a non “vendere fumo” o false illusioni. Ai giovani suggeriva con forte impeto di mordere la vita, di coltivare le amicizie e di porsi come soggetti critici all’intero di una società che già in quegli anni tendeva all’omologazione.

Il cristiano – questo il suo pensiero – deve essere sempre sovversivo, cioè deve essere in grado di andare controcorrente, senza mai fermarsi in superficie. Don Tonino poneva così l’urgenza di scavare la Parola, farla propria, serbarla nel proprio cuore: agendo in questo modo infatti, anche gli smarriti potevano trovare in Cristo una guida autentica che non tradisce mai. Dopo aver rinunciato ai segni di potere per far spazio al “Potere dei segni”, il prelato pugliese compose un brano dal titolo “Ala di riserva”, in cui sostanzialmente chiedeva a Dio un sostegno perché in certi frangenti della vita è difficile volare da soli. E se nella solitudine in molti si fortificano, don Tonino riteneva che la condivisione fosse da privilegiare, da scegliere come stile di vita. Una vita che, soprattutto i giovani, dovrebbero tornare ad amare con forza, a morderla e non a rosicchiarla. Insomma, il messaggio di questo umile vescovo destinato alle nuove generazioni era – ed è – un messaggio alto e nobile, un messaggio che va assolutamente riscoperto e non abbandonato. Giovani, fatevi avanti e iniziate a marciare controcorrente!

Tutt’altro che fautore del memento mori – che considerava terrorismo spirituale -, don Tonino era uomo del Tabernacolo, appassionato della vita. Invitava ad una esistenza fino in cima. Il suo sguardo spesso si posava sugli ultimi e i sui malati, ai quali mai faceva mancare sostegno e con i quali ne ha condiviso la condizione. Tante le lettere, pubblicate sul giornale diocesano Luce e Vita, di incoraggiamento e di vicinanza nella sofferenza, da infermo a infermo. Le sue parole risuonano, anche oggi, vere più che mai: “Coraggio ce la faremo. Il Signore ci ama e non si dimentica di nessuno”.

Un figlio di Dio si riconosce nell’ora della sofferenza e della morte. Don Tonino Bello nella malattia e nell’agonia mostrava la sua credibilità di discepolo. Nel libro “Parola di Uomo” di Domenico Cives, si racconta che il medico personale del presule si convertiva proprio grazie all’incontro con la malattia del suo Vescovo. Provato dal cancro, don Tonino non era mai disperato, ma rimaneva saldo nella fede e vicino a Maria, le cui icone riempivano la stanza. Così, nei giorni del calvario, in qualsiasi posizione, lui avrebbe potuto sempre contemplare il volto della Vergine. Un giorno, quell’uomo di scienza chiedeva: “Come puoi continuare a credere nella bontà di un Dio che ti perseguita con tanta crudeltà?”. Non tardava la risposta: “Dio non perseguita nessuno. Semmai persegue dei fini. Proprio tu, medico che si vanta della sua razionalità, inciampi nella banale equazione secondo la quale la malattia è una sorta di vendetta divina”.

È una tentazione comune quella di credere in un Dio che si diverte a dispensare punizioni, infliggendo dolori a seconda dei meriti e dei demeriti. Il Dio di don Tonino non tratta le sue creature con severo e austero distacco, “non prova gusto a vederci dondolare sull’altalena dei dolori”. È un Dio che sconcerta per la prossimità all’uomo e per il suo amore radicale che passa dalla croce di suo Figlio.

Gesù è il capo dei sofferenti! E gli uomini, nella malattia, diventano “contestatori stabili del mito dell’efficienza”. Alla cultura utilitaristica dello scarto che pretende di eliminare il dolore ad ogni costo, anche arrivando a sopprimere il sofferente, considerato inutile perché non produttivo, don Tonino proponeva una prospettiva audace, propria di chi è intimo del Padre. La sofferenza, per il Vescovo pugliese, sorregge spiritualmente il mondo, nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino verso il Regno: “se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti) il mondo si scompenserebbe”.

Se da un lato, don Tonino suggeriva di non vergognarsi della malattia che fa rassomigliare di più a Gesù Cristo, dall’altro, incoraggiava a non rassegnarsi. Abbracciare il mistero della propria sofferenza, trasformando la condizione di limite in occasione, senza lasciarsi andare al desiderio della morte. Con la consapevolezza che la croce è segnaletica verticale, indica la speranza del Cielo. È croce con le ali, come quella raffigurata nel suo stemma vescovile. “Una croce senza peso”, è una promessa con cui il Signore invita, “nonostante il dolore e le stroncature dei nostri programmi, ad avere fiducia nella sua misericordia”.

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